LETTURE/ Berlusconi? Il figlio perfetto della prima Repubblica

- Giovanni Cominelli

Continua la sintesi dell’ultimo lavoro di Giovanni Orsina, “Il berlusconismo nella storia d’Italia” (Marsilio, 2013). Dalla “Repubblica dei partiti” a Berlusconi. GIOVANNI COMINELLI

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Berlusconi inaugura la nuova sede di Fi (Infophoto)

Continua la sintesi dell’ultimo lavoro di Giovanni Orsina, “Il berlusconismo nella storia d’Italia” (Marsilio, 2013). La prima puntata è uscita il 2 novembre scorso.

(…) È la Repubblica dei partiti. I partiti, tanto strumento di democrazia e di rappresentanza quanto di educazione dirigistica top-down, si sono presentati come la nuova risposta alla domanda “platonica” (chi deve governare l’Italia?), come la nuova élite virtuosa chiamata a raddrizzare e educare un Paese immaturo e arretrato, un Paese “sbagliato”. 

Naturalmente non tutti “giacobini” allo stesso modo. Certo il doroteismo Dc è altra cosa rispetto al giacobinismo comunista, socialista, repubblicano-azionista. Tuttavia da Fanfani in avanti l’uso dello Stato e della dimensione pubblica si è esteso fortemente. Sul piano culturale, questa la tesi di Orsina, le tendenze antifasciste, ortopediche e pedagogiche hanno certamente avuto il sopravvento. Resta che il sistema dei partiti ha occupato la posizione centrale nel sistema istituzionale della Repubblica. La partitocrazia repubblicana è il maggior elemento di continuità con il fascismo monopartitico. Questa continuità ha generato già nell’immediato dopoguerra una reazione populista liberale. Il Giannini dell’Uomo qualunque riteneva, sulle orme di John Stuart Mill, che “la società italiana del dopoguerra aveva ampiamente raggiunto il livello di civiltà oltre il quale la libertà diventa possibile”. Perciò rifiutava l’idea della politica quale strumento di trasformazione radicale della realtà, il giacobinismo, l’ansia di irregimentazione dei partiti antifascisti. 

Non che Giannini non volesse i cambiamenti, ma erano affidati per intero agli individui, di cui era costituita la società civile. Populismo radicale e strutturale il suo, perché non rifiutava l’élite esistente nel nome di un’élite alternativa e perché proponeva come frattura da sanare non quella tra destra e sinistra, ma quella tra popolo e u.p.p. (uomini politici). L’Uomo qualunque fu un movimento anti-antifascista, un movimento profondo in Italia, che ha alimentato lo stesso berlusconismo. Il movimento anti-antifascista era contrario al sistema partitico antifascista repubblicano e perciò,  in primo luogo al Pci – e quindi era anticomunista – perché il Pci era “la punta di lancia della partitocrazia antifascista, l’Arcipartito della Repubblica. Un movimento composito, in cui ci sono i nostalgici del fascismo, i conservatori, dei liberali, contrari al fascismo, ma convinti che i partiti di massa stessero dando vita ad un “fascismo al contrario”, e “gli stanchi del Novecento”. 

In questa prospettiva, l’Uomo qualunque rifiutava di essere collocato a destra, perché negava la distinzione stessa tra destra e sinistra. La Guerra fredda, di cui le elezioni del 1948 sono un campo di battaglia, spinse in secondo piano, riassorbendo l’Uomo Qualunque, la frattura orizzontale tra popolo ed élite politica, per concentrarsi su quella verticale tra destra e sinistra. 

Ma è nel decennio che va dal 1953 (nuove elezioni e fine del degasperismo) al 1963 (inizi del centro-sinistra) che si sviluppano le trasformazioni decisive di quelle due fratture. Mentre per la prima volta si disarticola il rapporto consequenziale tra arretratezza socio-economica e arretratezza ideologico-istituzionale − l’Italia conosce un grande sviluppo – il centro-sinistra si mostra incapace di superare la frattura orizzontale. A partire da Fanfani e poi con il centro-sinistra si sviluppa l’apparato statale e la penetrazione dello Stato nell’economia, che diventa sempre più pubblica. 

La seconda generazione Dc di Fanfani e Moro è sempre più convinta della necessità di fare uso delle strutture pubbliche per “guidare la società”. Intanto si rafforzava l’antifascismo e si attenuava l’anticomunismo. Si apriva la strada al consociativismo degli anni 70. Il fatto più evidente è l’incardinamento delle istituzioni ai partiti politici del cosiddetto “arco istituzionale”. Istituzioni e regole “non hanno acquisito una legittimità superiore a quella delle forze politiche. L’Italia anti-antifascista è unificata da due elementi: l’anticomunismo e l’antipartitocrazia, due buoni motivi per respingere il Pci: perché, appunto, comunista e perché punta di lancia della partitocrazia antifascista, “l’arcipartito”. Il Pci ha condiviso al massimo grado tutti i difetti dei partiti repubblicani: “platonismo”, settarismo, autoreferenzialità, subordinazione delle istituzioni e delle regole all’interesse partigiano. Insomma, un super-clan.

