DON DIDIMO MANTIERO/ Un prete speciale a metà tra don Giussani e don Camillo

Per GIOVANNI FIGHERA, il sacerdote scommette sull’io che deve diventare protagonista della propria vita e della propria educazione, e sui giovani che sentono vivo il desiderio di felicità

24.08.2012 - Giovanni Fighera
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Don Didimo Mantiero

Il Cardinale Joseph Ratzinger parlava di Don Didimo Mantiero come di “una figura umile e appunto grande proprio nell’umiltà […], che non ha mai cercato onore e cariche, ma voleva solo servire semplicemente Dio negli uomini e gli uomini per Dio”. Don Luigi Giussani vedeva nel prete di Bassano del Grappa “una umanità che dalla familiarità col Signore traeva l’esempio di una partecipazione appassionata e fedele alla vita dei giovani che incontrava”.

Per questo “sfidando la loro libertà con l’impeto del suo temperamento e con la forza della sua esperienza […], non si scandalizzava e non si spaventava di nulla tanto era certo della sua fede”. Marina Corradi, curando la prefazione ai Diari di Don Didimo, lo paragona al curato d’Ars per “la tensione all’educazione cristiana”, a Don Giussani per quel “suo vivere l’amicizia come solo autentico metodo pastorale” e per “la totalità di una fede che non rinnega proprio nulla della vita concreta, della povera carne”, al Don Camillo di Guareschi per quel suo “andare a trovare Cristo sull’altare […] in grande confidenza”.

Tante sono le riflessioni che si potrebbero fare sulla figura di questo sacerdote, ma, senza dubbio, uno dei modi migliori per conoscerlo è quello di incontrare i frutti vivi della sua opera: La dieci, Il Comune dei Giovani, La scuola di Cultura Cattolica. Don Didimo ha sempre avvertito chiaramente l’urgenza dell’educazione. Scriveva: “È vero, molta gente scrive e parla della gioventù, ma lo fa come se si trattasse di una cosa ora utile, ora fastidiosa, ora dannosa. E intanto la gioventù, quella vera che ci cresce intorno, non ha più dove posare la testa”. In questo modo, nasce nel 1962 a Bassano del Grappa il Comune dei Giovani.

Don Didimo ne racconta così la genesi in un testo manoscritto: “Era dunque finito il tempo di continuare a pensare, di fare viaggi e di consultare personaggi. Bisognava agire. Il parroco raccolse nel suo studio 15 giovani, studenti, operai e qualche contadino. Scoprì loro il segreto che da vent’anni portava in cuore e suggerì a tutti di pregare e di riflettere. «Ritornerete fra 15 giorni – concluse – e ognuno dirà se gli pare che tra noi si potrà piantare il Comune dei Giovani». Ritornarono convinti che si doveva fare il Comune. Allora il parroco affidò ad ognuno dei 15 cinque nominativi di altrettanti giovani, così che sommati ne sarebbe sortita una comunità di 75 persone”. Così si svolgono le prime elezioni l’11 settembre 1962 e nasce il Comune dei Giovani.

Don Didimo scommette sull’io che deve diventare protagonista della propria vita e della propria educazione. Scommette sui giovani che sentono assai vivo il desiderio di felicità, di bellezza, di verità, di amore, di giustizia. Nella comunione, nella condivisione, nell’amicizia autentica possono avvenire la crescita e la formazione di ciascuno nella valorizzazione delle differenze e dei talenti individuali, messe a disposizione di tutti e dell’Ideale.

 

“Nella verità” scriveva Don Didimo nel 1970 “la ragione dell’uomo trova finalmente la propria dimensione, allora essa si apre. E mentre la verità rende possibile la comunione, la comunione rende viva la verità. […] Allora la comunione è completa quando le persone sono riuscite a capire che amore e verità e vita sono la stessa cosa, che sono infiniti, che sono una Persona, Gesù Cristo, che noi siamo dentro questa Persona. Allora la comunione tra le persone è veramente la sorgente della vita, della luce, della ricchezza”.

 

Per questo l’educazione nel Comune dei Giovani avviene in un percorso costante e continuo, attraverso il metodo dell’amicizia e della compagnia, lo stesso metodo (cioè strada) che ha scelto Gesù per condurci al Padre. Come ha ben evidenziato Papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est: “All’origine dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. Non è un ragionamento, ma un incontro che decide dell’esistenza: un affetto e un abbraccio, non un discorso o una morale. Bisogna incontrare l’Ideale e poter camminare insieme rivolti verso di Lui.

Nella società odierna, invece, troppo spesso i giovani hanno davanti ai loro occhi molti idoli, che mostrano non la verità e la bellezza, ma se stessi come risposta al bisogno e alle domande dell’uomo. Gli idoli non sono compagnia nel cammino dell’esistenza. Se lo fossero, mostrerebbero tutta la loro inconsistenza. Gli idoli sembrano affascinare per la loro presunta autonomia, per l’autosufficienza, come se fossero in grado di darsi la felicità da soli. L’uomo autentico, però, il giovane come l’adulto, percepisce che non ha bisogno di idoli, ma di maestri.

 

Nella proposta educativa di don Didimo, incentrata sui cardini della formazione, della preghiera e della responsabilità, ogni particolare dell’esistenza, dalla vita quotidiana alla cultura, dalla politica allo sport, dalla scuola e dal lavoro al tempo libero, viene così vissuto alla luce dell’incontro fatto e dell’esperienza vissuta. La vita tutta così diventa affascinante, un’avventura in cui ciascuno di noi è protagonista o “avventuriero”, se vogliamo usare le parole di Chesterton.

 

Per questo condivido pienamente quanto scriveva il Cardinale Ratzinger: “Al fascino e alla vitalità di queste associazioni potrà difficilmente sottrarsi chi le incontra. Qui non c’è nulla di stravagante, nulla di forzato, nessun accanimento ideologico; qui c’è la gioia cristiana e dalla gioia e dalla forza del vangelo deriva l’impegno umano”. E mi unisco all’auspicio di Ratzinger: “Spero che […] l’eredità spirituale di questo sacerdote possa divenire efficace di gran lunga al di là di Bassano del Grappa”.

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