NATALE 2012/ Perché possiamo chiamare un bimbo “padre”?

- Pietro Zovatto

La grandiosa verità del Natale è che Dio è nostro Salvatore; un bambino gracile e indifeso si presenta con l’esigenza di essere il realizzatore della Promessa antica. PIETRO ZOVATTO

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Giotto, Natività di Gesù (1303-05) (Wikipedia)

E il Natale 2012 è arrivato con un preavviso di tempo inclemente. Gelo ovunque, la neve ha fatto la sua apparizione con una bora notturna, urlante e gemente, a Trieste. Mai sazia di sbattere le imposte. Le luminarie hanno preso il colore affascinante del cristallo contribuendo all’aspetto del coinvolgente clima natalizio.

Si sentono le bucoliche pastorali natalizie, delicate come il miele di puro favo, avvolgerci con la loro fragranza di nostalgia orientale e mitteleuropea. Fu un parroco austriaco a trasmetterci lo “Stille Nacht” di una notte casta, perché santa e immacolata, da millenni in attesa. Ed è stato un vescovo, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, a regalarci “Tu scendi dalle stelle”, pieno di affettuosa compartecipazione partenopea fin nelle profondità dei precordi. La grandiosa verità del Natale è che Dio è nostro Salvatore; un bambino gracile e indifeso, bisognoso di tutto si presenta con l’esigenza di essere il realizzatore della Promessa antica, e per noi sempre Nuova. Bambino con le braccia aperte, pronto ad accogliere ognuno che gli vada incontro con l’intenzionalità dichiarata d’essere autentico nella sua fede di cristiano coerente con il parallelo suo agire.

Anche in tempi di crisi economica il Natale può essere soffocato o neutralizzato nella sua natura di portatore di salvezza dai lustrini degli addobbi, dalle vetrine suggestive di regali, accessori secondari del Santo Natale. O anche da quel clima di vago sentimentalismo d’essere migliori, più buoni del solito, con una nostalgia inerme; tutto questo può disperdersi nelle apparenze della cornice esteriore e diventare folklore sacro o semipaganeggiante.

Altro impedimento a penetrare il mistero di questo evento è quello di considerare il bambino una statuetta ingenua e sognante che decora il presepio, senza farlo crescere nello spirito, che attende “con lunghi gemiti” per camminare con noi, farsi nostro compagno di viaggio, crescere “in età, sapienza, e grazia” (Lc 2, 51-52).

Per taluni il Natale è una suggestiva tradizione annuale, un mito fascinoso, il cuore ingenuo e tenero di una favola sublime. Senza pensare che quel bambino si presenta nella storia come evento, che cambia il suo corso con una Buona Novella che possiede la forza di cambiare tutte le gerarchie dei valori, anche quelle desuete e stanche, della nostra cultura confezionata di consumismo e di apparenza del vedere per stupire, non per destare stupore e meraviglia – connotazioni evangeliche dell’uomo che vive in contemplazione della Parola di Dio, così come lo era la Vergine Maria. Ella “conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 19). Perché la rivelazione è il dialogo d’amore di Dio con gli uomini, va quindi conservata scientificamente, meditata con “spirito di intelligenza” e contemplata nella celebrazione liturgica e della vita. 

Per farla rivivere nel nostro cuore con ardente commozione, come a Emmaus ai due discepoli ignari di parlare con Dio. “Non ardeva forse il nostro cuore mentre Lui parlava lungo la via?” (Lc 24, 32). Era il tramonto e i due orizzonti, quello del versante umano e quello del vertice divino, si incontravano e si fondevano attorno alla Parola che non passa. Come nella Genesi Dio arrivava con la brezza della sera nel Paradiso terrestre. E la preghiera originaria reca in sé il grande dono della pace, la “tranquillitas animi” agostiniana.

Gesù è la Parola del Dio vivente in mezzo agli uomini, che si fa carne per condividere con noi la sorte incerta d’una esistenza precaria, divenuta più acuta in tempi di crisi universale. Egli porta la speranza, motore cordiale alle nostre fragilità persistenti. Gesù è il Verbo Incarnato − ce lo ricorda l’incipit dell’evangelista san Luca −, con quella sua capacità di inquadrare il messaggio cristiano delle origini in una organizzazione “scientifica” dei fatti. Come uno specialista addetto ai lavori storici.

Questa persuasione domanda una collaborazione attiva e perseverante da parte dei credenti, che si chiama conversione. La conversione di se stessi, nell’intimo dei cuori, là dove sorgono i desideri e si formano i giudizi che dirigono il nostro costruire la quotidianità. È uno scavare la strada, come Giovanni l’austero battistrada di Cristo, a Dio nella propria carne; un distacco dalle pigrizie, dalle omissioni e dal comodo di una esistenza insignificante. È un crocifiggerci con Cristo. Asceticamente chiede di impegnare la volontà attiva per aprire un varco alla bontà, “la saggezza del cuore”. Allora si sarà capaci di perdonare, la qualità divina che gli uomini non imparano mai, anche negli ambienti devoti stenta a farsi strada.

Questa Incarnazione rappresenta una nuova creazione. Con la prima l’uomo è la bella creatura vulnerabile. La tragedia della prima coppia nel Paradiso terrestre ne è una prova drammatica e palpitante. Cristo Gesù ristabilisce gli originali rapporti di armonia facendoci figli di Dio per grazia attuale e preveniente a ogni nostro merito. Nella nuova condizione l’uomo rivolgendosi a Dio può chiamarlo con diritto e con tenerezza: Padre!

Esiste forse una situazione più felice di questa: cambiare il rapporto con Dio e sentirsi inseriti nella Famiglia Trinitaria? Dio è Padre, il Verbo Incarnato è nostro fratello, lo Spirito ci accompagna nella avventura della nostra esistenza. San Paolo grida ancora come alla comunità dei Tessalonicesi: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male” (I Tes 1,19).

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