IDEE/ Robert Spaemann: la scienza è un bene, ma l’uomo non smetta mai di contemplare

Senza credere in Dio, dice il filosofo tedesco ROBERT SPAEMANN, l’uomo ci perde: è meno libero. Perché ne va della ricerca della verità e del suo fine e dunque dell’io stesso che domanda

18.12.2009 - int. Robert Spaemann
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Ieri era l’ateismo materialista, nelle sue varie colorazioni ideologico politiche. Più tardi è stato l’indifferentismo religioso ad attaccare la credenza dell’uomo in Dio. Ma la persona non ha mai smesso di interrogarsi sul senso di tutto. Senza credere in Dio, dice il filosofo tedesco Robert Spaemann, l’uomo ci perde: è meno libero. Perché ne va della ricerca della verità e del suo fine e dunque dell’io stesso che domanda. Ma è il cristianesimo la risposta definitiva alla ricerca, «non solo perché ipotesi di un altro mondo o di un’altra visione della realtà – dice Spaemann – ma perché la Verità si è fatta carne».

 

Da chi viene oggi il vero attacco contro Dio e la religione?

In ogni tempo della storia ci sono state cause e motivi diversi che hanno provocato le più svariate domande circa l’esistenza di Dio. Sebbene in molti lo sostengano, oggi il problema non mi sembra che riguardi come l’uomo possa venir liberato dagli obblighi della religione. In realtà la maggior parte delle persone, più o meno inconsapevolmente, fa esperienza di una minaccia della propria libertà da parte della scienza e della tecnologia. Le scienze naturali hanno sempre di più espanso il loro dominio negli ambiti della vita delle persone.

 

Il progresso delle scienze sperimentali non è “innocente”?

Purtroppo i mezzi di questo dominio sono anche mezzi di potere sull’uomo e, soprattutto, del potere di uomini su altri uomini. Tale dominio sull’uomo ha raggiunto oggi confini enormi e minacciosi, come la possibilità che abbiamo, o presto avremo, di incidere geneticamente sul profilo biologico di una persona. Oppure pensiamo alle neuroscienze il cui principale intento è quello di dimostrarci che la nostra libertà e il nostro libero arbitrio sono un’illusione. Le estreme conseguenze di questa logica potrebbero portarci a imprigionare tutti coloro il cui profilo genetico e neurologico descrive come potenziali criminali.

 

E come entra in gioco Dio?

La fede in Dio in questo contesto equivale alla libertà dell’uomo. Libertà intesa come ricerca della verità. In questa ricerca l’Illuminismo ha cercato di sostituire totalmente la fede con la ragione, ma proprio qui risiede il grande errore dell’Illuminismo: l’aver negato a priori la validità della fede come elemento per raggiungere la verità. Come ultima conseguenza lo scientismo ha contestato poi il fatto che la ragione abbia a che fare con la verità, circoscrivendo la ragione a un ambito puramente empirico. Mentre è la fede, come apertura alla realtà, l’unica vera compagna della ragione.

 

In queste sue risposte si avverte l’eco della critica che Horkheimer e Adorno fecero nei confronti dell’Illuminismo (cfr ilsussidiario.net 18-3-2009). Come spiega però la coesistenza dei dogmi dello scientismo e dell’assenza di verità proclamata dal relativismo?

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Come dicevo, lo scientismo riduce la ragione a un solo ambito circoscritto. Una verità che valga per tutti è negata anche dallo scientismo. In questo modo lo scientismo si può conciliare con il relativismo. Nietzsche è stato il primo a portare agli estremi la conseguenza di questo ragionamento. Se non c’è Dio e non c’è la Verità possono esistere solo le prospettive di ogni singola persona. Non esiste una prospettiva “universale”. E Rorty, neopragmatico, lo ha ribadito sinteticamente: “desiderare la verità significa credere in Dio, infatti non c’è la verità”. Naturalmente è vero che lo scientismo pretende per sé che le proprie tesi siano verità. Il suo successo viene nutrito dai passi avanti che quotidianamente fa la scienza. Utilizza i progressi scientifici per propagandare l’illusione che la scienza sappia totalmente definire l’uomo.

