LETTURE/ E Mozart finì in una fossa comune. Vizi e virtù del copyright

- Fabio Macaluso

Che cosa hanno in comune Immanuel Kant, Woody Allen e Topolino? E perché Mozart finì in una fossa comune a Vienna? Il filo rosso, spiega FABIO MACALUSO nel suo libro, si chiama copyright 

L’introduzione del saggio si apre con un aneddoto relativo alla consapevolezza di allievi di un master postuniversitario sull’utilizzo dei contenuti digitali. Tutti scaricano gratuitamente, ritenendo che un bene intangibile come un file musicale, a differenza di uno fisico come un cd, sia disponibile gratuitamente. Questa distinzione è importante, poiché attraverso la digitalizzazione dei contenuti artistici, riproducibili molto facilmente in rete, i loro titolari faticano a controllarne la circolazione. Il successo di internet è peraltro contrassegnato da una estrema concentrazione del relativo mercato, i cui protagonisti sono gli editori e i produttori di contenuti culturali da un lato e l’industria della tecnologia (operatori come Google o gli internet service provider) dall’altro, che generalmente si fronteggiano. La rete non può difatti vivere senza contenuti e la lotta per il loro controllo e la loro diffusione è aspra, anche in nome di principi universali come quello della libertà di espressione. In questo contesto si ricorda che la normativa in materia di copyright, che trae origine dalla Convenzione di Berna del 1886, segna la tutela automatica (priva di formalismi) delle opere d’autore. Questa condizione fa sì che vi sia una massa sterminata di lavori artistici protetti, con la conseguente contrazione di quelli in pubblico dominio, utilizzabili da tutti. L’assetto che ne scaturisce conduce al dibattito sulla validità di questo modello, anche di fronte al massiccio fenomeno della pirateria. Nulla di diverso dal copyright è stato a oggi sperimentato, seppure il sistema va aggiornato per equilibrare gli interessi dei soggetti in gioco, sempre tenendo al centro il ruolo degli autori e dei loro editori che garantiscono l’avanzamento del pensiero artistico e culturale.

La marcia costante verso la creatività – L’attività creativa è un processo naturale favorito da elementi come la presenza nelle città di un numero elevato di soggetti che si scambiano informazioni, dalla sperimentazione dell’“adiacente possibile” («un insieme di nessi causali da intrecciare per reinventare il presente»), dall’associazione casuale di idee (come quando svolgendo una ricerca ci imbattiamo in qualcosa di estraneo che ci incuriosisce per poi tornarci utile), dall’“exattazione” (nel momento in cui il processo creativo trae vantaggio dal prestito di soluzioni ideate per certi scopi, che vengono rimescolate e adattate per fini diversi), dai cambiamenti di paradigmi (attraverso la soluzione di “rompicapo” per portare avanti i differenti generi artistici) e dallo stesso errore che conduce a soluzioni innovative inaspettate. Esistono altri elementi fondanti la capacità creativa, tra cui il «desiderio di ognuno di affermare la paternità di una nuova idea e rivendicarne la proprietà», come ha spiegato Thomas Jefferson in una sua lettera del 1813. Da questa tendenza naturale scaturisce anche il copyright, che sottopone a protezione non le idee, ma la loro espressione originale riportata su un supporto tangibile (anche digitale). Non sono quindi appropriabili i “mattoncini creativi”, ovvero lo stock di idee ricorrenti (l’amore, il dissidio, o la passione politica) su cui si basano tutti gli autori per creare le loro opere. Il copyright ha importanti eccezioni per permettere la libera espressione del pensiero, come il diritto di citazione per fini educativi o giornalistici o quello di parodiare opere esistenti (spesso a fini politici) per «permettere la collisione di opinioni diverse e avvicinarci alla verità».

