CERTEZZA/ Barcellona: prevarrà la Verità o l’angoscia dello straniero?

Dopo Maurizio Ferraris, Eugenio Mazzarella ed Enrico Berti, PIETRO BARCELLONA interviene nel dibattito sul tema della verità e della certezza aperto da Costantino Esposito

26.09.2011 - Pietro Barcellona
statua_marcoaurelioR400
Statua di Marco Aurelio (Imagoeconomica)

“E l’esistenza diventa un’immensa certezza”. Questa frase è diventata il titolo della relazione al Meeting di Rimini di Costantino Esposito: una complessa rielaborazione del rapporto fra la condizione umana e il senso di incertezza sul futuro che spesso la pervade attraverso le diverse forme in cui si è presentata nella storia, dando vita a riflessioni filosofiche e a istituzioni politiche come lo Stato sociale. La riflessione di Esposito è molto ricca e meriterebbe una discussione analitica. È un confronto molto serrato, ma lascia intravedere un filo conduttore sul quale si può provare ad esprimere qualche considerazione. 

Per Esposito il bisogno di sicurezza è originario e rappresenta una sorta di destino dell’essere umano a interrogare l’Altro per chiedere accoglienza ed ascolto. A questo bisogno primordiale si sono date risposte istituzionali, come lo Stato Sociale, e risposte filosofiche come quelle della Scolastica e poi della grande filosofia tedesca. Oggi sembra che tutte le risposte politico-istituzionali e filosofiche siano andate in crisi e che c’è una necessità di ripartire dall’origine. Per Esposito questa origine si rintraccia nella relazione originaria del piccolo d’uomo con la madre che, accogliendolo e nutrendolo al seno, produce una certezza primaria alla quale è sempre possibile tornare per attingere risorse contro la crisi di ogni sicurezza. Questo ritorno all’esperienza originaria, però, può essere produttivo di fiducia nella certezza dell’esistenza se ripercorre la via del Cristo che si fa Uomo per salvare l’umanità. Nell’incontro con Cristo si può ritrovare la certezza perduta. 

Nonostante la forza suggestiva di questa proposta, penso tuttavia che il percorso seguito da Esposito sconti alcune delle “confusioni” di piani e di esperienze che caratterizzano assai spesso la riflessione contemporanea.

Ho sempre pensato che bisogna partire dall’esperienza e dalle pratiche attuali per cercare di riformulare le domande fondamentali sulla nostra condizione e vorrei perciò provare a delineare un percorso parzialmente diverso da quello che ha disegnato Esposito. Si può leggere frequentemente sui giornali che un operaio licenziato si è suicidato, sembrerebbe a causa della disperazione che ha provato sentendosi impotente di fronte alla sua condizione di disoccupato, incapace di sostenere la famiglia. Come tutti sanno, l’episodio del suicidio, sia pure come estremo evento della crisi, non è così estraneo all’esperienza dei nostri giorni da non interrogarci sul significato che fatti così estremi hanno per la comprensione del nostro mondo. La perdita del lavoro viene presentata su tutti i media come una conseguenza inevitabile della crisi economica e della crisi dello Stato sociale. 

È dagli anni 70 che la crisi dell’economia capitalistica e dello Stato sociale scandisce i momenti della nostra vita collettiva e del dibattito pubblico. E al di là delle spiegazioni che si possono dare, si può sicuramente affermare che questa crisi oramai irreversibile produce insicurezza nella vita quotidiana circa le aspettative più elementari della possibilità di soddisfare il fabbisogno familiare, di far parte di una comunità di lavoro e persino di essere riconosciuti come cittadini di una nazione. Il disoccupato è un escluso per definizione dal mondo della socialità produttiva e per ciò stesso considerato un essere socialmente inutile. La domanda che mi pongo però è se il suicidio, e cioè il No alla Vita possa essere spiegato semplicemente con la condizione di disoccupazione ed emarginazione sociale. Penso di no, e penso che alla base di questa semplificazione sociologica ci sia una fondamentale incomprensione dei nostri problemi epocali. Da cosa può dipendere il fatto che la perdita della certezza del lavoro produca una rottura così drammatica con la possibilità di continuare a vivere la propria esistenza? Certo, ci deve essere un legame più profondo di quello che riusciamo a scorgere tra il rifiuto della vita e il sentimento di essere esclusi dal mondo, ma questo non si spiega con un puro riproporsi dell’antico bisogno di sicurezza che l’uomo avverte nascendo e che viene frustrato dalla società contemporanea.

