LETTURE/ Rémi Brague e il “cortocircuito” dell’Umanesimo

Cos’è accaduto a una delle nozioni-chiave dei tempi moderni come quella di “umanesimo”? Quali le sue contraddizioni? Lo spiega il filosofo francese Rémi Brague. ELISA GRIMI

21.12.2013 - Elisa Grimi
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A. Gaudì, Sagrada Familia (Immagine dal web)

Al centro dell’ultimo studio del filosofo francese Rémi Brague, Le propre de l’homme. Sur une légitimité menacée (Flammarion, 2013) vi è la questione dell’umanesimo. Fin da una certa epoca infatti l’umanesimo è stato un modo conveniente per designare quello che andava promosso, o almeno difeso, vale a dire un certo valore dato all’uomo e a ciò che è umano. Ciò che oggi è minacciato, afferma Brague, è proprio quello che fonda e giustifica gli studi umanistici. La questione dell’umanesimo ha dunque preso una piega più profonda e radicale: riflettere sull’umanesimo oggi significa riflettere su un anti-anti umanesimo, poiché esso non è più un’affermazione ma è divenuto la negazione di una possibile negazione. Se un tempo infatti ci si chiedeva come fosse possibile promuovere l’umanesimo, oggi la domanda è: “bisogna davvero promuovere l’umanesimo?”. 

Il tema dell’umanesimo è stato anche al centro della riflessione della recente lectio magistralis tenuta da Brague presso la Libera Università Maria Ss. Assunta. L’evento, aperto alla partecipazione di un pubblico esterno, studenti, docenti e dottorandi, è stato promosso dal Dipartimento di Scienze umane della Lumsa in collaborazione con l’Associazione Luigia Tincani per la promozione della cultura. La lectio si è collocata nella serie di “Lezioni in onore di Edda Ducci” iniziativa annuale promossa dal Dipartimento, in memoria del lavoro di questa eccezionale studiosa italiana, medaglia d’oro del Presidente della Repubblica. 

Al centro del pensiero della Ducci vi è la riflessione sulla modernità e sull’umano [L’uomo umano (1979), La parola nell’uomo (1983), Approdi dell’umano (1992, 2007), Libertà liberata (1994), La comunicazione umante (2009)]. Dopo i saluti del rettore Giuseppe della Torre e del direttore del Dipartimento di Scienze Umane Consuelo Corradi, a introdurre l’ospite di quest’anno è stato il professor Onorato Grassi, il quale ha richiamato la portata culturale del lavoro di Brague, sia per i contenuti, sia per il metodo intellettuale utilizzato; sempre teso, a partire dalla storicità delle fonti, dei testi, degli autori richiamati, a un confronto vivo, incisivo rispetto al momento storico attuale. 

Ripercorrendo le tappe storiche che hanno visto una trasformazione del termine umanesimo, Brague osserva che ben lungi dalla visione della Genesi per cui il dominio della natura non era un progetto ma un compito, l’umanesimo oggi è autosufficiente. Il continuo processo di individualizzazione, tra le caratteristiche di una società secolarizzata accanto al razionalismo, al disincantamento e alla privatizzazione degli istinti, ha comportato un totale indebolimento dei legami societari e ha posto al centro le libertà e i diritti dei singoli. Scrive Brague: «Il pensiero moderno è a corto di argomenti per giustificare l’esistenza stessa degli uomini. Questo pensiero ha cercato di costruire sul proprio terreno, escludendo tutto ciò che trascende l’umano, Natura o Dio. 

Così facendo, esso si priva di qualsiasi punto d’Archimede, divenendo pertanto incapace di esprimere un giudizio sul valore stesso dell’umano. Bisogna dunque prendere atto di un fatto nuovo. Cerchiamo di nascondercelo con mille sotterfugi. Mi sembra più opportuno gridarlo sui tetti. Non certo come un grido di trionfo, ma come l’espressione di una preoccupazione profonda: il progetto ateo dei Tempi Moderni è fallito. L’ateismo è incapace di rispondere alla questione della legittimità dell’uomo». [“Il proprio dell’uomo. L’umanesimo nel secolo XXI”; l’intero testo sarà disponibile nella raccolta di scritti attesa per Cantagalli Editore, 2014]. 

Se Henri De Lubac nel suo celebre testo del 1944 Le drame de l’humanisme athée sosteneva che un umanesimo ateo potrebbe benissimo fondare una società ma questa sarebbe una società disumana, e quindi la sopravvivenza dell’uomo sarebbe ugualmente garantita seppur a costo di un abbassamento del suo livello di umanità, Brague supera questa argomentazione. Egli afferma che tale umanesimo sarebbe semplicemente impossibile, «non perché renderebbe l’uomo inumano, ma perché distruggerebbe l’uomo». La società odierna pare aver creato un essere umano in grado di essere padrone del proprio destino, disponendo questi cioè dei mezzi per determinarlo; diviene però d’altra parte urgente sapere se tale decisione sarà a favore o contro la vita umana. Brague sottolinea dunque il limite dei Tempi Moderni, qualcosa che appare controcorrente e che certo è più facile tenere nascosto, o, se proprio il caso, bisbigliare ai propri vicini: i Tempi Moderni sono incapaci di dire perché è un bene che ci siano degli uomini sulla terra. 

L’enfasi del discorso di Brague può apparire forse come negativa. Questa impressione è però ben presto sfatata. Egli ha infatti piuttosto cercato di mostrare l’insufficienza di una società secolarizzata che giunta al suo capolinea non riesce più a bastare a se stessa. Su che cosa fare leva dunque? Risponde Brague che questo sarebbe tutto un altro discorso. Si tratterebbe di considerare un principio che possa rapportarsi ad un essere personale e più personale. Allora il problema sarebbe come raggiungere questo Dio. 

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