CHRIS STEVENS/ Chi era l’ambasciatore americano ucciso in Libia

- La Redazione

Il ritratto dell’ambasciatore americano ucciso stanotte in Libia dopo l’attacco dei fondamentalisti islamici. Era un esperto di mondo arabo e aveva lavorato sempre in Africa e Medio Oriente

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Chris Stevens, foto InfoPhoto

Stati Uniti sotto attacco: l’ambasciatore americano in Libia è rimasto ucciso questa notte insieme a tre dipendenti del corpo diplomatico all’interno del consolato di Bengasi. Le cause della morte sono dovute ad asfissia causata dal fumo dell’incendio appiccato all’edificio stesso. Il tragico episodio è stato causato da un attacco scatenato da manifestanti infuriati, sembra, per un film giudicato blasfemo per la religione islamica. Nel pomeriggio di ieri analoghi incidenti si erano verificati anche nella capitale egiziana e anche lì si era cercato di attaccare l’ambasciata americana. Il regista del film, intitolato “Innocence of muslims” infatti è israelo-americano e il finanziatore del progetto è il noto predicatore americano che in passato bruciò una copia del Corano, scatenando analoghe violenze. Un gesto, quello di questa notte, che ha fatto immediatamente innalzare l’asticella della sicurezza in tutte le ambasciate americane del mondo e che il presidente americano ha fortemente condannato. Secondo altre fonti invece la morte dell’ambasciatore è stata rivendicata da Al Qaeda come vendetta per la recente uccisione del numero due dell’organizzazione terroristica. Chris Stevens aveva 52 anni: era nato in California laureandosi all’università di Berkeley. Aveva cominciato il suo mandato diplomatico a Tripoli lo scorso 26 maggio, subito dopo la fine del regime di Gheddafi. Durante la cruenta guerra civile che aveva portato all’uccisione del dittatore libico aveva svolto il ruolo di rappresentante americano presso il Consiglio nazionale di transizione. Suoi precedenti incarichi diplomatici lo avevano visto impegnato sempre in Africa e anche nel Medio Oriente. Era stato inviato a Riad, al Cairo, a Damasco e a Gerusalemme. Parlava il francese e l’arabo oltre alla sua lingua, l’inglese. Da giovane aveva insegnato la lingua inglese in Marocco come volontario dei Peace Corps. Secondo le sue parole, l’opportunità di lavorare in Libia era per lui una occasione di ritenersi fortunato, potendo partecipare “a questo incredibile periodo di cambiamento e di speranza per la Libia”. Purtroppo per lui e per i suoi familiari ha pagato con la vita il suo entusiasmo e questo cambiamento che al momento è ancora tutto da realizzare.

Al momento c’è la massima tensione internazionale: non è dato sapere infatti se si ripeteranno analoghe manifestazioni di violenza contro rappresentanti americani.



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