La rete gioca un ruolo fondamentale nella diffusione e fruizione di informazioni ed espressioni artistiche e autori come Kelly, Lessig e Benkler ne hanno esaltato le potenzialità e la stessa capacità di autogenerazione delle espressioni. Scrive Benkler: “Per la prima volta dalla rivoluzione industriale il capitale fisico necessario per agire in modo efficace nei settori fondamentali delle economie più avanzate – e l’informazione è ormai centrale nell’economia globale – è distribuito tra la popolazione. Questo fatto crea una nuova realtà economica”. Tale pensiero si salda con la teoria dei commons secondo cui i modelli di produzione basati sullo sfruttamento dei beni comuni (e quindi liberi a tutti) sono sempre preferibili ai meccanismi di mercato e del controllo statale. Questa visione si fa così forte della cultura liberal che afferma l’uso dei beni comuni e di quella del liberismo puro che rigetta gli interventi normativi a presidio dell’economia, come il copyright. La vedono diversamente autori come Manuel Castells e un guru della rete come Jaron Lanier. Quest’ultimo nega la capacità creatrice di internet, ripudiando strumenti collettivi come Wikipedia che non possono sostituirsi alle fonti professionali di comunicazione culturale. Qualsiasi sia la posizione sulla condivisione della ricchezza in rete, è certo che quest’ultima è ormai controllata da parte di pochi soggetti forti (come Google o Amazon), così come già verificatosi per altre invenzioni rivoluzionarie (la radio o la telefonia), inevitabilmente sottomesse al controllo di monopolisti o grandi operatori pubblici e privati.

Veniamo alla funzione del copyright. La sua esigenza è quasi intuitiva. L’opera dell’ingegno è legata al suo autore da un vincolo inscindibile. Il libro è del suo scrittore, un brano musicale del suo compositore, il quadro del suo pittore. Quale che sia la circolazione degli esemplari dell’opera dell’ingegno, il vincolo originario tra essa e il suo autore rimane intatto. Il copyright attribuisce al suo titolare diritti morali e patrimoniali e ha elementi comuni con il diritto di proprietà, per il suo carattere assoluto (vale nei confronti di tutti) e perché all’autore è attribuito il diritto di escludere gli altri dall’utilizzo del suo lavoro. La scuola anglosassone inquadra il diritto d’autore come una forma di monopolio per via dell’attribuzione a un numero determinato di soggetti di un diritto esclusivo utile ad assicurare la “fornitura” delle informazioni e delle espressioni che la collettività ha necessità di utilizzare. Più in generale, la funzione classica del copyright è quella di attribuire un vantaggio patrimoniale agli autori, che attraverso il premio economico sono incentivati a svolgere le loro attività creative. Questa visione è messa in discussione da una buona parte degli studiosi anglosassoni, tenuto conto dei molteplici fattori naturali che favoriscono l’elaborazione culturale. Rimane che il lavoro di ideazione delle espressioni è stato sempre condizionato dai suoi mezzi di finanziamento, che in passato erano in mano a pochi soggetti economicamente e politicamente egemoni. Così, ad esempio, Mozart fu sepolto in una fossa comune nell’indifferenza dei suoi “padroni”, o a Boris Pasternak fu impedito di ritirare il suo premio Nobel nel 1958. La conclusione che si può trarre è che i processi naturali di creazione e la loro incentivazione economica si accompagnano, influenzandosi a vicenda. Nel “brodo primordiale” delle idee è stato inserito un innesto artificiale per agevolare la loro affermazione: perché mai dobbiamo escluderlo?

