CULTURA/ Da Kagge a Pascal e Confucio, il silenzio non è (più) una rinuncia

- Alessandro Burrone

Da Kagge a DeLillo abbondano in libreria i libri o viatici sul silenzio, che è tornato d’attualità. Perché non si può “spiegare tutto a parole”

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Se c’è qualcosa di cui non è possibile parlare, è il silenzio. Eppure, negli ultimi anni, ripetutamente e dalle più diverse voci sono venuti inviti a recuperare, valorizzare il nostro rapporto con il silenzio.

Abbondano in libreria i libri o viatici sull’argomento. Si pensi al noto bestseller dello scrittore ed esploratore norvegese Erling Kagge, intitolato appunto Silenzio, del quale oltre all’autorevole messaggio che ne abbiamo davvero bisogno (è uno che ha “dovuto camminare per moltissimi chilometri” per sapere che “è possibile trovare il silenzio ovunque”), mi è rimasto quell’haiku di Bashō sulla rana che salta in uno stagno, che può valere come minima introduzione alla poesia. Come il suo libro lo è, tra l’altro, per alcuni autori da riscoprire, quali Wittgenstein (torna in mente poi quella scena stupefacente dell’incontro con una balena, durante un viaggio in barca a vela nell’oceano Pacifico meridionale). E che insomma, non si può “spiegare tutto a parole”.

Fino a qualche tempo fa, passeggiando per i banchi delle novità in libreria si sarebbe potuto sfogliare una Storia e pratica del silenzio, curata da Remo Bassetti (Bollati Boringhieri, 2019), dove l’autore sembra porre l’accento sulla pratica di un buon silenzio (in fondo si trova poi una sterminata bibliografia sul tema). Si pensi anche a quel piccolo e densissimo libretto di padre Giovanni Pozzi, Tacet (Adelphi, 2013). Da leggere insieme a un altro opuscoletto, fuori catalogo, dell’Abate Dinouart: L’arte di tacere, Sellerio). E anni fa, la Biografia del silenzio del sacerdote madrileno Pablo d’Ors fu una delle più entusiasmanti letture del periodo. Ma basterebbe pensare all’ultimo titolo dello scrittore americano Don DeLillo, incentrato appunto su Il silenzio, per capire che esso è tornato di attualità.

Per quanto riguarda la filosofia, c’è a proposito un recente breve saggio sul rapporto tra testimonianza e verità di Giorgio Agamben (Quando la casa brucia: dal dialetto del pensiero, Giometti&Antonello, 2020), che varrebbe la pena di menzionare. In esso il filosofo va al cuore della problematica intorno alla relazione tra oggetto di conoscenza e soggetto, tra conoscenza e prassi.

“La verità della testimonianza – scrive Agamben – non dipende da ciò che dice, ma da ciò che tace, dal fatto che essa porta alla parola un ammutolire. Testimone è colui che parla unicamente in nome di un non poter dire. […] La sua testimonianza è vera nella misura in cui fa esperienza dell’impossibilità di enunciare la verità in una proposizione”.

E poi: “Questo significa che il testimone non  è il soggetto della conoscenza. La verità che è in questione nella testimonianza non può mai darsi come tale alla coscienza intenzionale, il cui sapere si articola necessariamente nella forma di un discorso che dice qualcosa su qualcosa. La testimonianza comincia quando il soggetto della conoscenza ammutolisce. L’esperienza che sigilla le labbra del soggetto dischiude quelle del testimone. […] E proprio il suo ammutolire a costituire la possibilità della testimonianza”.

Formulando così un valido assioma: “La verità non può avere la forma di una proposizione vera: verità è soltanto ciò di cui si dà testimonianza”.

Il discorso di Agamben apre quindi ad una concezione del rapporto fra uomo (soggetto), mondo (oggetto) e parola (conoscenza) che si direbbe lontano da quella che solitamente abbiamo. Essa infatti cambia la gerarchia delle nostre usuali priorità: l’inazione prima dell’azione, il silenzio contemplativo prima delle parole e delle opinioni, un recupero del valore della solitudine.

Questa riflessione sembra, infine, andare in una direzione lontana negli anni e nello spazio. È di fatti nei dialoghi di Confucio che si trovano forse fra i più significativi passi riguardo questa stessa concezione tra conoscenza e prassi. L’ultimo, lapidario, dei Detti di Confucio (XX, 3) ne è un esempio: “Chi non capisce le parole non sa capire gli uomini”. In un commento alla traduzione che sto utilizzando, quella di Simon Leys, quest’ultimo sottolineava: “il senso e la funzione del linguaggio sono uno dei grandi temi del pensiero confuciano” (tanto che, al detto XIII, 3, si arriva addirittura a dire che il governo stesso di un paese dipenderebbe da questo, dal “rettificare i nomi”).

L’aneddoto più esemplificativo tuttavia in questo senso si trova nei primi capitoli (II, 12). Leys stesso lo riporta, in conclusione all’Introduzione della sua traduzione dei Detti, deducendo da questo una massima di vita vicina peraltro a quella a cui è giunto l’esploratore svedese:

“L’essenziale è al di là delle parole: tutto quello che può essere detto è superficiale. […] Come lo spazio vuoto in un dipinto  –  che concentra e irradia tutta l’energia interna al quadro – il silenzio di Confucio non è una rinuncia o una fuga; conduce a un impegno più profondo e serrato nella vita e nella realtà. Giunto al termine della carriera, Confucio disse un giorno ai suoi discepoli: ‘Vorrei non parlare più’. I discepoli rimasero sconcertati: ‘Ma, Maestro, se voi non parlate, come potremo noi, nel nostro piccolo, trasmettere un qualsiasi insegnamento?’. Confucio rispose: ‘Parla forse il Cielo? Eppure le quattro stagioni seguono il loro corso e le cento creature continuano a nascere. Parla forse il Cielo?’”.

Kagge ha del resto avuto un altro merito, ed è quello di aver riscoperto Blaise Pascal. Come si legge in una delle tante folgoranti intuizioni di cui sono cosparse le lezioni di letteratura inglese e francese di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Mi sono riletto circa la metà delle Pensées; e davvero preferisco tacere. ‘Seul le silence est grand, tout le rest est faiblesse’”.

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