IL CASO/ Se la vera bomba è quella del nostro “capitalismo” di provincia

Alcoa, oggi a Roma ci sarà una manifestazione degli operai. Saranno almeno in 600 per protestare sotto il ministero dello Sviluppo. Ma chi o che cosa è realmente in crisi? ALESSANDRO BANFI

10.09.2012 - Alessandro Banfi
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I cattivi giornalisti scriverebbero che la situazione è esplosiva. Al di là delle battute (comunque meglio sdrammatizzare in questi casi), il ritrovamento del falso ordigno piazzato ai piedi di un traliccio di Terna non distante dall’impianto dell’Alcoa di Portovesme, in provincia di Carbonia Iglesias, in Sardegna “è un messaggio inquietante”, come ha detto il ministro degli Interni Cancellieri. Oggi a Roma ci sarà un’importante manifestazione degli operai. Saranno almeno in 600 per protestare sotto il Ministero dello Sviluppo. C’è tensione, anche alimentata dall’ “atto dimostrativo”, ma purtroppo radicata in una situazione sociale non facile. La multinazionale americana, proprietaria dello stabilimento sardo, ha deciso di chiudere e ha iniziato a spengere i forni.  L’energia in Italia costa troppo e non è possibile ottenere sconti, più o meno mascherati, senza incorrere nelle sanzioni della Comunità Europea. Sembra incredibile, ma l’acciaio europeo viene fabbricato in Germania in un regime economico vantaggioso e senza impatto ambientale devastante (come capita a Taranto, all’Ilva).

In questa situazione sociale, la violenza (che non risolve nulla, che alla fine danneggia i lavoratori) fa però capolino nell’angoscia di uno scontro sociale, dove non si vedono possibili soluzioni. Stretti come sono, i lavoratori, nella morsa di un assistenzialismo ormai impossibile e di un capitalismo provinciale arretrato, avido e arruffone. È un bivio terribile quello che hanno di fronte gli operai sardi ed è un bivio che non può essere trascurato perché riguarda la democrazia, per questo l’interesse è generale. Un passaggio cruciale della crisi economica europea sta infatti in un cambiamento repentino di una intera cultura industriale: l’impresa italiana può continuare ad esistere ed essere competitiva se da una parte si libera dalle facilitazioni stataliste e dall’altra ritrova il gusto del rischio. Certo, la nostra economia finora ha penalizzato l’intrapresa ed ha favorito il reddito, il monopolio, il privilegio. Persino il sindacato è entrato in contraddizione difendendo ad oltranza il posto di lavoro, piuttosto che il lavoro stesso, e anche la salute. 

Il Governo Monti, e fanno bene a chiederlo stamattina i lavoratori sardi a Passera e c, deve ora indirizzare i suoi sforzi sul lavoro. È la disoccupazione il nuovo fronte di emergenza. Dopo aver vinto, in certo senso, la battaglia sullo spread e sula difesa del sistema monetario e bancario, bisogna che l’esecutivo ingaggi una seconda importantissima battaglia sulla impresa e sulla crescita. E’ vero, non sarà facile trovare una soluzione per l’Alcoa. Così come per l’Ilva. Ma al di là delle singole vertenze, qui si tratta di rivedere tutto un sistema che fino ad oggi, con le leve che lo Stato ha, cioè il fisco e la burocrazia, ha finito per incoraggiare di gran lunga gli investimenti finanziari rispetto all’impresa.

Immaginate di avere oggi 10 milioni di euro. Buttare dentro queste risorse per un qualsiasi tipo di impresa sarebbe molto meno conveniente che comprare quote di fondi o titoli di Stato o anche semplicemente una casa. Perché? Perché chi crea lavoro deve fare una corsa ad ostacoli, affrontare un percorso di guerra? Finché l’Italia non uscirà da questa situazione sarà difficile parlare di ripresa, di crescita, di uscita dal tunnel. Detto questo, il ricatto della violenza, di piazza o peggio para terroristica, è sempre inaccettabile e molto pericoloso. Il dramma della mancanza di occupazione è una cosa troppo seria perché diventi il pretesto di una nuova stagione di scontri e attentati. Anche se purtroppo nel nostro Paese, da Tarantelli a D’Antona, a Biagi, la follia terroristica si è abbattuta storicamente proprio su questo delicatissimo campo. Che chiede dunque ancor più vigilanza democratica, come si diceva una volta.

 

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