MEDIOEVO/ Quando i grandi “capitalisti” si interrogavano sul senso della vita

- La Redazione

Difficile usare la sola parola “mercato”, senza avvertire un profondo disagio di fronte all’attuale situazione economica mondiale. Conviene, secondo PAOLO NANNI, rileggere la storia

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Caravaggio, Vocazione di san Matteo, 1599 (immagine d'archivio)

Difficile usare la sola parola “mercato”, senza avvertire il profondo disagio che assale di fronte all’attuale situazione economica mondiale. Ci si rivolge così alla storia per capire, per trovare risposte alle nostre domande. Perché conoscere è sempre la conquista di qualcosa che ci appartiene. Che appartiene, nel caso della storia, al nostro esistere tra le vicende del mondo, nel passato come nel presente. È quasi inevitabile, così, rivolgere la nostra attenzione alle origini di quella economia di mercato che contraddistingue l’Occidente a partire dal Medioevo delle città italiane del XIII-XIV secolo.

Il mercato non fu un’invenzione del Medioevo. Già in età romana esistevano negotiatores (commercianti o bottegai, diremo oggi) e mercatores, mercanti di beni provenienti da terre lontane. Anche l’alto Medioevo, per il quale possediamo una documentazione molto frammentata, conobbe naturalmente scambi e piazze di mercato, soprattutto a partire dal X secolo.

Ma la realtà che ci appare nell’età di Dante, soprattutto nelle repubbliche marinare come Genova e Venezia, o in città dell’Italia centro settentrionale come Milano, Firenze, Siena, Pisa, Lucca – solo per fare alcuni esempi tra i più significativi – mostra un dato di assoluta originalità. I mercanti e banchieri di quelle città divennero il fulcro di una economia di mercato tra Europa e Mediterraneo. Le forme di credito furono uno strumento essenziale per la mercatura; la ricchezza accumulata, risorsa finanziaria per nuovi investimenti. È ben nota la dimensione raggiunta al loro apogeo, quando mercanti banchieri fiorentini finanziavano le più importanti corone d’Europa.

Nella storiografia si è più volte insistito sui limiti imposti a queste attività derivanti dalla condanna morale delle pratiche usurarie da parte della Chiesa. Ma la distinzione tra credito e usura dipende dalle leggi che ne regolano i confini: quel dibattito tutto medievale fu in realtà una riflessione economica di grande interesse sulla formazione del prezzo e sull’utilità del credito. Senza contare che quella concezione del mondo che univa il tempo e l’eterno non era affatto un problema teologico, ma esprimeva una visione del mondo che legava il lavoro e la dimensione sociale, la politica e l’economia.

È in questo contesto che si poneva quella problematica di mercanti e banchieri circa la liceità dei propri guadagni. Molti, nel dubbio, si preoccupavano di restituire nei loro testamenti quanto ottenuto forse illecitamente. Altri, e sempre più numerosi, destinavano parte dei loro averi in elemosine per i poveri, alcuni mettendo nel conto societario anche “messer Domeneddio”. Come ha affermato Gabriella Piccinni, la nascita dei grandi ospedali cittadini si lega a questa cultura urbana, che fu capace di inventare queste forme civili di stato sociale che si facevano carico dei bisogni della città.

Attraverso i carteggi dei mercanti del tempo, come ad esempio quelli del pratese Francesco di Marco Datini, incontriamo uomini dalla indiscussa capacità negli affari, che tuttavia si interrogavano sull’utilità della loro vita e del lavoro. Il contrario di quella separazione tra etica economica (la logica del profitto) e etica in campo morale che conosciamo per l’età moderna e, in un certo senso, fino ad oggi. Il mercante di Prato non era un individuo isolato, ma considerava di grande importanza l’avere dei soci e non dei dipendenti. Non abbandonò fino alla morte la sua laboriosa e costruttiva attività, fino alla sua ultima impresa: un’opera di carità per i poveri. Destinò anche una somma, la prima che conosciamo, all’Ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze per una nuova iniziativa: l’accoglienza degli orfani, gli “Innocenti”.

Agli storici non tocca il compito di proferire sentenze o impartire lezioni. Forse però qualche pregiudizio può essere rimosso: aspirazioni, utilità per il mondo, concezioni ideali non sono parole astratte, ma fattori decisivi dentro il lavoro e le stesse attività economiche.

 

(Paolo Nanni)

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