 

Nel suo recente discorso al convegno della Cei lei si domanda «di quale tipo è la realtà del passato, l’eterno essere vera di ogni verità». E pone la questione come obiezione al relativismo. Potrebbe spiegare la centralità di questo ragionamento?

 

Il passato rimane vero così come questa intervista è stata fatta e rimarrà tale per milioni di anni, per sempre. Questa di primo acchito è una risposta al relativismo. Perché nessuno potrà negare che ci sia stata: c’è stata punto e basta. Ma qui scatta il vero problema dell’interpretazione soggettiva. Oggi siamo propensi come mentalità comune a pensare che un evento è accaduto per come lo si è vissuto. Se si fosse conseguenti una persona potrebbe dichiarare «ho mal di testa» e quindi un’altra iniziare a contraddire dicendo: «per come ti sento io, non hai mal di testa». In realtà perdiamo così di vista il fatto in sé, l’evento. In questo senso la mia domanda punta alla verità innegabile sulla natura di un evento, di qualcosa che è accaduto.   

 

A proposito di mentalità comune. Nel suo ultimo libro lei punta il dito in particolare contro Rousseau nell’evidenziare gli errori della modernità.

 

In realtà la mia opinione su Rousseau non è del tutto negativa. In lui indico piuttosto la sintesi dell’uomo moderno, l’esaltazione della soggettività di cui parlavo anche prima. E la stessa figura di Rousseau è percepita soggettivamente. Egli è sia un eroe della rivoluzione sia della controrivoluzione; per qualsiasi lato lo si prenda può essere insignito come paladino. In questo senso Lévi-Strauss, recentemente scomparso, ha giustamente detto che Rousseau è il padre di tutti.

 

Quindi un modello, ma certamente non un’origine. A quali cause lei fa invece risalire il pensiero moderno?

 

 

Gli aspetti sono naturalmente molteplici. Se devo trovare però una radice comune sarei propenso a indicare l’abbandono totale della visione teleologica della realtà, la disillusione dal fatto che la realtà abbia un fine. Questa visione comincia già nel tardo Medioevo. Francis Bacon è il primo ad affermare che il considerare le cose per il loro fine non ci serve assolutamente a nulla. Thomas Hobbes sostiene che conoscere un oggetto significa sapere cosa ne dobbiamo fare se lo possediamo. Di qui è derivato l’abbandono del rapporto contemplativo con la realtà e il conseguente tentativo di dominarla da parte dell’uomo.

 

La scienza non ha alcun merito?

 

Tutt’altro. I meriti della scienza e della visione scientifica sono innegabili, hanno alleggerito di molto il lavoro e le sofferenze dell’uomo. Ma la pretesa scientistica di assurgere a unico tipo di conoscenza possibile ha messo da parte un altro tipo di rapporto con la realtà, altrettanto fondamentale.

 

Per quale motivo lei vede nella Chiesa Cattolica l’unica risposta alle minacce dell’epoca moderna nei confronti dell’umanità?

 

Bisogna fare chiarezza. Credo che molte persone vivano l’esperienza di un enorme malessere nei confronti del dominio della tecnica, nella perdita di valori e del senso dell’esistenza. Prima abbiamo parlato di Horkheimer. Ebbene io sono totalmente d’accordo con la critica da lui mossa nei confronti dell’Illuminismo, sposo quasi in tutto la sua visione. Il problema è che nel pensiero di Horkheimer non c’è terapia, non c’è soluzione. C’è l’“hotel abisso” a Francoforte, come diceva Ernst Bloch. La critica riguarda solo l’aspetto distruttivo. Il cristianesimo è la risposta non solo perché ipotesi di un altro mondo o di un’altra visione della realtà, ma perché la Verità si è fatta carne. È un fatto di cui la Chiesa rende testimonianza e che rende unica l’esperienza di risposta alle domande dell’uomo.

 

(Raffaele Castagna)

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