La disputa intellettuale intorno al copyright può farsi risalire al Settecento, quando si affrontarono Kant e Fichte nei confronti di Reimarus intorno all’editoria pirata. Secondo Kant, l’editoria è un’attività conducibile nel nome dell’autore “che l’editore rappresenta al pubblico come discorrente per suo tramite”. L’autore detiene così il diritto inalienabile (ius personalissimus) di discorrere con il pubblico per il tramite dell’editore legittimo. Kant pone l’editoria pirata fuori dal diritto perché con essa viene leso il diritto assoluto dell’autore e il lavoro dell’editore legittimo viene reso inutile da quello pirata che diffonde i suoi libri presso lo stesso pubblico del primo. Reimarus, filosofo e commerciante, la vede diversamente, affermando l’utilità dell’editore pirata, che si limita a scegliere opere che hanno una domanda tanto grande che non può essere interamente sodisfatta dall’editore legittimo, non sottrae quote di mercato a quest’ultimo perché applica prezzi che sono sostenibili per lettori che altrimenti non procederebbero all’acquisto dei libri legittimi, estende il desiderio di leggere allargando il mercato anche a favore dell’editore legittimo. Argomenti tutti modernissimi, cui ribatte Fichte, che definisce la funzione economica nel lavoro intellettuale sostenendo che “il denaro non è che la compensazione per ciò che il maestro deve dare a tutti quelli che cacciano, pescano, cuciono e mietono il raccolto mentre lui pensa per gli altri”. Fichte ritiene che la cultura sia libera “come l’aria e l’etere”, il cui accesso va garantito salvaguardando il lavoro dell’autore e dell’editore legittimo. Tornando a Kant, egli sottolinea la difficoltà del compito degli editori, chiamati a selezionare i lavori degli autori, scartando quelli di scrittori “di penna facile e costantemente pronti” e aggiungendo che “chi attraverso la fabbricazione e il commercio esercita una professione conciliabile con la libertà del popolo è sempre un buon cittadino. Infatti non è un crimine il proprio tornaconto, se non contraddice alle leggi di polizia”.

I caratteri del diritto d’autore – Nel mondo della rete identificare l’autore può essere operazione complessa. Lo dimostra il caso che ha visto recentemente Philip Roth battersi contro Wikipedia che aveva riportato un dato errato relativo al suo romanzoLa macchia umana. Philip Roth in una lettera aperta pubblicata su New Yorker ha richiesto all’enciclopedia “spontanea” di correggere l’errore, ma Wikipedia, non fidandosi del giudizio dell’autore del romanzo, ha richiesto una prova ulteriore proveniente da una fonte secondaria (altra da Roth). Un episodio del genere sembra saldarsi con il pensiero di Roland Barthes, che negli anni Sessanta aveva previsto la morte dell’autore. E “il lettore senza storia, biografia o psicologia” da lui ipotizzato potrebbe oggi coincidere con la massa della rete che si impossessa, interpreta e rimodella i contenuti che vi sono distribuiti. Ciò nonostante, l’autorialità è un fattore incisivo nell’analisi del sistema del copyright poiché il collegamento tra l’autore e il suo lavoro è un fattore incentivante diretto della produzione culturale, ricavandone difatti l’autore vantaggi sostanziali in termini di prestigio ed economici. Va peraltro osservato che la realizzazione delle opere creative ha in genere costi elevati e che gli autori sono normalmente sprovvisti dei sufficienti capitali iniziali, cosicché la normativa in materia di copyright accorda principalmente la tutela agli investitori che compongono l’industria culturale. Paradossalmente, si è sviluppato un modello per cui se il valore artistico non può non che scaturire dagli autori, il ritorno finanziario è attribuito per la massima parte ai soggetti che organizzano la produzione. Anche per questo nascono strumenti di mercato come Creative Commons, attraverso cui gli autori, pur autolimitando il proprio diritto esclusivo, si dotano di strumenti distributivi delle loro opere alternativi a quelli tradizionali.