Penso che questo problema della certezza come sicurezza sociale del lavoro e dell’accesso al mondo pubblico dei consumi e della soddisfazione dei bisogni elementari sia la conseguenza avvelenata di una “Secolarizzazione” del problema del rapporto dell’uomo e del senso della Verità dell’Essere che si è prodotto nella modernità attraverso un vero e proprio salto antropologico dall’uomo della tradizione, che abitava un mondo garantito da autorità trascendenti, a un uomo della modernità che, diventando assolutamente arbitro del proprio destino, si trova a misurare se stesso soltanto con il proprio “successo”. Le aspettative di certezza prodotte nella modernità sono infatti la secolarizzazione dell’antico bisogno di salvezza che l’uomo si è posto allorché ha scoperto la contingenza e la caducità della sua esistenza. L’uomo antico, o comunque pre-moderno, aveva vissuto il rischio del vivere come un Ulisse che cerca con le sue risorse umane e sociali – il gruppo dei suoi compagni di avventura – di raggiungere le colonne d’Ercole per scoprire il segreto del mondo: l’avventura della Verità dà il senso alla vita, giacché essa non è un’evidenza ma un mostrarsi solo a chi mette in gioco se stesso per cercarla. L’uomo medievale aveva trovato nella concordanza tra il progetto divino e la sua vita mortale la via provvidenziale della salvezza: la Verità è la creazione divina del mondo e il posto che l’uomo si trova a ricoprire sulla terra in attesa di ricongiungersi al Regno di Dio. L’uomo moderno, al contrario, scarta ogni ipotesi che il suo senso dell’Essere possa essere affidato ad una Verità Trascendente, a qualche cosa verso cui tendere attraverso prove e dolori, dolori e fatiche, senza essere mai sicuro di raggiungere la meta, e si pone invece al centro come il padrone del sapere che gli può consegnare la Verità dell’esistenza attraverso il dominio sulla natura. 

Avviene così la secolarizzazione della Verità che si trasforma in certezza delle conquiste scientifiche e delle conquiste politico-sociali. Al posto della Verità si insedia il Progresso come costruzione umana della “città felice” in cui desiderio e oggetto possano coincidere definitivamente. Questa secolarizzazione della Verità, trasformata in certezza del risultato, ha avuto una doppia funzione nella storia degli ultimi secoli: ha funzionato come anestetico dell’angoscia di morte, che l’uomo pre-moderno traduceva nella ricerca dell’Ultrasensibile, e ha trasformato il bisogno di trovare risposte affettive al proprio dolore di esistere in una richiesta di prestazioni  alla Chiesa o allo Stato che avevano il compito di attuare un nuovo tipo di maternage. La socialdemocrazia prometteva di assistere l’uomo dalla culla alla tomba senza lasciarlo mai solo con i suoi problemi esistenziali. La Chiesa assicurava compensi ultramondani che lenivano la sofferenza degli afflitti e avevano tuttavia il senso di una consolazione dal presente. Ma consolazione e assistenza sociale erano sempre nella loro sostanza anestetici che negavano la profondità dei problemi della vita e producevano perciò un’organizzazione sociale nella quale deperivano le ragioni dell’approfondimento e della ricerca dei rapporti tra le persone e la comprensione del sé profondo.

In questa fase noi viviamo la crisi della certezza secolarizzata e cioè il fallimento della promessa che tutti i problemi dell’essere umano possano essere risolti con gli strumenti che la scienza e il sapere scientifico forniscono per addomesticare la natura e per produrre ricchezza materiale. Si è completamente dimenticata la lezione evangelica che “non di solo pane vive l’uomo” e anche la lezione greca che l’uomo non ha in se stesso le risorse per diventare un Dio. Paradossalmente la secolarizzazione ha posto sul trono divino la scienza e la Tecnica, promettendo un futuro certo sul terreno dei bisogni elementari all’intera umanità. La crisi della certezza che stiamo vivendo è dunque una crisi di un intero modello di civilizzazione e di un modello antropologico fondato sulla totale autosufficienza dell’essere umano. Ciò che ricompare drammaticamente nell’esperienza del suicidio o della violenza assassina, nella voglia di uccidersi e di uccidere che esplode all’interno delle nostre società, è la negazione del bisogno di Verità che l’uomo ha avvertito sin dai primi momenti in cui ha pensato se stesso come un mistero, chiedendosi come il poeta: “perché giacendo a bell’agio, ozioso, s’appaga ogni animale, me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Il mal di vivere è una rinuncia alla ricerca della Verità come ciò che sta in se stessa di fronte a noi, nascondendosi e svelandosi ma senza dipendere dai nostri sentimenti e dalle nostre costruzioni. Sotto questo profilo la domanda di certezza oggi si intreccia con la domanda di verità e per questo si può dire che ancora una volta gli uomini hanno fame di verità e giustizia ed è certamente assai stimolante la lettura dell’enciclica del Papa sulla Verità e sulla Carità. A differenza della certezza, infatti, che ha a che vedere essenzialmente con il calcolo razionale, con la probabilità del successo e con la scoperta di nessi causali, ed è perciò sempre il risultato dell’azione soggettiva (qualsiasi oggettivazione della certezza non sfugge all’imputazione ad un Soggetto, Partito, Stato, Chiesa, Scienza), la Verità esiste in sé e per sé, e si presenta solo nella relazione d’amore tra due persone. 

