MARINO OCCHIPINTI (EX UNO BIANCA)/ “Giusto scarcerarlo dopo 24 anni, non è la vendetta a fare giustizia”

- int. Elvio Fassone

Sta suscitando forti polemiche la decisione di rimettere in libertà dopo 24 anni di reclusione Marino Occhipinti, ex appartenete alla banda della Uno bianca. ELVIO FASSONE

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Carcere (Pixabay)

“Fare giustizia è molto più che condannare a una pena”: è una frase dell’ex magistrato Elvio Fassone che nel suo libro Fine pena: ora racconta il suo caso, unico, di nascita di un rapporto di amicizia fra lui e la persona da lui condannata all’ergastolo, rapporto epistolare che dura da trent’anni. La notizia della liberazione, dopo 24 anni di carcere, di Marino Occhipinti, appartenente alla cosiddetta “banda della Uno bianca”, ex poliziotto autore dell’omicidio di una guardia giurata durante una rapina, condannato all’ergastolo, ha suscitato le dure proteste dei familiari della vittima. Per il padre di Carlo Beccari, la guardia uccisa, Occhipinti doveva rimanere in carcere come da condanna per tutta la vita; per la madre di Otello Stefanini, carabiniere ucciso da un altro componente della banda, “nessun pentimento può considerarsi compiuto se non è accompagnato dal perdono dei familiari delle vittime”. Ed è proprio qui che si gioca il fatto in questione: per il tribunale di Venezia, il pentimento di Occhipinti “è autentico”. Abbiamo chiesto a Elvio Fassone come si possa accertare un pentimento, fermo restando che nel cuore di un uomo solo lui può entrarci.

Una condanna all’ergastolo che si riduce come in questo caso a 24 anni è una decisione ingiusta? E’ un affronto nei confronti dei familiari delle vittime?

24 anni di carcere sono più o meno la soglia della liberazione condizionale. Non è una situazione anomala dal punto di vista legale, calcolando i 45 giorni per semestre di sconto di pena che fanno risalire a 28 gli anni previsti dalla legge per la liberazione condizionale. Se gli avessero dato la liberazione condizionale sarebbe stata più o meno la stessa cosa.

Sta dicendo che non si è trattato di un caso straordinario?

Assolutamente no, la liberazione condizionale di fatto è una liberazione piena sia pure vigilata, è un quadro previsto dalla legge. Altro discorso se avesse scontato 10 o 12 anni e fosse stato scarcerato, allora sì potremmo parlare di affronto nei confronti dei familiari.

Questo perché stiamo parlando di pena intesa come percorso rieducativo, giusto?

Nella nostra legislazione il concetto di condanna è il frutto di un equilibrio molto difficile, sviluppatosi nel corso dei secoli, nei quali si è cercato di mettere sempre più in evidenza che la giustizia penale non ha una funzione vendicativa. Tantomeno di risarcimento delle vittime. Stiamo parlando di delitti gravissimi ovviamente, come l’omicidio. Nessuna espiazione sarebbe mai tale da rimuovere il dolore cagionato, bisogna fare ricorso ad altri concetti.

Quali?

Il concetto è che nella nostra Costituzione la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, non alla soddisfazione della vittima. Ovviamente non bisogna capovolgere il concetto al punto da far diventare irrisorio il trattamento riservato al condannato, sarebbe uno sfregio al dolore dei familiari. Ma questa persona ha espiato 24 anni, l’istanza di punizione credo sia stata ampiamente soddisfatta.

Resta però difficile anche per il semplice cittadino, non solo per il familiare capire come si possa definire un pentimento “autentico”. Cosa ne pensa?

Lo si può fare nei limiti in cui possiamo fare qualunque tipo di valutazione umana, seguendo mese dopo mese il percorso della persona. Si può mentire per un po’ di tempo ma non si può mentire per vent’anni, questa persona deve aver persuaso gli esperti in umanità che si trovano in ogni carcere di avere maturato un percorso per cui adesso ha una visione del mondo totalmente diversa da quando ha commesso il crimine. Eventuali altri 5 o 10 anni non avrebbero tolto un grammo al peso del dolore delle vittime, che resterà comunque per sempre.

Dunque la giustizia si muove a prescindere da quanto chiedono i familiari, è così?

La reclusione non ha la funzione di lenire il dolore dei familiari, il loro dolore resterà comunque anche se il condannato moriva in carcere. La valutazione del tribunale non può essere sottomessa a quella dei familiari, come invece avviene in certi stati americani dove i parenti della vittima possono decidere in caso di condanna a morte di concedere la grazia in base al perdono.

Ecco, il perdono: abbiamo visto molti casi di riconciliazione tra familiari e assassini, ma nessuno può obbligare a perdonare. Allo stesso tempo lei ci testimonia che addirittura tra un giudice e un condannato può nascere un rapporto di riconciliazione.

Nessuno sa neanche se Occhipinti ha cercato i familiari della vittima per avere un dialogo con loro, o viceversa, o se gli è stato rifiutato. Neanche io sono andato a cercare ogni singola persona che ho condannato, quello che è successo a me è successo per una serie di circostanze molto particolari. Ogni singola storia ha il suo percorso.

Ma cosa può far scattare la scintilla del perdono e della riconciliazione? Altrimenti si resterà sempre muro contro muro.

Certamente attivarsi per incontrare i familiari della vittima è una delle componenti positive, meglio sarebbe stato il contrario. Nel caso dei terroristi e dei familiari delle vittime si è assistito a un fenomeno in cui c’è stata un’azione collettiva da entrambe le parti, e questo ha propiziato l’incontro, ma è stato un contesto molto particolare, circoscritto ad anni particolari, che ha facilitato quanto accaduto.

Che ne pensa della pena dell’ergastolo? In molti ne chiedono l’abolizione, anche papa Francesco lo ha fatto capire più volte, in fondo è una sorta di condanna a morte, o no?

Uno dei primi atti di Papa Francesco fu l’abrogazione dell’ergastolo nella Città del Vaticano e ha fatto capire diverse volte di essere contrario. Personalmente sono ancora perplesso sulla radicale abrogazione. Sono favorevole a mantenere l’ergastolo aumentando la flessibilità durante l’espiazione.

Cioè?

Di fronte a delitti come le stragi terroristiche o omicidi di particolare efferatezza, dove c’è è un piano a tavolino per uccidere donne e bambini, è difficile dire niente ergastolo, bastano 28 anni di reclusione, è difficile da far accettare a una sensibilità di tipo medio, e la legge deve sempre guardare all’uomo medio, non al santo.

Quindi?

Diciamo che sarei favorevole a conservarlo, aumentando la possibilità di concedere la libertà anche prima di quanto la legge prevede oggi. Sono invece nettamente contrario all’ergastolo ostativo, dove viene negata al condannato alcuna possibilità di sconto della pena. Quello è la morte civile, perché toglie al condannato ostativo qualsiasi incentivo a farsi diverso da come era: come posso diventare un altro uomo se sono condannato a morire qua dentro?

(Paolo Vites)

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