DIBATTITO/ Siamo “discepoli” di Marx e non lo sappiamo?

- Sergio Belardinelli

Torna periodicamente il tema dell’attualità di Marx. Il barbuto pensatore di Treviri va davvero respinto con tutti fantasmi del comunismo? Risponde SERGIO BELARDINELLI

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Foto: Imagoeconomica

Torna periodicamente il tema dell’attualità di Marx. Di recente (giovedì scorso, ndr) lo ha segnalato sul Corriere Antonio Carioti, citando storici e filosofi che in vario modo rilanciano il pensatore di Treviri. Davanti a tutti, com’è noto, Eric Hobsbawm, per il quale Marx ha tutte le carte in regola per essere un “pensatore per il XXI secolo”, il critico ante litteram della globalizzazione.
In realtà Karl Marx è un pensatore attuale e insieme datato, se così si può dire. Nessuna delle sue “profezie” tipicamente ottocentesche si è avverata, le sue concezioni economiche si sono rivelate in gran parte infondate, del sistema politico che in suo nome venne costruito con la rivoluzione d’ottobre parlano inesorabilmente i fatti. “Una tragedia senza compensi”: così Ralf Dahrendorf ha definito l’esperienza comunista della ex Unione Sovietica. Eppure, se preso al centro del suo pensiero, nel concetto di lavoro, questo pensatore incombe sulla nostra epoca e la provoca come pochi altri.
Diciamo subito che per Marx il lavoro non è una categoria economica o filosofica qualsiasi; è piuttosto la categoria nella quale economia, filosofia, natura, storia, in una parola, l’essenza stesso dell’uomo “si avvera”. Nel lavoro l’uomo realizza ad un tempo il suo rapporto con se stesso, con la natura e con gli altri uomini, manifestando così la propria naturalità-socialità-storicità. “Tutta la cosiddetta storia universale – scrive Marx – non è che la generazione dell’uomo dal lavoro umano, il divenire della natura per l’uomo”. E qui bisogna riconoscere che Marx coglie una dimensione fondamentale del lavoro umano, sottraendolo all’ottica piuttosto riduttiva della pura strumentalità, nella quale era stato relegato per secoli. Il lavoro non è più lo strumento per procurarsi semplicemente il “necessario” per vivere, né la natura qualcosa di semplicemente “esterno” all’individuo.
Uomo e natura si trovano strettamente connessi in un rapporto di reciproca interferenza: attraverso il lavoro l’uomo trasforma la natura e, nel contempo, trasforma se stesso e la società in cui vive. Per questo, secondo Marx, l’alienazione del lavoro è alienazione totale: non soltanto alienazione dell’operaio dal prodotto del suo lavoro  (la cosiddetta teoria dell’espropriazione, il lato sul quale i marxisti hanno insistito di più), ma anche alienazione dell’operaio da se stesso e dai suoi simili. L’operaio “mette nell’oggetto la propria vita”, dice Marx. Una teoria decisamente affascinante, che per certi versi potrebbe aver ispirato persino la distinzione tra lato “soggettivo” e lato “oggettivo” del lavoro umano che troviamo nella grande enciclica di Giovanni Paolo II Laborem exercens.

Agli occhi di Marx, la società capitalistica scompagina dunque ogni cosa. Eppure già nei suoi Manoscritti giovanili la produzione capitalistica e l’alienazione che essa porta con sé assumono non i tratti di un’ingiustizia, ma quelli evidenti di una sorta di felix culpa sulla strada del necessario trionfo del comunismo: la “verace soluzione del contrasto dell’uomo con la natura e con l’uomo; verace soluzione del conflitto fra esistenza ed essenza, fra libertà e necessità, fra individuo e genere”, in una parola, “il risolto enigma della storia” che “si sa come tale soluzione”. E qui emergono le gravi lacune materialistiche dell’approccio marxiano. Come in parte ho già accennato, il concetto di lavoro diventa il fulcro del suo pensiero perché in esso Marx vede la possibilità di liquidare tutti i problemi della vecchia filosofia: il rapporto uomo-natura, il rapporto uomo-società, il rapporto uomo-Dio. L’essenza umana, come si legge nella sesta tesi su Feuerbach, viene ridotta  all’“insieme dei rapporti sociali”. In questo modo l’uomo viene ridotto a epifenomeno di qualcosa che accade su di un altro piano, il piano strutturale dell’economia. Quanto al lavoro, esso diventa una sorta di “Dio che partorisce se stesso” (l’espressione è di Ruge), un lavoro senza soggetto, nel quale, a rigore, si perdono sia l’uomo che la natura. Socialismo reale docet.
Dicevo all’inizio che Marx è un autore che incombe sulla nostra epoca come pochi altri del suo tempo. In effetti ritengo che dovevamo aspettare i nostri giorni per vedere i principi marxiani diventare veramente “mondo”, concrete “forme di vita”.  Quando mai, ad esempio, l’economia è stata tanto strutturale? Non è forse vero che oggi il valore di un uomo è determinato quasi esclusivamente dalle sue prestazioni lavorative, che i governi stanno in piedi o cadono esclusivamente in base ai loro programmi economici, che una razionalità ispirata al fare, al produrre, condiziona ormai anche quegli ambiti dove dovrebbe essere sovrana una ragione, un logos, fatto apposta, come dice Aristotele, “per esprimere il giusto e l’ingiusto e gli altri valori”?
Se ci pensiamo bene, e concludo, persino il crollo del cosiddetto “comunismo reale” tende ad essere spiegato con motivazioni prevalentemente economiche, quasi che le idee di grandi personaggi come Giovanni Paolo II, Ronald Reagan e Helmut Kohl non abbiano giocato che un ruolo marginale. Con la conseguenza, solo apparentemente paradossale, di dover dire che i regimi dei paesi comunisti poco avevano a che fare con Marx (e non è vero), mentre molto ha a che fare con Marx la loro fine (e non è vero neanche questo).

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