PAOLO VI/ Benedetto XVI nelle terre di Montini, il papa “grato di essere bresciano”

In occasione della visita di Sua Santità Benedetto XVI GISELDA ADORNATO ripercorre la vita di Papa Paolo VI e il suo rapporto con la città lombarda

07.11.2009 - Giselda Adornato

L’8 novembre Benedetto XVI compirà una visita a Brescia: al mattino celebrerà la messa in piazza Paolo VI e nel pomeriggio si porterà a Concesio, paese natale di Paolo VI, in Valtrompia, a 8 km. dal capoluogo, dove inaugurerà la sede dell’Istituto internazionale di studi e documentazione Paolo VI che, dall’anno della sua fondazione, il 1979, si trovava presso il Centro pastorale di Brescia e adesso risiederà in un modernissimo complesso posto accanto alla casa della famiglia Montini. La visita del papa sarà quindi segnata dalla memoria del predecessore; vale la pena, allora, per meglio comprendere la ricchezza di questa occasione pastorale, ricordare i molteplici legami di Paolo VI con il suo territorio.

L’attaccamento alla famiglia, alle radici del mondo cattolico bresciano, agli educatori di quella terra, è un elemento fondamentale lungo tutta l’esperienza di Giovanni Battista Montini. Da pontefice, nelle diverse occasioni in cui incontra in Vaticano i bresciani, ammette con dispiacere e rimpianto di essere da troppo tempo lontano dalla sua città, tanto da sentirsi, dice nel 1970, come «un dormiente per lunghi anni, il quale, ridestatosi, s’accorge che tutto è cambiato d’intorno a lui, crede di ritrovarsi nella scena di quando il sonno lo prese e si meraviglia di non riconoscere più né le persone, né l’aspetto delle cose da cui si vede circondato; si sente forestiero in casa propria, e avverte l’opera divoratrice e generatrice del tempo. Labuntur anni. Manchiamo da Brescia, si può dire, da cinquant’anni. La Nostra memoria si è fermata al periodo della giovinezza[…]».

Giovanni Battista Montini nasce a Concesio il 26 settembre 1897; il padre, avvocato Giorgio (1860-1943), è uno tra i più importanti esponenti del movimento cattolico bresciano dell’epoca; a soli 21 anni diviene direttore de «Il cittadino di Brescia»; è uno dei fondatori del Partito Popolare e deputato aventiniano. La mamma, Giuditta Alghisi (1874-1943) – anch’ella impegnata in opere di carità e presidente delle Donne Cattoliche del capoluogo – è nativa della frazione di Verolavecchia; le vacanze della famiglia trascorrono tra quest’ultimo paese e Concesio, nella casa di campagna della famiglia Montini. Battista, come viene sempre chiamato dai familiari, è cagionevole di salute per uno scompenso cardiaco, poi superato, e trascorre nel clima salubre di Concesio anche lunghi periodi negli anni della prima guerra mondiale, quando frequenta da esterno il Seminario bresciano. Così si intende il significato della lapide che si legge sul muro della casa di Concesio: «II 26 settembre dell’anno 1897 in questa casa nacque Giovanni Battista Montini elevato al sommo pontificato con il nome di Paolo VI. Annunciò al mondo la civiltà dell’amore che fanciullo apprese fra queste mura». Lo stesso Paolo VI, il 4 luglio 1978, quattro settimane prima di morire, scrive al cugino Vittorio Montini: «Il nostro antico Concesio, indimenticabile, e con queste care e pie memorie quelle delle Persone veneratissime, che ci attendono nella comunione dell’eternità: oh! quanto sempre mi sono presenti, e come ormai le sento vicine».

 

La vita quotidiana dei Montini si svolge invece a Brescia, in via Trieste 37 e, dal 1907, in via delle Grazie, vicino al santuario della Madonna delle Grazie, dove don Battista celebrerà la sua prima messa (e che oggi è sede della vicepostulazione diocesana della causa di beatificazione del servo di Dio Paolo VI). A Brescia Battista, nel giugno 1907, riceve la prima comunione presso le suore di Maria Bambina; e poi la cresima nella cappella del Collegio “Cesare Arici”, all’epoca retto dai gesuiti, nel quale frequenta – fra il 1902 e il 1913 – le scuole elementari e ginnasiali; nel 1916 ottiene la licenza liceale come privatista nel Liceo classico statale “Arnaldo da Brescia”. Nell’ottobre, in piena guerra, come già detto, entra da esterno nel Seminario cittadino.

