COMUNISMO/ Harry Wu, da Tien An Men al Meeting: vi racconto perché la Cina non ha futuro

HARRY WU, ha trascorso quasi vent’anni in un Laogai, un campo di concentramento cinese. Oggi è cittadino americano e ospite al Meeting di Rimini per l’anniversario di piazza Tien An Men. Ha raccontato a ilsussidiario.net l’attuale situazione del suo Paese

24.08.2009 - int. Harry Wu
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La sua storia somiglia a quella di tanti altri personaggi che abbiamo imparato a conoscere dopo la caduta del muro di Berlino. La differenza però sta nel fatto che il suo Paese, nonostante ci sia ancora chi cocciutamente lo nega, continua ad essere a tutti gli effetti un regime comunista, il più grande che sia mai esistito.

Harry Wu è nato 72 anni fa a Shangai in una famiglia benestante che gli ha consentito un’istruzione sopra la media e lo ha educato al cattolicesimo. Per questi “crimini”, con l’avvento di Mao e del Partito Comunista, sarà costretto a passare quasi vent’anni nei Laogai, i campi di concentramento cinesi. Qui farà esperienza degli effetti disastrosi del tanto proclamato “grande balzo in avanti” e della “rivoluzione culturale” compiuti dal proprio Paese a partire dal 1949.

Oggi Harry Wu è un cittadino USA, presidente della Laogai Research Foundation, opera che, oltre a conservare la memoria dei crimini compiuti dal partito comunista in Cina, continua instancabilmente a denunciare la drammatica situazione in cui versano i detenuti nei campi di concentramento. In occasione del ventesimo anniversario degli eventi di piazza Tien An Men, è ospite alla trentesima edizione del Meeting di Rimini, dove ha raccontato la propria drammatica storia.

 

Harry Wu, lei partecipa al Meeting di Rimini per un incontro sui vent’anni trascorsi dagli episodi di piazza Tien An Men. Quest’anno a ottobre anche la Cina festeggerà i 60 anni del regime. Molte cose nell’ultimo ventennio sono cambiate, ma non la presenza dei laogai. Perché?

In primo luogo vorrei precisare che la situazione non è affatto cambiata. È un’illusione crederlo. Sì, è morto Mao Zedong, ma il potere del partito comunista cinese è purtroppo rimasto immutato. Questo potere si declina in tutti i campi della vita civile cinese: in quello economico come in quello governativo, in quello dell’educazione come in quello della sanità. In poche parole la Cina è rimasta un Paese in cui persiste la dittatura di un partito, il partito comunista. Le uniche cose ad essere davvero cambiate sono l’economia di stampo capitalista e il fatto che ora anche i borghesi possono essere membri del partito o viceversa. 

Stando a quanto lei e gli altri dissidenti continuate a dichiarare, ma anche a numerose testimonianze fotografiche, ci sono ancora centinaia di campi di prigionia in Cina. E questi sarebbero usati come manodopera a costo zero. Qual è il maggiore interesse, oltre ovviamente lo sfruttamento di manodopera?

In Cina vi sono centinaia, a dire il vero circa un migliaio, di campi di concentramento. Sono i cosiddetti campi Laogai, di rieducazione. Io ho trascorso in uno di questi quasi vent’anni della mia vita. Sono stato arrestato nel 1960 e sono stato costretto a lavorare all’interno di queste terribili strutture fino al 1979. Quindi, passati molti anni in America, tornai in patria nel 1995 dove venni arrestato nuovamente. L’ultima volta la cittadinanza americana acquisita mi salvò da un altro periodo di reclusione. All’interno di questi campi si produce davvero di tutto, ricoprono praticamente tutti i settori merceologici esistenti. E qui sta il nocciolo della questione. Infatti il partito comunista, il regime vigente, continua da anni a ripetere che questi campi non producono merce per l’esportazione. Tale affermazione non corrisponde però al vero. Anzi, è proprio grazie all’esportazione che il numero di questi campi è in aumento. Si producono manufatti elettronici, luci di natale, fiori artificiali e via dicendo. Quindi la questione non si limita al costo zero della manodopera, ma anche all’esportazione di tali prodotti in tutto il mondo.

