IL CASO/ Se san Tommaso batte le agenzie di rating

- Andrea Staiti

Negli Usa, paese dalle infinite opportunità, regna però un qualunquismo democraticistico che valuta tutto senza dire il criterio. La “lezione” di san Tommaso. ANDREA STAITI

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Delle cinque vie di San Tommaso per dimostrare l’esistenza di Dio la mia preferita è senza dubbio la quarta. In sintesi, il ragionamento dell’Aquinate è il seguente: nella nostra vita siamo impegnati in continue valutazioni. Diciamo di certe cose che sono migliori di altre e peggiori di altre ancora. Se siamo in grado di ordinare le cose in cui ci imbattiamo in termini di ciò che è meglio e ciò che è peggio, deve esserci per forza un bene ultimo in riferimento al quale valutiamo e classifichiamo tutto il resto. Questo bene ultimo è Dio.

Forse ha ragione chi dice che la quarta via non dimostra affatto l’esistenza di Dio ma soltanto quella di un ultimo standard soggettivo cui ciascuno si riferisce nelle proprie valutazioni (un quid per cui vale la pena vivere anche soli 5 minuti, come direbbe Luigi Giussani.) Ammesso e non concesso che la critica sia corretta, se non altro è stimabile che San Tommaso  dichiari esplicitamente il proprio standard ultimo: Dio. Quando afferma “buono”, “apprezzabile”, o “malvagio”, “deprecabile” nel resto della sua opera il lettore è debitamente informato su che cosa intenda.

In un paese come gli Stati Uniti, rankings, ratings, evaluations sono pratiche pressoché quotidiane. Per la quasi totalità dei servizi ricevuti o offerti è richiesta una valutazione. Ad un docente universitario che accetti di scrivere una lettera di referenza per uno studente candidato ad un posto di dottorato è richiesto di quantificare numericamente la qualità dello studente in questione in riferimento agli altri studenti dello stesso anno. Se scrivi più lettere per diversi studenti che si candidano alla stessa università è gradito essere esplicito: Julia è migliore di John, ma non è così brava come Anna. Anche le università sono oggetto di continui rankings da parte di influenti riviste nazionali come U.S. News (una specie di Panorama americano, per intendersi) ed eventuali declassamenti comportano perdite economiche ingenti causate dall’immediato abbassamento delle richieste di ammissione.

Mentre guidi in città ti accorgi che i furgoncini di servizio di varie aziende (gas, elettricità) esibiscono un adesivo che chiede “how am I driving?” (come sto guidando?) e indica un numero di telefono cui comunicare eventuali rimostranze. Questo è il milieu umano e culturale in cui nascono le famose agenzie di rating attualmente nell’occhio del ciclone.

In un mondo in cui tutto è in concorrenza con tutto e tutto è costantemente monitorato e valutato, non si può non reclamare con forza l’onestà intellettuale che il grande filosofo medievale ci testimonia. Occorre essere espliciti. Sempre più diffuso a tutti i livelli è invece un qualunquismo democraticistico basato su due imperativi: 1. chiunque ha il diritto di valutare qualunque cosa; 2. nessuno ha il dovere di dichiarare i criteri della propria valutazione.

Ma di valutazioni oggi si può anche morire. Diteci quindi, per favore, a che cosa vi riferite quando dite che X è meglio o peggio di Y. Che l’Italia è peggio della Germania. Che l’Eurozona è “a rischio”. Diteci, per favore, dove porta la vostra quarta via. Quella di San Tommaso portava a Dio. Quella di Standard & Poor’s? Probabilmente alle tasche senza fondo di qualche speculatore anglosassone? Ditecelo per favore. Se in cabina di regia si è deciso di renderci tutti più poor che ci venga per lo meno raccontato in base a quale standard



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