ARCHEOLOGIA/ Il mistero del papiro di Artemidoro: solo una “truffa” ai danni di una banca?

- Emanuele Procacci

Se fosse confermata la sua autenticità, sarebbe un grandissimo reperto. Ma secondo EMANUELE PROCACCI gli ultimi dubbi emersi sul papiro di Artemidoro sono forti. E legittimano qualche ipotesi…

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Un particolare del papiro di Artemidoro (Foto Ansa)

Un papiro. Un importantissimo papiro che fa litigare gli studiosi. Antichisti, papirologi e archeologi, dietro i loro occhialetti intellettuali e pacati, ribollono di spirito polemico. Ma perché litigare così? E perché un papiro può essere così importante?

 

È bene a questo punto, riassumere per sommi capi l’intera storia di questo papiro. Si tratta di un eccezionale reperto di circa 3 metri di lunghezza – e già le dimensioni di questo scritto di per sé basterebbero per definire importantissima questa scoperta – contenente diverse sezioni.

Il papiro, ritrovato diviso in pezzi, dopo le ricostruzioni degli esperti che lo hanno pubblicato nel 2008 (Claudio Gallazzi dell’Università degli Studi di Milano, Bärbel Kramer dell’Università di Trier e Salvatore Settis della Scuola Normale di Pisa), si presenta come un testo molto importante, perché riporterebbe un brano, in greco, dell’opera “Geografia” di Artemidoro di Efeso (vissuto tra il II e il I secolo a.C.), e una serie di disegni, sia sul recto, sia sul verso, di particolari anatomici e animali. In caso di autenticità, quindi, si tratterebbe di un ritrovamento unico nel suo genere.

I dubbi e le perplessità nascono da numerosi punti che contrasterebbero con l’attribuzione del testo proprio ad Artemidoro, e Luciano Canfora dell’Università di Bari, mette in dubbio addirittura la datazione del papiro stesso, considerandolo un abilissimo falso risalente alla metà dell’800, per opera del noto falsario Kostantinos Simonides, non nuovo a “scherzi” di questo tipo. Luciano Canfora si è occupato molto del papiro, gli ha dedicato libri e articoli, e ormai sembra quasi che la questione abbia oltrepassato i limiti della semplice disputa accademica.

La polemica sull’autenticità del papiro, ora, si è spostata sulla storia del suo ritrovamento, più che sulle disquisizioni prettamente filologiche inerenti al testo. Il papiro, infatti, è stato rinvenuto in un viluppo di cartapesta, usata per confezionare una maschera funeraria. Molti papiri importanti sono stati trovati proprio così, disfacendo le maschere funerarie alessandrine e recuperando il materiale scrittorio con cui le maschere sono state composte.

Tuttavia, nessuno ha mai visto il viluppo, chiamato, in tedesco, Konvolut, e di recente, è stata proposta all’attenzione del grande pubblico la sua unica foto, che al posto di risolvere e chiarire, ha ulteriormente complicato e infiammato la polemica: che sia un falso anche la foto? Potere della manipolazione digitale? Luciano Canfora crede di sì, corroborato dallo studio di Silio Bozzi, dirigente della Polizia scientifica di Ancona.

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L’ipotesi della “scuola Canfora”, ormai, è che si voglia avvalorare a tutti i costi un’autenticità del papiro che in realtà sarebbe ben lontana dall’essere dimostrata. C’è qualcosa di molto pesante, però, alla base di questa polemica, una questione etico-filosofica che rimane nascosta, come spesso accade fra le righe di queste polemiche.

 

Se infatti il papiro dovesse rivelarsi un falso ottocentesco, seppure abilmente confezionato, bisognerebbe interrogarsi sulla validità del modo e dei metodi con cui le fondazioni, i musei e le grandi biblioteche acquisiscono i loro pezzi.

 

La Compagnia di San Paolo di Torino ha infatti acquistato il papiro di Artemidoro per la mirabolante cifra di 2 milioni e 750mila euro. Eppure, prima dell’acquisizione, sono state effettuate perizie e analisi. Vero è che il mondo del collezionismo ama stendere una coltre di riservatezza sull’origine degli acquisti, non sempre di limpida provenienza.

 

E, sottotraccia, si ripropone l’eterno dilemma: acquistare “incautamente”, pur di portare a casa un pezzo importantissimo o non cedere mai al mondo sotterraneo della tratta dei pezzi archeologici? I falsi, innegabilmente, venivano e vengono tutt’ora confezionati, proprio con lo scopo di spillare milioni agli enti che sono specializzati nel collezionare, esporre e studiare questi reperti.

 

È meglio evitare di alimentare il mercato nero dell’archeologia, oppure assicurare alle mani degli studiosi pezzi che altrimenti ammuffirebbero nelle case di qualche tombarolo?

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