In questi anni, una grande cerchia di parenti, amici, educatori, trasmette al giovane una fede libera, forte e leale e un grande attaccamento alla Chiesa e al papato. Brescia vive un momento di impareggiabile fervore nell’impegno educativo, sociale e religioso dei cattolici; ma già fin dalla seconda metà dell’800 il laicato cattolico bresciano è fra i più organizzati. Al centro vi sono la formazione religiosa e la preoccupazione educativa, con il Circolo della gioventù cattolica dei ss. Faustino e Giovita, nel quale si formano Giuseppe Tovini (oggi beato) e Giorgio Montini; sono diffusi gli esercizi spirituali per laici; e le sorelle Elisabetta e Maddalena Girelli (delle quali è aperto il processo di beatificazione) rifondano la Compagnia di s. Angela Merici. Si stampano diverse testate popolari e per le donne; sono attive le Casse rurali e artigiane e la Banca San Paolo, fondate dal Tovini. Questa vivace diocesi negli anni giovanili di Montini è guidata dai vescovi Giacomo Corna Pellegrini (1827- 1913) e Giacinto Gaggia (1847-1933), entrambi grandi sostenitori di questi sacerdoti e laici impegnati; mons. Gaggia segue da vicino l’itinerario formativo di Montini, con dottrina, umanità e spiritualità. Sotto i loro episcopati nascono la rivista «La Madre Cattolica», il settimanale «Pro Familia», la tipografia Queriniana, il Pio Istituto dei poveri artigianelli, l’Editrice La Scuola – diretta per cinquant’anni da mons. Angelo Zammarchi, il sacerdote che pronuncia l’omelia alla prima messa di Montini – e, nel 1925, l’Editrice Morcelliana, ad opera di Fausto Minelli, Alessandro Capretti, Mario Bendiscioli, e degli oratoriani Carlo Manziana, Giuseppe Cottinelli, Giulio Bevilacqua. Questi cattolici non si fermano neppure sotto il fascismo, ma – pur non avendo più il loro quotidiano e i loro circoli – continuano la formazione delle coscienze all’interno dell’Editrice Morcelliana, avendo come riferimenti i grandi pensatori cattolici come Romano Guardini e Jacques Maritain.

 

 

 

Le abitazioni di città e di campagna dei Montini sono una fucina di tutto questo movimento cattolico; importantissima per la formazione di Battista è soprattutto l’assidua presenza all’Oratorio della Pace, gestito dai religiosi filippini e tuttora fiorente; per tutta la vita resterà legato in particolare a p. Bevilacqua, che ospiterà a Roma nella sua casa a cavallo degli anni ‘20 e ‘30, quando è ricercato dai fascisti, e che da papa eleverà al cardinalato; e a p. Paolo Caresana, che sarà suo confessore. Frequentare la “Pace”, come viene chiamata dai bresciani, significa ricevere una fede fiera ed impegnata che si declina in opere catechetiche e di carità: Battista è prefetto della congregazione mariana, diffusore della buona stampa, educatore; ma fa anche parte delle Conferenze di s. Vincenzo, distribuisce la minestra ai poveri durante la guerra… Diverse esperienze, tutte nella prospettiva dell’apostolato, la più importante delle quali è la costante collaborazione al periodico «La Fionda», espressione di un cenacolo di amicizie spirituali di cui Montini è guida morale, che promuove una religione vissuta come sorgente del rinnovamento della società dopo la tragedia della grande guerra: è «l’anima fiondista», che sarà spenta solo dal fascismo, con la soppressione del giornale nel 1926. Nei luoghi della giovinezza montiniana va segnalato anche Chiari, a pochi chilometri da Brescia, dove Giovanni Battista incontra una comunità di monaci benedettini, che lascia un segno forte nel suo spirito e influisce sulla sua vocazione.

Il 29 maggio 1920 mons. Giacinto Gaggia lo ordina sacerdote nella cattedrale di Brescia; don Battista pensa al proprio futuro come prete in cura d’anime in parrocchia. Ma l’anno successivo viene trasferito a Roma, dove inizia gli studi accademici… A Brescia non vivrà più e vi tornerà solo per periodi sempre più brevi, in visita alla famiglia; o in occasioni pastorali, durante il periodo dell’episcopato milanese. Ma gli rimane sempre un grande affetto per quel mondo, venato da una punta di nostalgia. Tant’è che, ricevendo una rappresentanza di bresciani nel 1972, Paolo VI evoca «tante persone degnissime incontrate a Brescia nel primo periodo della nostra vita; sacerdoti ammirabili, laici valorosissimi ed esemplari, Istituzioni operanti in stile di milizia e di carità cristiana, atmosfera di fede e di azione impregnata di non comune spirito di sincera pietà religiosa e di virili sentimenti civili e sociali. […] la sana e profonda religiosità, che nella fede cattolica trova la sorgente ed il vigore delle caratteristiche virtù bresciane, la franchezza specialmente e la bontà». E conclude: «Questo papa è grato a Dio e riconoscente a voi d’essere bresciano».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori