LETTERATURA/ Il cristianesimo mai tranquillo di Flannery O’Connor

L’opera e la personalità di Flannery O’Connor (1925-1964) sono stati al centro del simposio “Ragione, Fiction, Fede” svoltosi a Roma dal 22 al 24 aprile scorsi. ilsussidiario.net ne ha parlato con il professor RAFAEL JIMÉNEZ CATAÑO, professore ordinario di Retorica presso la Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce, che ha organizato il Convegno

25.05.2009 - int. Rafael Jiménez Cataño
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L’opera e la personalità di Flannery O’Connor (1925-1964) sono stati al centro del simposio Ragione, Fiction, Fede svoltosi a Roma dal 22 al 24 aprile scorsi. ilsussidiario.net ne ha parlato con il professor Rafael Jiménez Cataño, professore ordinario di Retorica presso la Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce, che ha organizato il Convegno.

Qual è, secondo lei, il principale insegnamento di Flannery O’Connor per un cristiano oggi?

Che il rapporto con Dio è avventuroso e molto più interessante di una vita calcolata a colpi di diritti e doveri. Il che non è minimamente un irrazionalismo: è la constatazione che siamo una libertà che si confronta con altre libertà, compresa quella di Dio.

Chi legge Flannery O’Connor è per forza ben lontano dallo stereotipo che vuole il credente ormai in possesso di risposte per tutto, e più lontano ancora da un’immagine idillica della vita cristiana, una specie di Arcadia senza spazio per il conflitto, dove nulla può diventare un vero problema. È qui che la O’Connor scuote i suoi lettori. C’è chi sente persino che lei sia crudele con i suoi personaggi. In realtà è l’irruzione della grazia in vite spesso mediocri, ridicole, vuote, a provocare quella violenza che ci sconvolge nei suoi racconti. Irruzione che lascia sgomenti, perché di solito i personaggi non cercavano né grazia né nulla di simile, e tuttavia sono proprio queste le condizioni perché a quella libertà di Dio l’uomo possa rispondere in piena libertà.

Nella narrativa della grande scrittrice è ben presente la tematica del male. Le sembra una caratteristica “cattolica” quella di saper guardare in faccia senza fuggire questo aspetto tenebroso dell’esistenza?

È un realismo che ha sempre caratterizzato le più grandi penne cattoliche. I cattolici sono stati a volte accusati di giustificare il male. Li si vorrebbero implacabili nel contrastare il male e si ha l’impressione che siano un po’ concilianti. Il motivo è a mio avviso la particolare attenzione che il cattolico ha come per istinto verso la persona. È più importante salvare la persona che schiacciare il male. Ma non schiacciarlo – per il rischio di sopprimere insieme l’uomo – non è giustificarlo. D’altra parte l’onnipotenza di Dio si manifesta non tanto nella cancellazione del male quanto nell’ottenere il bene anche a partire dal male. Non ci dovrebbe stupire che da qui venga tutto uno “stile” di rapporto con il bene e il male.

È caratteristica della Chiesa Cattolica la coscienza di essere una comunità di santi e di peccatori, dove in prima persona nessuno si sente appartenente alla prima categoria ma certamente chiamato ad essa. Non è una comunità di persone di buon gusto né l’insieme di coloro che hanno ormai eliminato ogni legame con il male.

Così come avvicinarsi alla vita della Chiesa non è l’effetto dell’essere buoni ma del desiderio di incontrare Dio, la descrizione della vita umana fatta da questa consapevolezza non può non confrontarsi con la realtà del male, e non là, lontano, fra “coloro che sono cattivi”, ma nel proprio cuore. Perché io, per sapere del male, non ho bisogno che mi raccontino l’Olocausto: mi basta la mia vita. Nel male fatto da altri resta sempre l’incognita dell’intenzionalità e della consapevolezza, il che non succede, per me, in quello fatto da me.

Quali sono stati i principali risultati del convegno da voi recentemente promosso?

Può sembrare una banalità, ma bisogna dire che Flannery non delude. Pur nella relativa brevità della sua opera, ci abbiamo girato in lungo e in largo per tre giorni, in sessioni plenarie (nove relazioni e relativi dibattiti) e tavole rotonde (diciassette), più tre eventi teatrali e uno cinematografico. Inoltre le conversazioni di corridoio, nel coffee break, nei pranzi, posso testimoniare che continuavano sull’argomento. E non abbiamo mai avuto l’impressione che tutto ciò fosse eccessivo, che fossimo arrivati ai limiti dell’interpretazione.

È stato anche bello fare esperienza in vivo della validità della O’Connor fuori del cristianesimo. Presenze islamiche, hinduiste e budhiste hanno tenuto a ricordarci che la luce offerta dalla scrittrice vanno ben oltre l’ambito della cultura cristiana.

Un esito non indifferente di questo convegno è stato riunire le voci che con più autorevolezza si occupano della vita e dell’opera della O’Connor: biografi, editori, presidenti di fondazioni e persino qualche parente e amico molto vicino. Si conoscevano, ma non si erano mai riuniti tutti, neanche negli Stati Uniti.

È presto in ogni caso per tirare conclusioni. Il materiale raccolto, che ora deve passato al vaglio per poi arrivare alla pubblicazione, è estremamente vario. Consiglio vivamente di visitare il sito del convegno (http://www.pusc.it/pec/conv2009/) perché sono molto illuminanti i titoli, le provenienze, le attività; ci sono poi gli abstract di tutte le comunicazioni e ora si stanno aggiungendo anche nuove informazioni multimediali su quanto abbiamo vissuto in quei giorni.

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