LETTURE/ Da Solzeniczyn a Grossman, sono i “giusti” ad alimentare la speranza degli uomini

- Giovanni Cominelli

Il libro di Gabriele Nissim “La bontà insensata” racconta la testimonianza resa alla verità e alla speranza da parte di alcuni grandi uomini. La presentazione di GIOVANNI COMINELLI

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Vasilij Grossman

Gabriele Nissim è presidente del Comitato per la foresta dei giusti nonché autore di libri che hanno descritto i protagonisti di azioni giuste e talora eroiche contro i totalitarismi moderni.

Il suo ultimo libro La bontà insensata.  (Mondadori, 2011) non è propriamente un saggio storico. Non vi mancano storie di personaggi e di eventi, ma in filigrana vi si legge l’autobiografia di un itinerario intellettuale e spirituale. Come molti della sua generazione, Nissim ha condiviso attivamente speranze, miti, illusioni di quell’universo che parve loro (a noi!), all’epoca, in infinita espansione: il ’68. E quando dalla cultura dei diritti civili e delle libertà in salsa permissiva, il movimento sul finire del secondo “biennio rosso” del ’900 virò, all’indietro, verso gli archivi della storia del movimento operaio degli anni ’20 e ’30 del Novecento e ne saccheggiò analisi, categorie, visioni, anche Gabriele Nissim si avviò per quella strada. Ma lo studio più ravvicinato del sottosuolo del dissenso nei Paesi dell’Est lo ha portato già sul finire degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80 verso un ribaltamento radicale della mitologia “rivoluzionaria”.

Questa rottura epistemologica non è accaduta principalmente per linee filosofiche interne, anche se la meditazione dei libri di Hannah Arendt ha certamente aperto orizzonti nuovi. Ha avuto un ruolo decisivo il confronto con esperienze di anti-totalitarismo militante in Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Unione sovietica… Nissim ha incontrato in quegli anni i gruppi perseguitati o mal tollerati del dissenso che dopo il 1989 sarebbero saliti a posti di responsabilità in quasi tutti i Paesi dell’Est. L’idea rivoluzionaria prometteva “cieli nuovi e terra nuova”, popolati, naturalmente, da una nuova specie umana, che oltrepassava l’homo sapiens: l’homo novus. L’uomo attuale è un animale imperfetto: il comunismo gli leverà le imperfezioni, a forza di ruvido scalpello, così come Michelangelo fa emergere la sublime Pietà Rondanini dalla pietra grezza. Sarà necessario sacrificare alcune generazioni, annientare alcuni milioni di uomini reali e rinviare al futuro la soddisfazione dei bisogni elementari presenti, ma, alla fine, il Male sarà eliminato dalla storia e dall’anima dell’uomo.

Del resto, lo aveva già detto Hegel: l’Assoluto percorre la storia con passo pesante, calpestando i fiori sul sentiero. La piena separazione del Bene dal Male, il trionfo del Bene e lo schiacciamento del Male è il sogno antico del dualismo iranico, del messianismo ebraico, del millenarismo di Gioachino da Fiore, dell’utopismo cinque-secentesco, dell’hegelismo, del marxismo e del positivismo e, più recentemente, del neo-millenarismo biotecnologico. E’ la tensione ineliminabile del cuore dell’uomo all’Assoluto che, non sorvegliata, finisce per approdare a qualche specie di vitello d’oro. Rispetto a quelle suggestive e tragiche costruzioni teoriche, questo libro non offre un palazzo alternativo. Molti filosofi e pensatori politici lo hanno già fatto, Nissim cita per tutti Hannah Arendt.
Ma a me viene in mente Albert Camus, che nei primi anni ’60, poco prima di morire, invoca l’adozione di “un pensiero politico modesto, cioè liberato da ogni forma di messianismo e sgombro della nostalgia del paradiso terrestre”. Lo scritto di Nissim offre storie di personaggi come Moshe Bejski, artefice del Giardino dei Giusti di Gerusalemme, Guelfo Zamboni, console generale d’Italia a Salonicco durante l’occupazione tedesca, Khaled Abdul Wahab, frequentatore di bordelli tunisini e salvatore di donne ebree, Zofia Kossak, polacca cattolica e antisemita, ma protettrice di ebrei, Vasilij Grossman, grande scrittore, ma anche silente all’epoca della ideazione staliniana del “complotto dei medici ebrei” contro l’URSS, Pavel Florenskij, che ha resistito a Stalin fino a morirne, il poeta Mandelstam, lo scrittore Solzenicyn, Vàclav Havel… Quali sono i pensieri che li accomunano? Dice Bejski, in un colloquio con Nissim, pochi mesi prima di morire in ospedale a Gerusalemme: “…non riusciremo mai a debellare dalla Storia il male che gli uomini commettono nei confronti di altri uomini”. Dopo Auschwitz, è arrivato altro. E sta ancora accadendo…

Allora, dove sta il fondamento della speranza? La risposta: “possiamo sempre contare sull’opera degli uomini giusti, che in ogni epoca hanno il coraggio di affrontare il male e che ogni volta salvano il mondo”. Gli uomini giusti: non sono, quasi mai, degli eroi. Sono persone quotidiane, con il loro male e loro paure, a volte anche un po’ mascalzoni, possono essere persino antisemiti, fascisti, nazisti, stalinisti. Il bene non è sempre luminoso. Spesso abita una terra grigia. Eppure uomini e donne, cosiffatti, decidono di compiere verso un altro uomo un atto di “bontà insensata”, secondo la splendida definizione che ne dà Vasilij Grossman. Donde viene questa capacità di opporsi, di dire no? Viene da una teoria, da una filosofia del Bene, da una fede, da una teologia? Viene dal “cuore dell’uomo”. E questo quid incomprimibile, che tiene aperta la storia degli uomini, che dà la forza di “non partecipare personalmente alla menzogna”, come invitò a fare Solzenicyn, all’indomani del suo arresto; che fa apparire la solitudine del giusto come un luogo creativo di una rinnovata posizione di fronte al mondo, come scrive Jan Patocka, il filosofo cecoslovacco duramente perseguitato dal regime; che crea la “polis parallela”, come ha scritto V. Havel, che non ha pretese di avanguardia rivoluzionaria, ma che è rivoluzionaria.
Al fondo sta la fedeltà alla verità, il vivere la verità: “meglio essere in disaccordo con il mondo che con la propria coscienza”. Non è forse vero che “la verità vi renderà liberi”? Certo che anche qui sotto sta un’antropologia, un’idea del mondo, che è anche quella dell’Autore: disponiamo nel nostro cammino umano di un piccolo spazio, solo nostro, quello della nostra responsabilità e libertà. E’ un’antropologia del limite e della finitudine. E’ lo spazio dei nostri “giorni contati”. Qui la nostra libertà si incontra con il nostro destino. Il bello di questo libro è che queste verità profonde ed elementari non scaturiscono da un trattato di filosofia politica, ma da persone reali, da testimoni del nostro tempo. Perciò e’ un libro profondamente didattico ed educativo.



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