AMELIA EARHART/ Identificati 80 anni dopo i resti della leggendaria pilota

Uno dei più grandi misteri della storia dell’aviazione potrebbe finalmente essere stato risolto, quello della fine della prima donna a compiere la trasvolata dell’oceano Atlantico

09.03.2018 - Paolo Vites
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Amelia Earhart

Uno dei più grandi misteri della storia dell’aviazione, quello di Amelia Earhart, rivelato proprio oggi giorno della festa della donna, 8 marzo. Lei, che già negli anni 30 si impose al pari e anche superando gli uomini, un personaggio tra mito e fantasia, ma una storia vera. La prima donna a sorvolare l’Atlantico nel 1928 (anche se in realtà era con due copiloti uomini), a mostrarsi degna e coraggiosa come qualunque collega maschio. Nel 1931 stabilisce il record mondiale di altitudine e nel 1932 diventa la prima donna a sorvolare in solitudine l’Atlantico: solo Lindbergh era riuscito prima di lei a fare altrettanto. Altri record seguiranno fino alla decisione di fare una impresa impossibile, il giro del mondo in solitaria. Purtroppo non riuscirà mai a completare il progetto: dopo un primo tentativo, riprova il primo giugno 1937 insieme a un co-pilota. Toccano il Sud America, l’Africa, il subcontinente indiano l’Asia sudorientale arrivando in Nuova Guinea il 29 giugno 1937. Restava solo da sorvolare il Pacifico, ripartono il 2 luglio ma dopo alcune ore si perdono i contatti nella zona dell’isola di Howard. Di lei e del suo co-pilota non si seppe più niente fino a quando ne 1941 furono ritrovati dei resti umani su una delle isole della zona, l’atollo di Nikumaroro, in passato denominato Gardner Island, ma vennero identificati come quelli di un uomo.

Solo oggi, grazie a equipaggiamenti moderni, si è invece stabilito che erano i resti di una donna, lei Amelia Earhart. Grazie al programma informatico Fordisc che stabilisce sesso, età e statura a partire da misurazioni dei resti ossei gli esami hanno rivelato che la somiglianza con Amelia Earhart è maggiore rispetto al 99% di individui in un largo campione di riferimento. Richard Jantz, del Centro di Antropologia Forense all’Università del Tennessee, ha così concluso che grazie a comparazioni con foto e vestiti originali della donna, “la spiegazione più convincente è che i resti siano i suoi”. Rimane ancora da capire se la donna sia morta nell’impatto della caduta dell’aereo o sia morta di stenti e di fame dopo essere arrivata sull’isola. Del suo copilota e dell’aereo invece nessuna traccia. Sulla sua scomparsa si sono fatte le più bizzarre teorie, anche che fosse finita in mano a soldati giapponesi che l’avevano fatta prigioniera. Oggi finalmente sappiamo la fine. 

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