Il tema dell’originalità dei lavori creativi non è scontato. L’opera d’autore va difatti creata in maniera indipendente e deve possedere un tasso di creatività minimo, anche se le sue “scintille” inventive siano acerbe, modeste o addirittura ovvie. In ogni caso, misurare il confine tra opere esistenti e nuove non è semplice (ancor di più in un ambiente velocissimo come quello della rete), anche perché il sistema del copyright non contiene riferimenti diretti alla miscela di conoscenze, idee ed espressioni cui gli autori devono attingere per ideare nuovi lavori. In ogni caso l’elemento dell’originalità ha mostrato longevità per due motivi principali: il primo è dovuto alla necessità di paragonare l’opera realizzata con lo stato dell’arte intellettuale; il secondo è relativo all’utilità del suo concetto, necessario per dirimere dubbi interpretativi sulla qualità di un’opera d’autore. Ciò detto, gli autori attingono naturalmente al patrimonio culturale esistente, come dimostra l’arte italiana del Rinascimento o il lavoro di artisti come Picasso, che riprodusse 58 volte Las Meninas di Velasquez, tuttavia dotando le sue opere di un tasso di originalità tale da trasformarle in propri capolavori.

All’argomento dell’originalità e della necessità di ogni autore di rifarsi alle opere precedenti è collegato quello della natura incondizionata e della durata della tutela accordata dal diritto d’autore. Il sistema attuale prevede che la protezione di un’opera creativa scatti automaticamente (senza necessità di alcun passaggio formale) e duri per 70 anni oltre la morte dell’autore. Questo ha determinato un enorme catalogo di opere protette, che restringe il “granaio globale” di quelle in pubblico dominio, liberamente utilizzabili. Una durata così prolungata della tutela assegna di fatto all’autore un diritto perpetuo (come è stato calcolato da alcuni premi Nobel per l’economia nel corso di una nota procedura giudiziaria negli Stati Uniti), che riceve protezione per la propria opera anche quando essa ha esaurito la sua vita economica. Tutto ciò ha effetti pratici importanti: ad esempio non è possibile digitalizzare un film muto degli anni Trenta senza il permesso del suo produttore o non possiamo animare serie fortunate come il Signor Bonaventura di Sergio Tofano senza incorrere nel rischio di conflitti con i suoi eredi. Per questo teorici del copyright come il giudice Posner e l’economista Landes hanno suggerito di reintrodurre metodi di registrazione delle opere d’autore e di ridurre la durata della tutela, anche per via di un sistema di rinnovi periodici per cui gli autori e gli editori devono attivarsi per mantenere intatta la protezione assicurata alle loro opere.

Per presentare il tema della complessità delle norme del copyright, astruse per la stragrande maggioranza dei consumatori di contenuti culturali, il saggio presenta un dialogo immaginario tra Woody Allen e il suo avvocato in ordine all’utilizzo di una battuta tratta da un libro di Faulkner nel suo film Midnight in Paris, che ha dato luogo a una disputa tra il noto regista e gli eredi dello scrittore americano. Woody Allen appare difatti sperduto nella folla di norme che regolano casi come quello citati. Di contro, si fa spesso riferimento alla sottrazione illegale dei contenuti creativi come al furto di una cosa fisica, ad esempio un pacco di zucchero. Questa visione semplicistica è contraddetta da norme che sovente risultano inspiegabili e di difficile traduzione in comportamenti comuni. Vi è inoltre un problema di legittimità di disposizioni ritenute scritte non nel nome di principi comuni, bensì dell’interesse di forti gruppi economici. Come ha osservato il docente di psicologia sociale Tom R. Tyler, «il pubblico ha bisogno di essere condotto verso l’accettazione di codici morali che sostengono le regole formali della legge». Cosa che non sembra accadere con il copyright in quanto pochi considerano riprovevole usare illecitamente un contenuto creativo. Occorre quindi conquistare la cooperazione volontaria del pubblico e ciò sarà possibile se questo, direttamente o attraverso associazioni collettive, partecipi al processo di formazione e scrittura delle norme del diritto d’autore.

