IDEE/ Così l’individualismo ha guastato l’Europa

- Sara Cigada

Sembra che nessuno se ne ricordi, ma all’inizio di questa nostra Europa ci sono pluralismo e sussidiarietà. Che fine hanno fatto queste parole? SARA CIGADA

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Sembra che nessuno se ne ricordi, ma all’inizio di questa nostra Europa ci sono pluralismo e sussidiarietà: parola di Jacques Delors. Solo vent’anni fa, questi termini sono stati decisivi nel dibattito politico che ha portato al Trattato di Maastricht e all’unione monetaria. Tant’è che nei  dizionari francesi la parola “sussidiarietà” è ridotta addirittura a “termine tecnico dell’amministrazione europea”, come se il concetto stesso fosse inesistente prima di allora e fosse stato introdotto proprio nel contesto di quel dibattito… Barzellette linguistiche a parte, la parola sussidiarietà venne ampiamente sfruttata in quegli anni per tranquillizzare i Paesi europei che temevano di perdere la propria sovranità, per essere poi prontamente accantonata all’indomani dell’adozione del trattato. 

Ma se si fa un passo ancora indietro e si rivedono i discorsi di coloro che fondarono il primo nucleo dell’attuale Europa “unita”, si scopre che l’idea di unità riposa sul riconoscimento di un “bene comune – superiore all’interesse nazionale – nel quale si fondono e si confondono gli interessi individuali dei nostri Paesi” (Robert Schuman 1963). Schuman parla, negli anni Sessanta, di “interessi interdipendenti” delle nazioni, che troveranno adeguata risposta nello sfruttamento condiviso delle risorse: questo modo di intendere l’interesse – molto concreto, quasi pragmatico si potrebbe dire – “si oppone al nazionalismo nelle sue varie forme che, invece, concepisce l’interesse degli altri Paesi come inconciliabile, anzi opposto, a quello del proprio”. Secondo Schuman, l’interdipendenza degli interessi nazionali è il nuovo nome della solidarietà.

Si tratta di una concezione grandiosa dell’interesse (altre espressioni usate dallo Statista francese per descriverne la natura sono, in effetti, “bene comune” e “comunità culturale”), una concezione del tutto aliena al tarlo dell’invidia. L’atteggiamento nazionalista, per Schuman, è ormai desueto e fa parte di un passato del quale occorre finire di liberarsi in fretta: perché uno sguardo libero vede che la solidarietà “è la persuasione che il vero interesse consiste nel riconoscere e nell’accettare, nella pratica, l’interdipendenza di tutti”. C’è dunque un filo sottile ma forte che collega interessi nazionali interdipendenti, sussidiarietà e solidarietà, nella prospettiva del bene comune. 

Quel che fa più specie, tuttavia, non è la distanza abissale che separa gli accenti dei discorsi come quelli che stiamo citando, dai toni e dai temi del discorso politico attuale. Bensì quel che si diceva in anni ancora precedenti, ai tempi in cui Robert Schuman, ministro degli esteri francese, tese genialmente la mano alla Germania di Adenauer distrutta dalla guerra e creò con la Germania, appunto, quell’interdipendenza (”solidarietà di fatto”) che consentì ai due paesi – ma anche a tutta l’Europa – di far tesoro dell’aiuto americano per risollevarsi e allontanare il pericolo di una nuova guerra. È il maggio del 1950. 

Nella famosa “déclaration” con la quale, rivoluzionando il panorama delle relazioni internazionali, Schuman offre alla sconfitta Germania una collaborazione alla pari, un passaggio decisivo è riservato alle prospettive politiche ed economiche del progetto, “aperto a tutti i paesi che vorranno partecipare”. E il risultato immediato sarà che l’Europa “potrà, con mezzi accresciuti, perseguire la realizzazione di uno dei suoi compiti essenziali, e cioè lo sviluppo del continente africano”. 

Nel contesto di questo discorso di Schuman, un discorso che è tutto europeo anzi fondamentalmente franco-tedesco, un discorso che è esplicitamente ed esclusivamente economico, un discorso che è mirato e concreto perché riguarda solo la produzione industriale di acciaio e carbone, quel riferimento all’Africa appare sorprendente, leggendolo oggi, al punto che a prima vista sembra quasi insensato, una stonatura nell’insieme dell’argomentazione. Quasi viene da chiedersi in che cosa c’entri. 

Il senso di estraneità, che questo riferimento provoca in noi, è il segnale della distanza culturale che ci separa da quegli uomini: ha sicuramente a che vedere con il fatto che nel ’50 la Francia ha ancora molte colonie, ma d’altra parte nel ’50 la Francia ha colonie anche in Asia e nelle Americhe, non solo in Africa… e d’altronde Schuman parla del “continente africano”, mettendo intenzionalmente a tema una prospettiva diversa da quella strettamente coloniale francese. Nella dichiarazione di Schuman il senso di questo riferimento è la prospettiva ampia dello sviluppo, della crescita, delle potenzialità da incrementare insieme. E il senso di estraneità che questo riferimento provoca in noi, come dicevamo, è il segnale di una distanza culturale cioè di un restringimento drammatico del nostro orizzonte, nel quale l’interesse ha poco a che vedere con il bene comune di un Paese, figuriamoci con la solidarietà, la sussidiarietà, l’interdipendenza tra le nazioni… Non c’è da stupirsi: più l’interesse si riduce all’individualismo immediato, più lo sguardo diventa incapace di prospettiva e così diminuisce il desiderio di fare progetti basati sulla collaborazione. Nella misura in cui agisco solo in vista del mio tornaconto, immagino che anche gli altri si comportino allo stesso modo: di conseguenza l’interdipendenza diventa sinonimo di fregatura e va accuratamente evitata.

 



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