IL CASO/ Zygmunt Bauman: noi, traditi dagli “amici” di Facebook

- Luigi Ballerini

Zygmunt Bauman ha parlato a Milano. Confidiamo solo sui server, e perdiamo la capacità di memorizzare le cose. E se ci riprendessimo il mondo “off line”? LUIGI BALLERINI

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Zygmunt Bauman (Immagine d'archivio)

Zygmunt Bauman parla a Milano. Ottantotto anni, polacco, probabilmente il più noto e prestigioso sociologo vivente, noto per la sua idea di società liquida è capace di attrarre una folla trepidante per le sue parole all’interno del contenitore “Meet The Media Guru”, che da otto anni discute e fa discutere sulla digital communication e ciò che significa per noi.

Chi fa comunicazione afferma che di un discorso è particolarmente importante come si apre e come si chiude. Leggiamo così il discorso di Bauman, centrato sull’impatto che internet ha nelle nostre vite.

“Non mi sento a mio agio a non vedervi”. Così esordisce il sociologo, quasi sperso sulla sua poltroncina in mezzo al palco. Quando gli riaccendono le luci in sala, tira un respiro di sollievo. Evidentemente lui apprezza ancora, e molto, l’offline, ne ha bisogno per stare bene. La nostra vita si divide fra online e offline, ci avverte subito, due mondi distinti, con proprie regole, logiche, caratteristiche e comportamenti. Le ricerche dicono che passiamo in media sette ore e mezza della nostra giornata dentro lo schermo, ossia fuori dal mondo originario che è stato ribattezzato offline, quasi a porsi in secondo livello rispetto all’online. Bauman dà per scontato i guadagni che abbiamo ricevuto dalla rete, non ci si sofferma, ma vuole avvisarci sulle perdite che stiamo subendo, e ci mette davanti le principali.

Stiamo perdendo la capacità di memorizzazione, ad esempio, confidando sui server. Non impariamo più perché tanto Google ci può restituire tutto, e persino troppo (tanto che non sappiamo che farcene), in pochi secondi. Non memorizzare significa anche minacciare la creatività e la possibilità futura di innovazione. Secondo Bauman la creatività è infatti il rimaneggiamento – anzi lui usa esplicitamente il termine riciclo – di vecchie idee che però, per essere rielaborate, debbono prima essere diventate nostre, debbono essere assimilate. 

Stiamo anche perdendo la pazienza. Chi di noi non sbuffa se la pagina tarda qualche secondo a caricarsi? Eppure non esiste progresso e sviluppo, a lungo termine, che non richieda pazienza e attesa.

Ma è sul fronte dei rapporti che Bauman dà il meglio di sé. Il successo di Facebook, dice, si spiega con la soddisfazione di un bisogno. Ma quale? Pensiamo alla promessa di Facebook: ti rendo facile avere degli amici, sono lì, a portata di click. Purtroppo la promessa è pienamente mantenuta e fare amici è veramente troppo facile. “Il sentimento di fragilità e di instabilità della relazione è alla base della paura di essere abbandonato”, e la paura di essere abbandonato, insita in ogni relazione reale, ci porta a rassicurarci con una folta lista di amici ottenuta solo allungando la mano sul mouse. 

Ma anche abbandonare noi un altro diventa troppo facile in rete; nella vita ordinaria bisogna rendere ragione, c’è la possibilità di incrociarlo di nuovo, occorre spiegarsi, mentre online basta un delete ed è fatta. Prendo e mollo in un istante, senza mediazione.

“Il rischio di vivere con gli altri, nel mantenere legami sociali, è stato eliminato. Dopo essere stati attratti dalla facilità delle amicizie di internet non sappiamo più come si fa a diventare amici davvero”.  Il mondo online è secondo Bauman una zona di comfort, un mondo conflict-free, dove tra l’altro ci circondiamo di persone uguale a noi. Non esiste più confronto, né mediazione, né scoperta del nuovo, cerchiamo solo rapporti specchio, visitiamo solo quei siti che la pensano come noi, senza confrontarci con le opinioni diverse, senza l’opportunità di cambiare idea o confermare la propria dopo un sano dibattere. Online si può vivere dentro un recinto, si può pensare che esista solamente ciò che pensiamo noi. È quella che altri hanno definito come filter bubble.

Se Bauman ha aperto la serata ribadendo la sua preferenza per il mondo ordinario, quello dove la gente la guardi in faccia, nella sua chiusura scorre una vena di pessimismo.

“Abbiamo imparato l’arte di fuggire i disaccordi, e allora non ci sarà più sviluppo. Per questo il prossimo secolo sarà un tempo spiacevole in cui vivere”, ci ammonisce.

Ma forse si rende conto anche lui che non può lasciarci così, e sembra quasi aprire a una speranza: “il futuro non esiste ancora, va creato. Tutti noi abbiamo una responsabilità non solo sulla nostra vita ma sullo stato della umanità”.

Si riaccendono le luci, Bauman strizza gli occhi per guardarci, come se cercasse un volto familiare nella folla. Il mio sconosciuto vicino di posto che nell’attesa dell’incontro mi aveva anche offerto un realissimo Ferrero Rocher mi sorride. “Queste cose dovremmo dirle ai ragazzi, devono essere messi in guardia perché non siano ingenui”, mi scappa di dirgli, guardando i giovani attorno a me che applaudono entusiasti e sembrano aver colto perfettamente ciò che il vecchio ha cercato di dire.

Sì, dobbiamo proprio dirglielo. E magari proporre un rovesciamento: che online diventi il mondo ordinario, quello reale e che off, fuori e secondaria, diventi proprio la rete. Sarebbe questa una vera rivoluzione.

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