GENOVA CITTA’ MARTIRE/ Il nostro Ponte di Brooklyn dei poveri ora non c’è più

- Paolo Vites

A Genova è crollato il Ponte Morandi. Per il capoluogo ligure è una nuova tragedia dopo altre che si sono succedute nel tempo. Una città martoriata, ricorda PAOLO VITES

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Il ponte Morandi prima della recente demolizione (LaPresse)

“Oh Dio santo oh Dio santo oh Dio santo… Porca putt… sto male oh Dio mio…”. Sono le parole di un automobilista che ha filmato il crollo del Ponte Morandi, fermatosi poco prima. Sono le parole che dicono tutto della tragedia di ieri a Genova: spavento, rabbia, invocazione. Quell’uomo, un nulla davanti al dramma immane che si è appena consumato, invoca un Dio magari mai prima invocato, bestemmia, trema di paura. Ci sta dentro tutto in quei momenti, in cui scompariamo davanti alla potenza devastante della natura o al crollo delle torri di Babilonia dell’essere umano, che arditamente costruisce, per il bene di tutti, costruzioni che non resistono: all’incuria, al materiale stesso, a chissà cosa.

Era il nostro Ponte di Brooklyn dei poveri, così lo chiamavamo. Da piccolo, quando lo attraversavo con mio papà, mi faceva paura, mi sembrava immenso con quelle arcate che da nessuna parte si potevano vedere di così alte. Da ragazzi era la nostra sfida, era l’avventura, era un orgoglio non sopito: noi liguri, nonostante facciamo finta di tenerci dentro tutte le emozioni, amiamo orgogliosi la nostra terra. Venendo da Levante lo attraversavamo per andare a Ponente dagli amici, dalle ragazze, dalle notti in spiaggia e dal divertimento. Attraversarlo voleva dire sentirci come i nostri miti americani. Anche adesso, venendo invece da Milano, eccolo apparire laggiù in fondo, la prima cosa che vedi dopo le gallerie: sembra adagiato sul mare, è la porta verso l’infinito orizzonte, diventa il nostro Golden Gate.

Adesso non c’è più, ennesima catastrofe della città del martirio, Genova, la Superba. Martoriata dalle alluvioni, la gente che da decenni muore negli scantinati o nelle macchine, e adesso muoiono sopra, dentro e sotto quel ponte. Se non ci sarà mai pace per questa città non vuol dire che la Superba ogni volta non sia riuscita a risorgere.

Genova è un mistero anche per i genovesi. “Genova schiacciata sul mare sembra cercare respiro al largo verso l’orizzonte, Genova repubblicana di cuore, vento di sale, d’anima forte”, cantava Francesco Guccini. “Genova e i suoi svincoli micidiali”, aggiungeva De Gregori, che quella autostrada che si snoda in mezzo alle case fa paura. Lo svincolo per l’aeroporto che appare all’improvviso dopo una galleria e in curva, che se non lo sai passi oltre oppure inchiodi rischiando di schiantarti. Genova è una sfida tra la vita e la morte, dove ci hanno messo mano le amministrazioni varie, l’ultima l’alluvione di qualche anno fa, il sindaco della città condannato a cinque anni per omicidio colposo, e chi ha costruito in passato palazzi di dieci piani nel letto dei torrenti.

Il ponte di Brooklyn costruito col ferro, il Golden Gate con l’acciaio, questo con il cemento. E allora? La manutenzione a questo ponte non è mai mancata, lo posso dire per le parolacce che tiravo ogni volta che lo attraversavo, le code che si formavano per i lavori in corso. Genova non è una città per tutti, lo sapeva bene Paolo Conte quando cantava “Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi prima di andare a Genova, e ogni volta ci chiediamo se quel posto dove andiamo non ci inghiotte e non torniamo più”. Genova, con il suo centro storico più grande d’Europa, che è rimasto come mille anni fa: carrugi minuscoli dove non batte mai il sole, africani, arabi, russi, come in ogni porto che si rispetti, via di comunicazione col mondo, puzzolenti, sporchi, affascinanti dove si ha paura ma si resta anche a bocca aperta.

Qua il tempo si è fermato, nelle meravigliose cattedrali che sbucavano da un vicolo in mezzo alle casette, nascoste, umili, ma presenza di carne e sangue, come la bomba sganciata dagli americani che è ancora là dentro mai esplosa. A Genova le case non sono state rase al suolo per far posto a brutte piazze moderniste come le casette che circondavano in un abbraccio il Duomo di Milano.

I social sono pieni di rabbia e urla di vendetta: contro chi? È il prezzo della civiltà da pagare, le opere fatte per rendere migliore e più facile la vita della gente? Un po’ di morti e il ponte verrà ricostruito. È così che funziona? Non lo so. 

Genova città martire perché in quel fazzoletto di terra lotta per sopravvivere. Genova che io piango, per l’ennesima volta. E quel grido che rimane nell’aria: “Oh Dio Santo oh Dio santo”… Dio non ha mai lasciato sola Genova, non lo farà neanche questa volta.

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