Il riferimento che Esposito fa al rapporto fra la madre e il bambino è da questo punto di vista interessante, ma di per sé insufficiente. La madre, infatti, sappiamo tutti che può essere anche cattiva e, come la psicoanalisi ci ha insegnato, il piccolo d’uomo si trova spesso a fronteggiare un seno ostile e malvagio. Non c’è dunque una garanzia naturalistica affidata soltanto al rapporto madre-figlio che dispiega l’apertura dell’essere umano verso l’incontro con l’Altro e quindi verso la reciprocità amorevole nella quale abita la Verità. Perché ciò accada è necessario che un intero gruppo umano abbia elaborato l’esperienza “indicibile” della nascita e dei primi giorni di vita come metafora della venuta al mondo che, di per sé, esprime una vocazione all’incontro e che solo e quando questo incontro si realizza ha veramente accesso alla propria rappresentazione come quella di un essere umano che comincia l’avventura della vita. Il rapporto con la madre è certamente essenziale ma non è di per sé una garanzia di adesione e di assenso alla vita se essa non viene mediata dalla cultura, che la stessa madre, o anche un’altra “nutrice”, può rappresentare come incarnazione vivente delle generazioni passate: è l’esperienza di un primo incontro amoroso con una Persona che invita all’accoglienza dei nuovi esseri umani come garanti della vita che si riproduce attraverso l’amore.

Non penso quindi che la sola esistenza possa produrre una nuova certezza, ma soltanto una profonda trasformazione dell’assetto mentale e affettivo degli uomini contemporanei rispetto ai problemi fondamentali della vita e della morte. Solo patendo fino in fondo il dolore della mortalità gli uomini potranno recuperare il senso di una nuova nascita. Perché mettere al mondo figli che poi bisogna consolare? È una domanda ancora inquietante, se l’uomo non rinuncia alla volontà di potenza che gli ha fatto creare gli anestetici verso tutti gli aspetti negativi che comunque si incontrano nella vita. Ciò che è necessario per riconquistare il percorso della verità è allora paradossalmente quello di rinunciare alla ricerca di certezze illusorie, come quelle che ogni giorno ci promettono la scienza e l’economia, e mettersi sulla strada della grande ricerca del Mistero dell’uomo che spinge continuamente ad oltrepassare i confini di ciò che sembra acquisito una volta per tutte. Non bisogna cercare soluzioni ma nuove domande e, anzi, convincersi che spesso le soluzioni uccidono la domanda. Come ho detto a Rimini, occorre che gli uomini, come Ulisse, trasformino i remi delle loro piccole cose in ali verso il grande sogno di ritrovare un’armonia cosmica. La via di questa ricerca può condurre alla ineludibile questione di Dio. La via dei farmaci può produrre soltanto nuovi anestetici. Non so se sono riuscito ad interpretare il senso della relazione di Esposito, ma mi è sembrato che nel suo discorso ci fosse un’oscillazione fra una nozione di certezza secolarizzata e una nozione di certezza che più si avvicina al tema delle Verità fondamentali. 

Ad ogni modo, ciò che bisogna approfondire è come la negazione moderna del fondamento di verità della vita umana si rifletta poi nell’esistenza quotidiana e nella richiesta di sicurezze parziali ed effimere che caratterizzano il nostro tempo. Capire cioè che non sarà certamente l’espulsione degli immigrati a liberarci dall’angoscia dello straniero che affonda nell’esperienze primordiali della vita. 

I commenti dei lettori