L’impatto della crisi del centrismo e del centro-sinistra sulla genealogia del berlusconismo viene esplorato lungo quattro piste di analisi: a) dagli anni 50 ripartono le intenzioni ortopediche e pedagogiche dei partiti (seconda generazione Dc, formatasi durante il fascismo), con espansione della funzione pubblico-statale e si rafforza l’antifascismo, mentre si abbassa l’anticomunismo; b) ampliamento e disarticolazione dei centri decisionali, con il moltiplicarsi di fratture istituzionali, economiche (l’ingresso del Psi ha favorito l’espansione dello Stato e le fratture); c) incardinamento dell’assetto istituzionale italiano nella partitocrazia; d) a partire dagli anni 60, una parte importante dell’opinione pubblica anti-antifascista confluisce sì nella Dc, ma “turandosi il naso”: dunque adesione strumentale e scarsamente legittimante. Questo fiume di moderatismo, invisibile e sottorappresentato, perché le sue critiche alla partitocrazia erano condannate come antidemocratiche, confluirà nel berlusconismo.

Il berlusconismo − Berlusconi rovescia completamente la questione italiana. Il berlusconismo nasce dal fallimento delle vie giacobine alla modernità, presentandosi esplicitamente, consapevolmente e orgogliosamente come il loro esatto contrario. “Prima di lui, dal Risorgimento a oggi, nessun leader politico di primo piano, capace di vincere le elezioni e salire alla guida del governo, aveva mai osato dire in maniera così aperta, esplicita, sfrontata, impudente che gli italiani vanno benissimo così come sono”. Muovendo dal mito antipolitico della società civile (costruitosi dal ’68 a Craxi, a Berlinguer, a Pannella, a Segni, a Occhetto), Berlusconi attribuisce la colpa del malandare del Paese non alla società civile, ma alle élites politiche e allo Stato, non al Paese reale, ma a quello legale. Non è il popolo da rieducare, sono le istituzioni. 

Pertanto, occorre un nuovo modo di fare politica: basta con l’iperpolitica della tradizione italiana; basta con la politica della fede, avanti con la politica dello scetticismo, con l’ipopolitica. Donde la necessità di selezionare una nuova classe politica. Berlusconi si presenta come “uno di voi”; la politica delle battute è il segnale che la politica non è poi una cosa così seria, il politico non è superiore all’uomo comune, di cui ha tutti i pregi e i difetti. Insomma: la vita vera sta altrove, non si condensa nella politica. 

Intanto il progetto politico di Berlusconi – fondato sulla santificazione della società civile e sulla sua capacità di autogovernarsi, radicalmente contro la partitocrazia antifascista e iperpolitica – ridà sbocco visibile al fiume carsico anti-antifascista e anti-comunista. È vero che il comunismo è finito, ma non i comunisti; è vero che il Muro è caduto, ma in Italia è caduto sulla testa dei vincitori. Berlusconi va al recupero di quella destra ideologicamente stratificata, che il centro-sinistra aveva escluso. Di qui il recupero di Alleanza nazionale. 

A questo punto del percorso analitico, Orsina propone una definizione dell’ideologia berlusconiana: un’emulsione (instabile) di populismo e liberalismo. Può essere descritto come un polpo, la cui testa è il mito della buona società civile e i tentacoli sono l’ipopolitica (fin qui la commistione tra populismo e liberalismo), lo Stato amico/minimo (tema del tutto liberale), l’identificazione della nuova élite virtuosa (tema populista). Il liberalismo di Berlusconi è di estrema destra. La divisione tra liberalismo di destra e liberalismo di sinistra si apre principalmente sul terreno della fiducia nella capacità della società civile, fondata sulla libertà individuale, di dotarsi in modo spontaneo di un assetto istituzionale ordinato e progressivo. La destra liberale è più fiduciosa e paziente, e perciò attribuisce allo Stato e alla politica un ruolo marginale più amministrativo; la sinistra liberale è meno fiduciosa e più impaziente, e perciò attribuisce allo Stato e alla politica un ruolo più incisivo. In questo senso, il berlusconismo è di destra. 

Giovanni Orsina riconduce tutte le componenti populiste dell’emulsione liberalismo/populismo ad un unico fenomeno: l’utopia dell’immediatezza. Intanto nel senso che si ritiene la società italiana già perfetta qui e ora; e poi nel senso del rifiuto della politica e di un ceto di politici professionisti, alieni e parassitari. Il liberalismo ha bisogno di tempi lunghi, di grande pazienza e soprattutto di distinguere le diverse attività umane (tra cui la politica) in sfere separate. Questa distinzione è fondamentale garanzia di libertà.

(2 − continua)

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