CERTEZZA/ Berti: perché anche la fede più grande non smette mai di cercare?

- Enrico Berti

Dopo Maurizio Ferraris ed Eugenio Mazzarella, ENRICO BERTI commenta la relazione di Costantino Esposito sul tema verità e certezza, tenuta all’ultimo Meeting di Rimini

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Raffaello, Scuola di Atene (1509-10, particolare; immagine d'archivio)

La bella relazione di Costantino Esposito all’ultimo Meeting di Rimini ha suscitato in me una reazione di totale adesione, oltre che di ammirazione per la profondità del pensiero e l’efficacia dell’esposizione. Essa mi ha ricordato, ma per contrapposizione, il famoso scritto di Wittgenstein Della certezza, rispetto al quale si pone, per così dire, all’estremo opposto di un arco di considerazioni sul tema, che va dalla certezza del senso comune, illustrata appunto da Wittgenstein, ad una certezza che chiamerei metafisica o religiosa, come quella illustrata da Esposito. La mia reazione ha stupito anzitutto me stesso, perché, lo confesso, non ho mai amato la certezza, forse per colpa dell’uso che ne ha fatto Descartes. Alla certezza, che considero un sentimento soggettivo, ho sempre preferito la verità, intesa alla maniera classica di conformità alla realtà oggettiva. Ma vedo ora, grazie alla relazione di Esposito, che le due cose, certezza e verità, vanno in un certo senso insieme, perché la certezza presenta le stesse differenze che mi è capitato recentemente di sottolineare a proposito della verità.

Per chiarire quello che intendo dire mi rifaccio a uno dei passi per me più incisivi della relazione, il richiamo che Esposito fa al libro di Diego Marconi, Per la verità, col quale mi sono trovato anch’io in perfetta consonanza. Esposito concorda con Marconi nell’affermare che “si cerca per trovare”, anche se oggi è molto più di moda dire che si cerca per cercare, che la ricerca è fine a se stessa, che è meglio cercare che trovare. Come mi è già capitato di scrivere, secondo me queste ultime affermazioni sono espressioni di ipocrisia, perché chi cerca solo per cercare, e non è interessato a trovare, non cerca veramente, ma soltanto finge di cercare, dato che il cercare è oggi considerato molto più “aperto”, più “democratico”, in definitiva più chic, che il trovare. Come scrive invece Marconi, «dalle chiavi di casa alla terapia efficace del carcinoma ovario, si cerca per trovare». Tuttavia Marconi premette a queste parole le seguenti altre: «mai mi sognerei di negare il valore della ricerca filosofica o religiosa», col che fa capire che ci sono forme diverse di ricerca, così come forme diverse di “trovare”, e io aggiungerei forme diverse di verità e forme diverse di certezza.

Ci sono infatti verità particolari, come le verità di fatto (“oggi piove”) o le verità di ragione (2+2=4), oppure come le verità storiche e le verità scientifiche, e ci sono verità che chiamerei generali, come le verità filosofiche e le verità religiose. Mentre le verità particolari, una volta trovate (attraverso l’esperienza, o il ragionamento, o ricerche più complesse), producono una certezza che elimina ogni incertezza, e quindi il loro ritrovamento estingue la ricerca, le verità generali si comportano diversamente, perché il loro ritrovamento produce, sì, una certezza, ma si tratta di una certezza che si accompagna ad una persistente incertezza, una certezza che non estingue la ricerca. Questo accade, secondo me, nel caso delle verità filosofiche e delle verità religiose, o, se si preferisce, delle certezze filosofiche e delle certezze religiose.

Naturalmente, parlando di verità filosofiche, mi riferisco a quella filosofia che personalmente considero vera, cioè una metafisica di tipo problematico e dialettico, epistemologicamente debole ma logicamente forte, quale mi è capitato più volte di illustrare. La certezza che questa metafisica produce, cioè la certezza che il mondo dell’esperienza, considerato nella sua totalità (realtà naturale, umana, sociale, storica, scientifica), non spiega interamente se stesso, ma richiede necessariamente una spiegazione che lo trascende, è sì una certezza, nel senso che è un punto di arrivo, una scoperta, ma è una certezza che si accompagna ad una persistente incertezza, perché non estingue, anzi riafferma, la problematicità del mondo dell’esperienza, cioè la sua non assolutezza, la sua contingenza, la sua precarietà, la quale è fonte continua di meraviglia, cioè di bisogno di spiegazione.

Per dirla con Aristotele, il quale ha identificato la filosofia con la meraviglia, ma ha anche affermato che bisogna arrivare al contrario, «cioè – come dice il proverbio – al migliore» (Metaph. I 2, 983 a 18-21; forse si tratta del proverbio che dice «la seconda volta è sempre la migliore»), se per il geometra l’incommensurabilità della diagonale col lato non fa più meraviglia, per chi invece guarda la rotazione eterna del firmamento, questa continua a suscitare meraviglia anche dopo che si è capita la necessità di un motore immobile.. 

Parlando poi di verità religiose, mi riferisco alle verità di fede, le quali producono sì una certezza, l’“immensa certezza” che dà il titolo alla relazione di Esposito, ma non si tratta della “certezza sensibile” di cui parla Hegel (“oggi piove”), né della certezza del sapere che 2+2=4, bensì di una certezza continuamente esposta al dubbio, che viene continuamente messa in crisi dall’esistenza del male, che bisogna riconquistare ogni giorno, con fatica e sofferenza, la fatica richiesta da una “virtù”, sia pure teologale, quale è la fede, e che si potrebbe perdere il giorno dopo. Penso che quando Agostino afferma, con un atto di fede, perché si rivolge a Dio, «il nostro cuore è inquieto finché non riposi in Te», intenda dire che la stessa fede è inquietudine, cioè incertezza, ricerca, e che la quiete è data non dal credere, ma dal “riposare in Te”, cioè dal momento in cui, come dice san Paolo, non ci sarà più bisogno di fede, né di speranza, ma resterà soltanto la carità.



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