PAPA/ Finnis (Notre Dame): la ragione di Benedetto ci fa uscire dal bunker

- int. John Finnis

Conclusa da poco la visita di quattro giorni di Papa Benedetto XVI in Germania, il filosofo australiano JOHN FINNIS analizza l’intervento del Pontefice davanti al Parlamento tedesco

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Papa Benedetto XVI in Germania (Foto Ansa)

Il Papa, in Germania, di fronte al Parlamento tedesco, si è rivolto ai suoi concittadini ma, in realtà, stava parlando al mondo; ha messo, infatti, in guardia i politici che lo stavano ascoltando dalle seduzioni del potere, a tutti i livelli, ricordando loro come la forza slegata dal diritto si trasformi ben presto in violenza. Nell’esaminare le fonti del diritto della civiltà occidentale, ha specificato come il cristianesimo sia l’unica tra le grandi religioni a non aver imposto un contenuto giuridico facendolo discendere dalla rivelazione, ma abbia sempre contemplato come cardini fondamentali la natura e la ragione. Una ragione che gli eccessi del positivismo hanno impoverito, eliminando la trascendenza dal novero delle possibili spiegazioni del reale. Abbiamo chiesto a John Finnis un commento sull’intervento di Ratzinger.

Il Papa ha citato Agostino, che ha scritto: “Togli il diritto, e allora, cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” Ritiene sia un rischio ancora attuale, anche per i politici dei nostri giorni?

Il Papa ha posto questa frase in più contesti. Subito dopo questa citazione, il Papa parla della presa del potere da parte dei Nazisti e dell’uso del potere per distruggere la legge e il diritto dentro e fuori la Germania, per poi minacciare il mondo intero. Ma immediatamente prima della citazione il Papa stava parlando di un rischio più ampio e duraturo, meno spettacolare ma reale e deleterio: la seduzione del successo, il successo politico, a scapito del diritto, il successo mediante la falsificazione di ciò che è giusto e lo scempio (su qualunque scala) della giustizia. Questa tentazione riguarda tutti i politici di ogni tempo. Inoltre, se poniamo il commento di Agostino nel suo contesto immediato nel libro quarto del De Civitate Dei, vediamo che il santo punta il dito sulla vera fonte della capacità pervasiva di corruzione della politica: la cupiditas. L’oggetto può essere (prendendo la elencazione di Agostino) denaro, territorio, sadismo, sesso o semplicemente il potere per se stesso. Per trovare evidenze di questo ai nostri giorni, c’è solo da guardarsi intorno.

Dice ancora il Papa: “Nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità del’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento.” Questo è possibile in uno Stato democratico, in cui il potere è attribuito alla maggioranza?

Non è né evidente né certo che nelle moderne democrazie sia la maggioranza ad avere il potere. Si potrebbe sostenere che nelle nostre democrazie la maggioranza sia sostanzialmente senza potere. Ciò non significa affermare che il diritto di voto e di poter parlare liberamente di questioni politiche sia irrilevante, tutt’altro! Ma, comunque sia, rimane evidente che chi è in una posizione di responsabilità deve trovare personalmente i criteri autentici per decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Così come gli elettori sono responsabili non solo quando votano, ma anche quando parlano con i giornalisti, i sondaggisti o l’un l’altro, e anch’essi devono cercare personalmente questi criteri autentici. Altrimenti, che la maggioranza abbia o meno “il potere”, la legge e il governo dello Stato sicuramente finiranno per corrompersi.

 

“Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità politeiste, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione.” Cosa pensa di questa affermazione del Papa?

 

Che è vera e importante. Ma è un’osservazione di carattere storico, e non è così importante come l’affermazione fatta precedentemente che, “diversamente da altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato… Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto.” Questa più ampia e profonda affermazione non riguarda semplicemente la storia, ma anche il presente, dove c’è poco politeismo che possa preoccupare il pubblico tedesco o europeo, ma c’è almeno una “grande religione“ che propone una “legge rivelata” allo Stato e alla società, una legge che per certi importanti aspetti è contro la ragione e la natura (e, naturalmente, non è in realtà rivelata).

