Cristiani praticanti più felici degli atei/ Lo studio: “vita di chiesa, meno inclini ad alcol e fumo”

Un sondaggio dice che le persone con una vita religiosa attiva sono più felici: il dato e le “conseguenze” nella quotidianità

05.02.2019 - Paolo Vites
Piazza San Pietro
Basilica di San Pietro, foto Lapresse

Uno studio del Pew Research Center condotto in 26 paesi al mondo i cui risultati sono stati resi noti lo scorso 31 gennaio, dimostrerebbe che i cristiani praticanti e attivi in opere varie sono più felici dei non credenti e dei cristiani non praticanti. Le persone che sono attive in una comunità religiosa tendono ad essere più felici e più coinvolte nella società rispetto ai membri della chiesa non confessionale o passivi. Ci sono differenze anche a livello fisico: i cristiani attivi fumano e bevono di meno anche se non pensano di godere in modo particolare di buona salute. La ricerca ha poi identificato un collegamento tra la presenza regolare in chiesa e l’impegno civico, cosa che, conoscendo i cattolici italiani, sembra alquanto curiosa. Ma sempre secondo la ricerca, i praticanti votano in modo regolare. La semplice affiliazione religiosa, secondo lo studio, porta le persone a un grado più elevato di felicità o impegno civile. In Germania, il 30 percento dei fedeli che frequenta regolarmente la chiesa si classificano come “molto felici” nella vita. Per i membri non attivi della chiesa, il dato scende al 24 percento. Negli Stati Uniti ben il 36% dei fedeli regolari afferma di essere molto felice. C’è anche una chiara tendenza riguardo al comportamento elettorale in Germania: il 77 percento dei praticanti che vanno in chiesa almeno una volta al mese vota regolarmente anche alle elezioni federali.

MENO INCLINI A TABACCO E ALCOL

Le persone che sono attive in una comunità religiosa, si legge, fumano meno tabacco e bevono meno alcol rispetto alle persone non credenti. In Germania, ad esempio, l’87% dei cittadini religiosi attivi non fuma regolarmente. Per le persone che sentono di appartenere a una religione ma non frequentano regolarmente i servizi ecclesiastici, è il 69%. Gli atei sono il 65%. In realtà lo studio non è in grado di spiegare il collegamento tra il frequentare in modo attivo una chiesa, una sinagoga o una moschea l’impegno civile. Non ci sono prove che le persone che frequentano un servizio religioso abbiano automaticamente una vita migliore. Lo studio, durato dieci anni, ha analizzato le persone utilizzando otto diversi indicatori. Ha diviso gli intervistati in tre gruppi: le persone che si identificano con un gruppo religioso e frequentano un servizio religioso almeno una volta al mese sono considerate “attivamente religiose”. Di conseguenza, i “religiosi inattivi” sono persone che rivendicano un’identità religiosa ma che vanno in chiesa meno di una volta al mese. Le persone non religiose non si identificano con nessuna religione organizzata.



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