Le repressioni che avvengono in Cina sono oramai sempre più evidenti a tutti, basti pensare al recente caso degli Uiguri o a quanto avviene in Tibet. Ciononostante l’Occidente sembra poco attento a questo genere di vicende e decisamente restio a condannarle. A cosa attribuisce un tale comportamento? Crede che con Obama, che si recherà a Pechino il prossimo novembre, l’azione degli Stati Uniti nei confronti della Cina cambierà?

Devo confessare che non sapevo di quest’ultimo viaggio previsto per novembre, ma ho sempre seguito i precedenti viaggi dei presidenti USA in Cina. Prima delle ultime olimpiadi a Pechino ho incontrato il presidente Bush per l’ultima volta nel corso del suo mandato. Si trovava insieme ad altri dissidenti come me. Quando mi rivolse la parola gli spiegai come il problema principale della Cina fosse la mancanza, o per lo meno la violazione continua, dei diritti umani. Il presidente mi ha chiesto: «sei sicuro di quanto affermi?» Io ho risposto: «certamente, ne sono sicuro» e poi gli ho ricordato che nel dicembre del 2005 era passata una risoluzione, con 413 voti favorevoli e uno contrario, al Congresso USA contro il sistema concentrazionario dei Laogai. Successivamente le dichiarazioni del presidente Bush sul tema denunciavano un maggiore interesse per tale questione, ma non è mai accaduto alcunché. Da quando Obama è al potere ho ripetutamente chiesto in tutti gli ambiti politici da me raggiungibili di fare applicare questa importantissima risoluzione passata a gran maggioranza dal Congresso. E anche da Obama mi sono giunte delle promesse finora non mantenute. Il vero grande problema è che la Cina mantiene il controllo del debito americano, equivalente a 700 miliardi di dollari. Temo dunque che il presidente Obama riterrà assai più conveniente non fare nulla e mantenere le cose come stanno.

Oltre alla battaglia che lei sta portando avanti nella denuncia della persecuzione di cattolici e minoranze, come quelle degli Uiguri o dei Tibetani, crede che l’attuale situazione sia comunque intollerabile anche per il popolo cinese?

In ogni caso i Tibetani e gli Uiguri sono trattati diversamente, ovvero in maniera peggiore, dai cinesi “han”. Questo perché appartenenti a un’altra etnia o a una religione, come i cattolici. Propagandando l’uguaglianza, il regime tende a massificare gli individui e quindi la loro appartenenza a culture particolari. È indiscutibile dunque che queste popolazioni siano le maggiormente maltrattate in tutto il Paese. Ciò non toglie che lo scontento sia diffuso in ogni angolo della Cina. Una qualsiasi persona “normale” in Cina non è contenta di vivere sotto un regime della cui esistenza, sebbene possa fingere il contrario, è pienamente cosciente. Pensiamo alla condizione in cui versano i contadini cinesi. Non si può certo ritenere che conducano un’esistenza priva di sofferenze e sanno benissimo quale ne sia il responsabile.

Vede una speranza di cambiamento per il futuro del suo Paese?

Sì. Sono certo che le cose non potranno andare avanti a lungo in questo modo. Per quanto economicamente la Cina sia una nazione in crescita il meccanismo sarà identico a quello insegnatoci dalla storia dei paesi comunisti. La Cina imploderà su se stessa, perché, come dicevo prima, il popolo è sempre più cosciente della propria mancanza di libertà.

Qual è invece la sua impressione nei confronti del Meeting di Rimini?

Sono rimasto molto contento da quanta gente, quanti cattolici, siano presenti qui. La prima sensazione che ho avuto è quella di una grandissima libertà nel poter trasmettere quanto mi sta a cuore, ossia la situazione del mio popolo. Qui mi sono sentito libero di esprimere la mia missione, il mio messaggio e sono sicuro che il popolo del Meeting possa rispondere positivamente al mio appello.

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