La Politica del Copyright – Il copyright risolve quella che in termini economici viene definita come un market failure, che consiste nella impossibilità di restringere naturalmente l’uso di un lavoro creativo da parte di un numero indeterminato di soggetti. Le opere d’autore sono difatti beni “non escludibili” perché, soprattutto per mezzo degli strumenti digitali e la rete, il tempo e il costo per realizzare una copia sono trascurabili e la qualità della copia equivale in genere a quella dell’originale. Pertanto, privo delle norme del copyright, il valore delle opere dell’ingegno in un mercato competitivo (contrassegnato dall’abbondanza delle opere copiate) sarebbe estremamente ridotto e il potenziale produttore dei contenuti, conscio che il prezzo di mercato del lavoro creativo è più basso dei costi per realizzarlo, non sarebbe economicamente motivato a produrre gli stessi. I prodotti culturali sono inoltre riconosciuti come “inesauribili”, a differenza dei beni fisici per cui l’uso fattone da un individuo esclude generalmente quello degli altri. In altri termini, non si consuma un libro come si fa con una barretta di cioccolato, perché la sua lettura da parte di un numero indeterminato di individui non esaurisce o depaupera le informazioni in esso contenute. Da qui la predisposizione di norme tese a favorire il lavoro creativo, attraverso la protezione assicurata dal diritto d’autore. Il copyright è dunque un “male necessario” a cui le economie liberali non possono rinunciare, seppure esso va riformato per aggiornarlo al mondo digitale.

Come si pone la pirateria in questo contesto? Va anzitutto notato che essa non è alla portata di tutti: chi la pratica ha difatti almeno bisogno di un computer e una connessione a internet procurati a pagamento. Il “pirata” deve anche avere qualche risorsa culturale che lo pone in condizione di scegliere di quali contenuti appropriarsi. Così se Amartya Sen in un suo scritto ammette il disvalore del diritto di proprietà quando produce la miseria (potendosi al limite perdonare coloro che rubano per fame), la pirateria è difficilmente scusabile secondo i normali canoni della convivenza sociale. Ciò detto, essa è un fenomeno complesso, che si presta a letture articolate. Ad esempio, OFCOM (l’autorità che regola le comunicazioni nel Regno Unito) ha misurato i comportamenti degli «utenti legali, parzialmente illegali ed esclusivamente illegali», studiandone comportamenti e attitudini. E’ interessante apprendere che coloro che accedono ai contenuti creativi sia sottraendoli abusivamente che acquistandoli regolarmente spendono di più per la fruizione dei contenuti artistici, apportando maggiori sostanze economiche all’industria culturale. Si potrebbe dunque ritenere che la forma “mista” di pirateria è virtuosa, ma questa è una mezza verità perché non è possibile determinare in anticipo l’esatto comportamento del pubblico di fronte a offerte commerciali più ampie e convenienti. Il dato è però fortemente indicativo della larga domanda di contenuti legali espressa dal pubblico.

Attaccati dalla pirateria, dagli studiosi che ritengono dannoso il finanziamento pubblico della cultura e dai dilettanti della rete, come riescono gli autori a essere remunerati per le loro attività? I modelli attuali basati sul controllo della circolazione delle opere sono da rivedere: com’è stato osservato lo schema tradizionale diritto=controllo=denaro potrebbe essere sostituito con quello più semplice diritto d’autore=compenso. Per raggiungere questo obiettivo, non privando l’autore della sua capacità negoziale diretta, devono evolversi e rafforzarsi i meccanismi di gestione collettiva del copyright, oggi gestiti da società come la SIAE. E’ necessario che queste società, come previsto da una recente proposta di direttiva comunitaria, si trasformino in strumenti di mercato efficienti, in concorrenza le une con le altre e con meccanismi di governance più trasparenti ed equilibrati. E’ noto che modelli di business di successo come Spotify (che distribuisce musica in streaming) si basano su metodi di distribuzione collettiva delle royalties. Ciò conferma la correttezza di una logica di copyrisk, per cui l’autore non punti al “diritto di proprietà” sulla sua opera, ma limiti il rischio di veder vanificato il suo lavoro a causa della pirateria.

