LETTURE/ Dove va la notizia nell’era di internet?

- Sergio Cristaldi

Come cambia la notizia? Nell’era dei new media, la carta è in crisi. Ma basta collegarsi al web per essere giornalisti? Un recente libro sul tema letto da SERGIO CRISTALDI

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Incalzata da Internet, sempre più esposta alla sfida dei blog personali e del citizen journalism, la stampa tradizionale, già in sofferenza per la pervasività del giornalismo televisivo, torna a interrogarsi sul proprio futuro. L’era digitale segna la fine delle testate cartacee, i social network hanno destituito cronisti e redattori di professione? La crisi dei quotidiani è palpabile, anche i periodici registrano un profondo rosso e il calo generalizzato delle vendite provoca drastici piani di ristrutturazione, dolorosi tagli al personale. Inevitabile fermarsi a riflettere; non sono, infatti, mancati autorevoli responsi di esperti del settore. Un contributo al dibattito viene adesso dal volume di Giuseppe Di Fazio e Orazio Vecchio, Dove sta la notizia. Giornali e giornalisti nell’era di Internet, pubblicato dal Centro Studi Cammarata e dalle Edizioni Lussografica. Entrambi giornalisti professionisti, gli autori non si nascondono le attuali difficoltà, ricorrono anzi per monitorarle proprio ai ferri del mestiere, con l’esito di un libro-inchiesta sempre in presa diretta e al tempo stesso non estemporaneo e corrivo.

L’avvento delle tecnologie digitali, grazie a cui chiunque, con l’armatura leggera di uno smartphone dotato di telecamera e connessione alla rete, è in grado di fissare l’evento e metterlo in circolazione, magari insieme a proprie considerazioni, è registrato da Di Fazio e Vecchio senza fastidiosi allarmismi ammantati di saccenteria. Chi addita la rete come il nemico retrocede, senza rendersene conto, nel conservatorismo ed emette oltretutto un verdetto moralistico. Come quello che, con fiero cipiglio, screditava tout court la televisione, madre esecrabile di mali individuali e sociali. I capi d’accusa, del resto, si somigliano: incentivazione alla fuga dalla realtà, ottundimento della capacità relazionale, contagio di una disposizione superficiale e frettolosa. Che la generazione televisiva e digitale tradisca non di rado patologie del genere è sotto gli occhi di tutti, ma questi effetti indesiderati non sono inevitabili e non vanno enfatizzati come uno spauracchio, sfruttati ai fini di un veto.

Di Fazio e Vecchio si mostrano peraltro critici verso l’opposta esaltazione dei new media come immancabili promotori della democrazia globale, in grado di consentire a ciascuno un protagonismo nell’ambito dell’informazione e perfino di emancipare le masse dallo stato di minorità, a dispetto degli arcigni tutori dell’ordine costituito. Se Internet ha giocato un suo ruolo nella primavera araba, contribuendo alle vittoriose mobilitazioni contro dittatori in apparenza inamovibili, non ha prodotto a tutt’oggi alcuna leadership di governo, e necessita efficaci correttivi contro certe sue tossine, ad esempio quelle che instillano atteggiamenti gregari, incompatibili col giudizio indipendente e l’autentica crescita democratica. In definitiva, ciò che è strumentale non merita di per sé il marchio d’infamia né la medaglia al valor civile, lo strumento riesce buono o cattivo secondo l’uso che se ne fa, e l’uso dipende dal soggetto, si tratti di internauta o di inviato speciale.

