LETTURE/ Ignazio Silone: sono gli amici a salvarci dal potere

- Sergio Cristaldi

Che senso potrebbe avere rileggere oggi Ignazio Silone? Il suo rifiuto di ogni apparato è un no deciso all’omologazione di ogni tipo. Ma la domanda rimane intatta. SERGIO CRISTALDI

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Terremoto oggi in Grecia (Infophoto)

A distanza dai clamori e furori sui risvolti in ombra di una biografia tormentata, riapriamo, oggi, più serenamente il dossier Silone, tornando con rinnovata disponibilità a libri che interpellarono, al loro apparire, un pubblico vasto, sfidarono le coscienze. Inevitabile constatare, in questi romanzi, la vibrazione di ogni protagonista; che desidera una vita vera nel presente, e si mostra pronto a sfatare l’alibi del contesto ostile e proibitivo. Per quanto imponente, un contesto non sottrae la libertà del soggetto, come rimarca Pietro Spina, l’eroe di Vino e pane, in un confronto con l’antico compagno di scuola Nunzio Sacca, ostile al regime fascista, eppure incapace di scuotersi dall’inerzia. 

Nunzio attribuisce al frangente sfavorevole la responsabilità della propria esistenza mancata, immersa in un “provvisorio” che non passa: «Si vive nel provvisorio. Si pensa che per ora la vita va male, per ora bisogna arrangiarsi, per ora bisogna anche umiliarsi, ma che tutto ciò è provvisorio. La vera vita comincerà un giorno. Ci prepariamo a morire col rimpianto di non aver vissuto. A volte questa idea mi ossessiona: si vive una sola volta e quest’unica volta si vive nel provvisorio, nella vana attesa del giorno in cui dovrebbe cominciare la vera vita. Così passa l’esistenza. Di quelli che conosco, t’assicuro, nessuno vive nel presente. Nessuno mette al suo attivo quello che fa ogni giorno. Nessuno è in condizione di dire: Da allora, da quella data occasionale, è cominciata la mia vita». A questa lucida ma incompiuta coscienza risponde lo scatto di Pietro: «Non bisogna aspettare. Questo è il male. Bisogna agire. Bisogna dire: Basta, da oggi».  

Se l’ingranaggio totalitario, che non tollera intralci, tende a narcotizzare la libertà, resta sempre disponibile un movimento di “uscita”, l’opzione imboccata da Pietro Spina, come pure da Rocco De Donatis in Una manciata di more. Entrambi rispondono al tipo dell’erede inquieto e critico di una casta di possidenti, disposto a cedere il suo privilegio e a scendere fra gli oppressi, fino alla militanza nel Partito comunista. Solo che la stessa formazione politica nata da un’istanza di liberazione finisce per replicare al proprio interno i vizi del sistema contestato; è necessaria allora una nuova rottura, per quanto traumatica e rischiosa. Come lo stesso Silone all’inizio degli anni Trenta, anche quei suoi personaggi abiurano il comunismo, si staccano dal Partito. È l’inizio di un’esistenza volutamente ai margini, incompatibile ormai con ogni apparato, politico o religioso. Chi ama la libertà sembra consegnato a un destino di sradicamento: solo “fuori”, solo al di là del ruolo e delle parole d’ordine, egli potrà levare la propria testimonianza, a costo di andare allo sbaraglio, in assenza di reti protettive. 

La fuga, comunque, è dall’organismo burocratico-totalitario, non dalla situazione. Silone, del resto, non intende affatto identificare la libertà col ripudio di ogni appartenenza. Quando evadono dal meccanismo che li irretisce, i suoi eroi stanno rispondendo all’attrazione di un polo da recuperare. L’esodo riconduce Pietro Spina e Rocco De Donatis all’originario cosmo contadino, arretrato e persino arcaico, eppure con anticorpi formidabili contro le ideologie, nella sua saggezza immemoriale, nella sua pratica di solidarietà vissuta. E soprattutto, questo rimpatrio è il riacquisto di un rapporto autorevole con un maestro dall’umanità persuasiva, don Benedetto in Vino e pane, Lazzaro in Una manciata di more

Affiora il tema dell’incontro e della possibilità mai esausta del suo rinnovarsi, che niente può inibire, non la lunga separazione, nemmeno l’infedeltà e il tradimento; un plesso narrativo altrettanto radicato nell’esperienza personale dell’autore, che per il personaggio di don Benedetto si ispirava a don Luigi Orione (poi direttamente rievocato in uno squarcio commosso di Uscita di sicurezza, la raccolta di saggi dall’emblematica intitolazione). È un rapporto di questo tipo a sollecitare radicalmente la libertà, rivalutando l’insofferenza verso l’inautentico in capacità costruttiva, soprattutto svelando l’arco infinito di un’indistruttibile spinta. Di nuovo nella sua terra d’origine, Pietro Spina è scosso dalle parole di don Benedetto, che non richiamano il travagliato  rivoluzionario a un dover essere, ma ravvisano in lui un uomo «toccato da Dio» fin da ragazzo, «da Dio stesso lanciato nelle tenebre alla sua ricerca». 