Il successo della rete ha avuto effetti drammatici sull’editoria, sia libraria che giornalistica. Concentrandoci sulla prima, viene analizzato l’esperimento Google Books, attraverso cui il motore di ricerca digitalizza milioni di testi letterari, la maggior parte dei quali è caduta in pubblico dominio. Questa esperienza riporta alla biblioteca di Alessandria che venne creata con il “fondo delle navi” perché, secondo un editto faraonico, tutti i libri che si trovavano nelle navi che sostavano nel porto della città egiziana andavano lasciati agli scribi per la loro copia. Google Books ha metodi differenti, ma si basa sul contributo “coattivo” degli autori, che hanno visto le loro opere conferite alla raccolta del motore di ricerca senza che fosse verificata la loro volontà di contribuirvi. Ciò ha generato una complessa procedura giudiziaria che è ancora aperta di fronte ad alcune corti di New York.

Il mercato dell’editoria risulta profondamente cambiato anche per la presenza di grandi giocatori del mercato come Amazon e Kobo e l’integrazione verticale dei maggiori gruppi editoriali. In particolare Amazon ha una posizione talmente forte da condizionare il mercato. La stessa Amazon informa di aver allargato il mercato, in quanto i lettori con Kindle comprano libri in misura almeno tre volte superiore rispetto a prima. Tuttavia, questa statistica è ingannevole perché lo stesso lettore finisce con l’acquistare i libri (elettronici e fisici) sulla piattaforma di Amazon, allargando la quota di mercato di quest’ultima a scapito dei canali distributivi di altri operatori. D’altra parte le grandi case editrici controllano tutte le fasi dall’ideazione alla commercializzazione dei libri, essendo in vantaggio su editori più piccoli che devono servirsi dei canali distributivi gestiti dai loro grandi concorrenti. Ciò comporta la difficoltà sempre più marcata degli editori e librerie indipendenti che sempre più spesso cessano le loro attività.

La stessa editoria scientifica e universitaria è in seria difficoltà a causa della pirateria che attacca questo settore. La massiccia pratica della fotocopia illegale distrugge la dignità del libro, lo strumento tuttora più avanzato per presentare e sostenere le idee in forme retoriche comuni. Ciò mette a rischio il ruolo delle case editrici scientifiche, quello di pubblicare libri che trattano di “idee dure”, come i principi filosofici o giuridici. La lettura seria è fondamentale per la partecipazione democratica dei cittadini: se siamo disponibili a trovare la via per interpretare testi difficili, rimaniamo anche capaci di trovare gli argomenti per opporci con intelligenza e rispetto alle tesi di coloro che non la pensano come noi. Gli editori scientifici sono in difficoltà anche per il fenomeno di “disintermediazione” svolto dagli assemblatori di contenuti digitali, i raccoglitori occasionali di informazioni reperiti in rete e gli stessi docenti che costruiscono le loro dispense attingendo ai testi disponibili in internet. Ciò mina l’attività di tramite tra il movimento culturale e il mercato svolta dagli editori attraverso la progettazione dei volumi da pubblicare, lo scouting degli autori, la revisione e l’impaginazione dei testi e la loro promozione e distribuzione. Un lavoro per professionisti che richiede capacità, tempo e strumenti economici, non sostituibili dalla stessa ricchezza della rete.

Ricomporre il puzzle – Il primo paragrafo di questo capitolo è dedicato alla libertà attraverso la rete, alla libertà della rete e alla libertà in rete.

La libertà attraverso la rete è una cosa bellissima. Un esempio significativo è costituito dalla modalità partecipativa assicurata da internet per la riscrittura della Costituzione islandese. Quest’ultima è stata redatta dopo la grave crisi finanziaria che ha colpito l’isola attraverso strumenti di condivisione con la cittadinanza garantiti da internet. La nuova bozza di costituzione può essere definita un atto normativo crowdsourced: inevitabilmente essa dedica un articolo alla rete, che prevede che il suo accesso non debba essere limitato se non attraverso una decisione giudiziaria e con le stesse condizioni che regolano l’espressione delle opinioni.