Si giustifica allora la garbata apologia che Di Fazio e Vecchio tessono del giornalista professionista, di cui oggi ci sarebbe bisogno ancor più di prima. Nessuna scomunica, beninteso, dei personal media, anzi mano tesa al giornalismo dei cittadini, che appare una sollecitazione stimolante e può divenire – perché no? – una forma complementare e integrata di informazione, come già si verifica presso quei giornali online che hanno aperto i rispettivi siti agli operatori amatoriali, e ospitano volentieri le loro notizie e i loro video. Solo che un flusso abnorme e incontrollato di dati tende a rovesciarsi paradossalmente in un vuoto di informazione reale, per stare alla motivata diagnosi del sociologo Giuseppe De Rita. Tanto più necessaria la figura del giornalista doc, in grado di selezionare, valutare, raccontare in maniera incisiva. «Non basta essere spettatori di un evento», avvertono Di Fazio e Vecchio, «per capirne la portata e comunicarlo adeguatamente. Occorre anche saper leggere dentro i fatti, coglierne gli aspetti preminenti, andare al cuore della notizia». Questione di competenza? Non c’è dubbio, ma una competenza simile è irraggiungibile senza un forte investimento di umanità: l’abile artigianato che confeziona servizi appetibili risulta insufficiente e a lungo andare non paga. Fare giornalismo, e i due autori lo sottolineano a più riprese, significa cercare il significato dei fatti: ciò che qualifica il professionista è la passione per la verità, quella che giace al fondo e vuol essere snidata. Il reportage di un infortunio o la diretta di una catastrofe rischiano di non lasciare traccia, o peggio di incitare una curiosità morbosa, se non introducono al senso di quel dolore.

Un episodio che Di Fazio e Vecchio amano rievocare, e che ha per protagonista un mostro sacro del giornalismo, mostra il coefficiente di moralità necessario per proporre un commento non banale. Il panorama sociale e politico è spesso oscuro a causa di pregiudizi istintivi o alimentati ad arte, e contrastare i luoghi comuni, gettare al potere (o al contropotere) il guanto di sfida comporta qualche rischio. Ne sapeva qualcosa Indro Montanelli, quando scriveva, nel 1977, al collega Gino Corigliano che «dire delle cose di semplice buon senso» era divenuto ormai «un atto eroico». Un mese dopo, Montanelli doveva subire un attentato da parte delle Brigate Rosse. Drammatica conferma di un’intuizione, tra umoristica e amara, di G.K. Chesterton: un profeta viene lapidato «per aver detto che l’erba è verde e che gli uccelli cantano in primavera».

Come ogni libro o pamphlet che si rispetti, Dove sta la notizia conduce a una soglia da cui si intravedono problemi ulteriori. Le procedure di cernita, evidenziazione e racconto, in cui consisterebbe in primo luogo il proprium del giornalismo non amatoriale, implicano un accentuato intervento dell’operatore. 

La distinzione tra fatti e opinioni, classica nella deontologia giornalistica, conserverebbe allora una sua funzione di antidoto contro l’unilateralità strumentale e la mistificazione di parte, ma andrebbe in ogni caso ripensata. Lo stesso resoconto scrupoloso, esente da forzature e aggiustamenti interessati, si rivela infatti una costruzione, in quanto esito di un indispensabile filtro, di una necessaria messa a fuoco. La volontà di qualificare un’insurrogabile professionalità a fronte delle spontaneistiche e disinvolte pratiche internettiane porta in definitiva all’ammissione, poco o tanto consapevole, che la cronaca più asciutta, proprio quella impostata con rigore da una mano esperta, è già commento.

Val quanto dire che la forma mentis del giornalista impregna ogni capoverso del pezzo redatto a regola d’arte, curvando inesorabilmente la notizia. Il relativismo è allora l’ultima spiaggia anche per il mondo dell’informazione? Eppure il fatto, qualunque fatto, clamoroso o umile poco importa, possiede una sua carica di novità, e non deve necessariamente rimanere irretito entro le coordinate mentali dell’osservatore, ma è in grado di rivoluzionare la grammatica conoscitiva preesistente. Se è così, la deontologia del reporter e dell’opinionista non consisterà nell’assenza (impossibile) di preconcetti, ma nella disponibilità a cederli in forza di ciò che accade.

Giuseppe Di Fazio, Orazio Vecchio, Dove sta la notizia. Giornali e giornalisti nell’era di Internet, Centro Studi Cammarata – Edizioni Lussografica, 2012

 

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