STORIA/ Non solo ideologia del dominio: è stato il diritto a “salvare” la missione di Roma

- La Redazione

Alcune osservazioni di GIULIA REGOLIOSI su un articolo di Luciano Canfora sul Corriere del 12 marzo a proposito di Roma antica. Non solo “ideologia del dominio”, ma anche civiltà del diritto

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Sul Corriere della Sera di venerdì 12 febbraio Luciano Canfora ricorda «la natura di quella formidabile macchina guerresca e amministrativa che fu la repubblica romana». Ma «la spinta imperialistica della politica romana – come la definisce lo studioso – e l’ ideologia di dominio che la sorregge» sono categorie che non appaiono del tutto esenti dal rischio di una lettura unilaterale.

È singolare che nel III sec. a.C., nel pieno sviluppo delle monarchie orientali nate dall’impero di Alessandro Magno, un poeta greco, Licofrone, rivolgesse la propria attenzione a Roma, molto prima che i Romani stessi si rendessero conto della loro importanza al centro del Mediterraneo. Nell’introdurre il personaggio di Enea Licofrone così dice: Considerato piissimo anche dai suoi nemici, costruirà una patria che i suoi discendenti faranno prospera e celebre nelle battaglie. È già presente quindi, anche in un autore non romano, il rapporto fra la devozione agli dèi e lo sviluppo di Roma. Nel secolo successivo un altro greco, Polibio, dedica tutta la sua opera storica a rispondere alla domanda: come è riuscita Roma in mezzo secolo a divenire signora del Mediterraneo? La sua risposta è essenzialmente politica: Roma ha creato una separazione fra i poteri che ha permesso un’interazione e un controllo reciproco, ed evitato ogni prevaricazione. Anche Polibio comunque rileva la grande religiosità romana, pur interpretandola, secondo lo scetticismo della grecità ellenistica, come uno strumento di potere. Nel frattempo aveva iniziato a svilupparsi anche una riflessione romana sulla propria storia, in forma poetica o storiografica.

Una frase di Catone ci pare sintetizzi questa riflessione: «Gli dèi immortali diedero al tribuno una fortuna pari al suo valore». Tre elementi dunque interagiscono nella vicenda romana: gli dèi, la virtus degli uomini e la fortuna, che nel contesto catoniano è dono divino. E la virtus, pur essendo una qualità personale, opera per il bene di un popolo la cui forza è nell’unità, tanto che Catone non cita nessun personaggio (neanche il tribuno della frase) per nome.

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Ma già alla fine del II secolo sorgono elementi di disagio: perplessità per conquiste non indispensabili, conflitti politici ed economici, lotte ideologiche fra innovatori e sostenitori delle antiche fedi e degli antichi costumi, alcune vicende militari che mettono in dubbio l’integrità della classe dirigente. E nel primo secolo il prevalere degli interessi individuali porta a tre guerre civili e a conflitti minori, coma la congiura di Catilina.

 

Storici e poeti s’interrogano drammaticamente sulle cause: eccesso di ricchezza, ambizione, abbandono dell’antica concordia e della ricerca del bene comune, o una lontana colpa d’origine. I tre elementi individuati da Catone come punto di forza sembrano venuti meno: la virtù è sovvertita, agli dèi non si chiede più protezione e pax, la fortuna divenuta casualità infierisce.

 

In questo stesso I secolo, però, la riflessione sulla storia di Roma diviene più attenta e consapevole: al di là del dramma contingente, anzi proprio per la percezione della fragilità degli uomini e delle istituzioni, si fa strada l’idea di una volontà provvidenziale sulla vicenda romana. Ne troviamo tracce in Vitruvio, Cicerone, Orazio, Virgilio, Livio. È l’idea di un compito non soltanto interno alla societas romana, ma esterno ad essa, un compito verso gli altri popoli con cui si era fino ad allora percepito più che altro un rapporto di conflitto o alleanza: diffondere all’esterno quello che è peculiare di Roma, l’equilibrio nei paesi sfrenati e viziosi dell’oriente, il diritto positivo e la legge di pace nei popoli barbari.

 

Sarebbe irrealistico vedere in questo compito solo una positività; luci ed ombre di esso saranno espressi nell’età imperiale dallo storico Tacito: se da un lato la sottomissione a Roma è garanzia di pace e concordia per popoli incapaci di convivere, dall’altro l’integrazione culturale mette a rischio d’impoverimento le identità particolari, e ogni conquista comporta violenza. Tuttavia la consapevolezza di essere il solo popolo ad aver elaborato una legislazione compiuta e complessa, ad aver affermato nel mondo conosciuto la supremazia dello ius, del diritto, resta fondamentale. E storicamente dalla societas romana così allargata nasce la civiltà occidentale.

 

(Giulia Regoliosi)

  

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