La fecondità dell’incontro si conferma nella sua tendenza a dilatarsi: l’intesa privilegiata tra maestro e seguace è il punto generativo attorno a cui si allargano i cerchi concentrici di una comunità sui generis, cementata da un connettivo non sociologico né dottrinario. Sia Pietro che Rocco, dopo la militanza in disumanizzanti cellule politiche, appiattite su esigenze organizzative e attivistiche, recuperano nella loro riscossa l’humus dell’amicizia, che permette alla libertà di non illanguidirsi e decadere. Nella prima edizione di Vino e pane, il protagonista trova già accenti inconfondibili all’epoca in cui milita nei ranghi comunisti, come appare in un dialogo con il funzionario di partito Bolla. La subordinazione della persona all’organizzazione viene ribaltata: «“Ad un elemento nuovo che si avvicina ad un gruppo, che cosa gli si fa fare?” Domanda Spina. “Per metterlo alla prova gli si comincia a far distribuire qualche copia di manifestino”, risponde Bolla. Spina non nasconde il suo parere contrario. “Non credi che bisognerebbe anzitutto fare amicizia con lui? egli domanda. “Vederlo la sera, nelle ore libere, capire che uomo sia, fare qualche gita con lui la domenica, parlare con lui, a poco a poco, di tutto, e non solo di politica?”». 

Emancipando questa esigenza dalle maglie rigide del partito rivoluzionario, il secondo atto della saga di Pietro Spina, Il seme sotto la neve, si profila come il romanzo «dell’avventura di alcuni uomini legati l’uno all’altro da un’amicizia disinteressata»; qui, come poi nel dramma Ed egli si nascose, si coagula attorno al protagonista una singolare «compagnia» di sodali che condividono la decisione di vivere senza garanzie. Un segno di contraddizione nel conformismo del ventennio fascista. Ma l’aggregarsi non è strumentale a un obiettivo di opposizione, possiede una sua intrinseca validità, sempre più evidenziata, nel tempo, dallo scrittore. Mentre Fontamara, il primo romanzo di Silone, si chiudeva sul celebre interrogativo di Lenin, che fare?, e lo recepiva senz’altro come impulso alla mobilitazione eversiva, il dramma Ed egli si nascose sposta l’accento. La domanda è rilanciata da uno dei contadini del piccolo sodalizio: «E nel frattempo, a parte le chiacchiere, che si può fare?». Un altro contadino coglie la palla al balzo: «Per conto nostro l’essenziale è questo: stare assieme. Un pericolo condiviso tra amici può diventare perfino un’allegria». L’amicizia risulta già in se stessa una novità; è col suo stesso porsi che si oppone, e in questo senso appare una profezia già realizzata, almeno in parte.

Per Silone, tuttavia, l’amicizia conserva la sua cifra se mantiene la dimensione del ristretto manipolo, evitando di esporsi a crescita. I pochi che compongono l’agile pattuglia non devono moltiplicarsi, né conquistare nella società uno spazio attrezzato e stabile, ne va dello spirito originario. È controproducente farsi largo, con un proprio pacchetto di quote, fra i grandi azionisti del potere, o peggio espugnare un primato. Questa la lezione malinconica dell’ultimo libro di Silone, L’avventura d’un povero cristiano, che sonda un movimento di “ingresso” piuttosto che di “uscita”, il tentativo riformatore dell’eremita Pietro Angelerio, asceso al soglio pontificio col nome di Celestino V.

Non importa, almeno in questa sede, la maggiore o minore rispondenza alla storia della ricostruzione, fortemente orientata, di Silone. Il Celestino dell’Avventura ha radici autobiografiche, come i precedenti personaggi del romanziere, ma risulta attraente proprio per questo. Rientrato in Italia dopo la Liberazione, Silone si era coinvolto nella vita civile della neonata Repubblica, fino ad assumere, come membro del Partito socialista, incombenze di primo piano. Almeno fino al 1955. Poi, un nuovo passo indietro, stavolta senza ripensamenti. Era dunque opportuno un bilancio aggiornato, e l’Avventura si incarica di tracciarlo. Vi sono frangenti in cui il potere non si presenta come barbarie, anzi dichiara legittime le urgenze ideali e si vuole tollerante, concedendo anche ai “profeti” un diritto di cittadinanza, offrendo loro uno spazio all’interno degli ambiti decisionali. Ebbene, la verifica sottrae l’illusione e sconfessa senza appello ogni “entrismo”, riconosciuto impraticabile alla prova dei fatti: Celestino deve dimettersi se non vuole diventare ostaggio della Curia, rivelatasi, dopo gli applausi di circostanza al neoeletto, refrattaria e irriducibile. Nemmeno il potere dal volto umano si lascia addomesticare; in realtà questo Leviatano in sembianze benigne adesca gli oppositori per risucchiarli entro la propria logica. Solo la ritrovata marginalità permette di custodire una forma di vita alternativa, magari defilata, nascosta, seme sotto la neve, fuoco che nel grembo della cenere non estingue le sue vampe segrete. 

Dall’osservatorio di Silone, insomma, un intero segmento del reale appare irrecuperabile, invincibilmente opaco, da tenere in ogni caso a distanza. Rinuncia enorme, anche se non estemporanea: Silone aveva sempre vissuto dall’interno i drammi testimoniati, ne portava le stigmate. Spetterà a un’indagine equanime valutare se un simile estremismo non possa svolgere una funzione positiva e produttiva; se, ad esempio, non rappresenti un antidoto rispetto alla prospettiva dell’egemonia, mettendo in guardia da quella devianza. In ogni caso, la provocazione dello scrittore abruzzese, prima di denunciare uno status, interroga la persona stessa; sollecitata a un esame radicale, quale che sia la sua collocazione estrinseca, dentro o fuori, presso il centro oppure ai margini. Proprio Pietro Spina, che gli ammiratori esaltano perché, almeno lui, ha rifiutato di omologarsi e in questo modo si è salvato, non rimane tranquillo: «Esiste un participio passato di salvarsi?» 

 

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