La libertà della rete, un tema molto importante che soffre un equivoco di fondo. Si tende a confondere la libertà di coloro che utilizzano il web per fare una ricerca, ascoltare una canzone o guardare un video con le capacità degli operatori professionali di internet (i grandi player come Google o Amazon e gli internet service provider). La libertà della rete dipende difatti dai soggetti che la gestiscono e amministrano e che attraverso le loro condotte condizionano il suo utilizzo da parte del pubblico. Ora, il mercato di internet è talmente concentrato che un numero ristretto di grandi aziende, in posizione dominante, è in grado di condurla secondo le proprie esigenze di mercato. Di fatto, il mondo della rete è contraddistinto dal controllo dei quattro player più grandi, Google, Apple, Amazon e Microsoft (cui si aggiungeranno presto Facebook e Twitter), che tendono a creare piattaforme che non sono tra loro compatibili, garantendo una situazione di quasi monopolio sui prodotti e servizi da essi commercializzati. Internet rimane uno straordinario motore di crescita economica, con i soggetti che la controllano che sono ma immancabilmente dipendenti dalla circolazione dei contenuti digitali (si pensi alle notizie giornalistiche indicizzate gratuitamente dai motori di ricerca). La libertà della rete va quindi riequilibrata: in un mercato efficiente l’industria culturale, che sostiene tutti gli investimenti per fornire la benzina più pregiata al motore di internet, va messa in condizione di svolgere con sicurezza il suo ruolo per il proprio vantaggio e per contribuire alla ricchezza della stessa industria della tecnologia.

Infine, il tema della libertà in rete. La libertà in rete è fatta di gesti di tutti i giorni. Quando accediamo a internet ci si apre un mondo di opportunità e siamo liberi di osservare, ascoltare, intrattenere rapporti e anche creare. Per questo ci si dovrebbe comportare come si fa ogni giorno nella società civile, ovvero godendo dei vantaggi che ci sono offerti e osservando delle regole. In questo senso, uno dei principi più importanti da osservare è il rispetto del lavoro altrui: quando ci si appropria di una cosa che non è nostra, si sottrae una risorsa la cui creazione è costata fatica. Se paghiamo per la fruizione di un contenuto creativo premiamo il talento del suo autore e contribuiamo a rendere redditizi gli investimenti di coloro che lo hanno portato sul mercato; se invece non riconosciamo nulla, ci siamo presi un pezzetto del talento e del tempo che l’autore ha dedicato alla sua opera e una piccola quota dei guadagni del suo editore. Ma tanti frammenti fanno una montagna e se un largo numero di utilizzatori si appropria liberamente di un contenuto creativo si lasciano nudi gli operatori culturali. Per salvaguardare il principio della tutela del diritto alla cultura e all’innovazione va superata la deriva demagogica che storpia l’argomento della libertà in rete come leva per fare di internet un territorio senza regole. Un tentativo apparentemente ingenuo, che si risolve in favore dei soggetti che alimentano i propri interessi con l’appoggio dei falsi utopisti della rete, così infantili, così irrealistici.

Il secondo paragrafo di questo capitolo è dedicato ad alcune ipotesi di proposte per riformare il copyright, necessarie a causa delle nuove modalità di distribuzione dei contenuti digitali. Ad esempio, quando inviamo una mail allegando un’immagine tratta da internet dovremmo essere autorizzati dal suo disegnatore o fotografo; oppure, se scambiamo un file con alcuni estratti di un testo letterario avremmo bisogno del consenso del suo scrittore. Questo sistema è scomodo per gli stessi autori che traggono spunto dalle opere precedenti, adattandole e superandole. Ecco i più importanti suggerimenti forniti:

1) Formalizzare il copyright – Le formalità costitutive del copyright sono uno strumento utile per la selezione delle opere da sottoporre a protezione e per il riconoscimento dei diritti patrimoniali agli autori per un tempo limitato. Il principio che presiede a questa proposta, già suggerita da numerosi studiosi statunitensi, è che gli autori dichiarino espressamente la volontà di esercitare il copyright delle proprie opere e di confermare periodicamente il loro interesse ad avvalersene. Un sistema di registrazione formale dei lavori creativi inciderebbe in profondità nel sistema del diritto d’autore. Il suo impianto sarebbe difatti governato da un meccanismo di opt-in: in altri termini, le opere creative farebbero parte del pubblico dominio a meno che i loro autori non decidano di sottoporre le stesse alla protezione.

2) Ridurre la durata della protezione – Si è già detto che il termine di durata fissato per il copyright, per la maggior parte delle opere pari a 70 anni oltre la vita dell’autore, equivale sostanzialmente a un diritto perpetuo accordato per lo sfruttamento dei lavori creativi. Ciò non trova giustificazione, tenuto conto che la vita economica media di un’opera d’autore è stimata in cica 13 anni. Mantenere in vita la tutela di opere commercialmente defunte non serve ai loro autori e danneggia coloro che desiderano aggiornarle per dotarle di nuovo valore.

3) Semplificare le norme – Le disposizioni del copyright sono difficili e disperse in più fonti. Questo sistema è favorevole ai soggetti forti delle industrie culturali e della tecnologia, dotati di strumenti e mezzi economici adeguati per svolgere l’interpretazione della legge secondo i loro interessi. Tenuto conto che la legge si applica a chiunque possegga un computer, dai ragazzi che fanno surfing in rete agli artisti che creano usando le tracce presenti in internet, essa dovrebbe essere resa alla portata dell’utilizzatore medio con processi di semplificazione e divulgazione immediata. In questo senso, va svolto uno sforzo particolare per rendere più certo il sistema di eccezioni secondo il principio del fair use delle opere tutelate (per fini educativi e di divulgazione delle informazioni), i cui criteri sono generici e lasciati esclusivamente all’interpretazione dei giudici.

4) Riformare le società di gestione collettiva dei diritti d’autore – Questa è una proposta centrale. E’ difatti prevedibile che le società di gestione collettiva assumano maggior importanza, tenuto conto che i metodi di distribuzione dei contenuti creativi in rete renderanno l’incasso e la distribuzione di royalties la principale modalità di retribuzione degli autori. Come anche previsto dalla recente proposta di direttiva in materia, vanno migliorati i meccanismi di funzionamento di queste società, sovente inefficienti. Si deve incidere sul loro assetto monopolistico perché offrano i loro servizi in concorrenza e migliorarne gli strumenti di governance per equilibrare la rappresentanza tra autori affermati e le nuove leve di artisti.

Le proposte formulate sono adottabili secondo iter legislativi ordinari. Si tratta ora di passare a una fase “costituente” tanto necessaria quanto attesa.

Conclusioni – Le conclusioni del saggio traggono spunto da un saggio di Amartya Sen dedicato al tema della giustizia. Attraverso un esempio ivi riportato, Sen arriva alla conclusione che «chi afferma che se non si riducono tutti i valori a un’unica voce l’uomo non è in grado di decidere cosa fare, sa evidentemente destreggiarsi con il calcolo (“più o meno?”), ma non con il giudizio (“questo è più importante di quello?”)». Questo vale anche per il copyright, che è un settore giuridico (ed economico) dei più complessi perché coinvolge assetti per cui è difficile tracciare univocamente una scala di precedenze. Ciò non deve condurre all’ambiguità e non esclude che si prenda posizione. Ma in una materia segnata dall’intangibilità dei suoi oggetti è normale nutrire l’«etica del dubbio». Resta che la ricomposizione delle sue regole avverrà secondo i percorsi con cui si sono costruiti gli edifici culturali che conosciamo oggi. Non bisogna scoraggiarsi: essa richiederà impegno, ma si svolgerà naturalmente.

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