 

“Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere.” Qual è la rilevanza politica di questi due concetti fondamentali?

Come dice la frase del Papa, i due concetti fondamentali sono natura e ragione. La natura che è qui in gioco primariamente (pur non esclusivamente) è la natura umana, e la ragione primariamente (pur non esclusivamente) in gioco è la ragione pratica, i cui giudizi noi chiamiamo coscienza. Come insegna correttamente San Tommaso, è attraverso l’originale comprensione delle forme fondamentali del bene umano che dà la ragione pratica che arriviamo a una comprensione adeguata della nostra natura umana, delle sue possibilità e del suo compimento per quanto possibile attraverso scelte moralmente giuste. Senza questa comprensione originaria dei fini umani, ci ritroviamo nel bunker (per usare la metafora del Papa, così coraggiosamente esposta a Berlino, nei pressi del bunker più famigerato della storia) della ragione “positivista” – per esempio, la concezione di ragione proposta da David Hume: una ragione che non può essere che schiava delle passioni, poiché non può comprendere nessun obiettivo umano come veramente intelligente, ragionevole e in linea con il compimento della natura umana. È da una corretta comprensione dei fini umani che deriva una corretta comprensione della bontà e della necessità di una società politica (e dei suoi organi per assicurare la giustizia) come indispensabile aiuto sussidiario alle persone, alle famiglie e alle associazioni civili nella loro realizzazione del fiorire umano.

 

“Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti.” È questa la vera causa della confusione che spesso caratterizza il dibattito politico?

 

Il Papa non dice che il positivismo è la sola causa di confusione, e neanche che ne sia la causa più immediata. Ritengo piuttosto che voglia dire che le incomprensioni positivistiche della ragione bloccano le intuizioni – la saggezza – che “le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto” potrebbero altrimenti fornire. Naturalmente, come Aristotele dice alla fine della sua Etica, una cosa è mettere a disposizione delle persone le fonti per la conoscenza, tutt’altra questione è che le persone ascoltino, accettino e applichino queste fonti. Anche in assenza degli errori filosofici del positivismo (e delle razionalizzazioni positiviste del male), ci potrebbero essere molte fonti di confusione. Una sana conoscenza di per sé non sconfigge il vizio, né afferma la virtù, neppure la virtù intellettuale della prudentia, saggezza pratica sulla persona, sulla famiglia o sulla politica.

 

“Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.” Cosa pensa di questa idea di libertà?

Non so esattamente quale linea di pensiero il Papa abbia implicitamente voluto qui seguire o suggerire. Ma vorrei dire che la vera libertà umana (come San Tommaso dice all’inizio della sua grande trattazione sulla moralità) è la libertà di un’immagine di Dio – Uno che ha la libertà di scelta e l’esercita secondo un bene che è veramente soddisfacente, soddisfacente per le persone e per le amicizie e le società più vaste nelle quali trovano cosi grande parte della loro realizzazione.

 

Come dice Agostino subito prima del passo citato dal Papa, e qui il Santo continua la tradizione filosofica iniziata da Platone e portata avanti da Aristotele, la vita di una persona che cede alla cupiditas è una vita di asservimento all’ansia, all’insicurezza, a brame insaziabili, e via dicendo. Su questa strada, non vi è nessuna vera libertà. Né vi è attraverso nessuna “autodeterminazione esistenzialista” con cui uno potrebbe provare a ricreare se stesso, quasi come un padrone Nietzschiano, libero dai vincoli dell’uguaglianza e giustizia umana. Forse, il pensiero del Papa in queste frasi può essere anche collegato al fatto che ogni manipolazione della natura umana, per esempio mediante modifiche genetiche non terapeutiche, rende il prodotto della manipolazione schiavo del manipolatore, anche se quest’ultimo fosse motivato da buone intenzioni.

 

(Pietro Vernizzi)

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