LETTURE/ Sisifo, Camus e il tentativo (vano) di essere padroni del destino

Nell’Odissea, Sisifo è condannato a spingere su per un colle un masso, che inesorabilmente rotola giù, e a ricominciare da capo. Perché? Le risposte di Omero e di Camus. GIULIA REGOLIOSI

21.03.2013 - Giulia Regoliosi
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Franz Von Stuck, Sisifo (1920) (Wikipedia)

Ci sono nel mito greco delle famiglie che sembrano sprecare straordinarie possibilità. A volte di queste famiglie e della loro storia sappiamo tutto – ne abbiamo testi tragici e lirici, Eschilo quanto Pindaro o a Roma Seneca: è il caso ad esempio della famiglia che fa capo a Tantalo, che godeva del favore degli dèi, li frequentava da amico, in quel tempo-non tempo in cui uomini e dèi stavano faccia a faccia: ma ha voluto mostrarsi più intelligente di loro, metterli alla prova (in modo orribile: offrendo loro in un banchetto le carni del figlio), e gli dèi hanno ritirato la loro amicizia, l’hanno punito agli inferi e sulla sua stirpe è rimasta una macchia, una propensione al male. Di un’altra famiglia sappiamo molto meno, perché delle opere che ne parlavano con ampiezza sono rimasti solo titoli o frammenti, da ricostruire riempiendo vuoti e scegliendo varianti. Ma il fascino resta, suscita curiosità e riflessione.

Un primo accenno l’abbiamo nell’Iliade. Sul campo di battaglia s’incontrano due nemici: il greco, Diomede, interroga lo sconosciuto avversario chiedendogli quale sia la sua famiglia, timoroso di sbagliarsi ad attaccarlo. L’altro, Glauco, gli racconta come una storia ad episodi, con salti e bruschi passaggi: si risale al capostipite, fondatore non solo della famiglia ma di tutto il popolo degli Eoli, e poi a suo figlio Sisifo. A lui è assegnato un attributo, kérdistos, spesso tradotto con astutissimo ma che in realtà dal confronto con altri passi risulta semplicemente un termine elogiativo: eccellente, il migliore. Nipote di Sisifo è Bellerofonte, diretto antenato di Glauco, definito come amymon, cioè irreprensibile, senza difetti, lo stesso attributo che in altro contesto omerico si riferisce a Salmoneo, fratello di Sisifo. Una famiglia positiva, quindi, per vicissitudini trasferita dalla Grecia all’alleanza coi Troiani. Ma Bellerofonte, prediletto dagli dèi e aiutato in molti travagli, finisce anch’egli per decadere dall’amicizia divina: “ma quando venne in odio a tutti gli dèi andava errando solitario e si rodeva il cuore…”. Solo da autori successivi sappiamo il perché: non gli bastava la protezione divina, voleva salire in cielo a vedere di persona gli dèi, ed essi lo respingono a terra e gli tolgono il loro affetto, senza il quale la convivenza umana diviene inaccettabile.

Nell’ Odissea troviamo Odisseo che, in un episodio misterioso nato da diverse tradizioni, incontra i morti. Fra questi Sisifo: e vidi Sisifo, che aveva forti sofferenze, reggendo con entrambe le mani un masso gigantesco: egli, puntellando il masso con le mani e coi piedi, lo spingeva in su per un colle; ma quando stava per superare la cima, la forza lo travolgeva; subito allora il masso senza rispetto rotolava a valle; ed egli tendendosi lo spingeva di nuovo, e dalle membra gli scorreva il sudore, e dal capo si alzava la polvere”. 

È la prima narrazione della fatica di Sisifo, infinita e disperante: il masso è senza rispetto, non ha cioè quel sentimento, l’aidòs, che regola soltanto i rapporti fra gli uomini. Omero non ci dice perché Sisifo, l’eccellente, sia costretto a questa inutile fatica: in mancanza di testi letterari andati perduti, dobbiamo rifarci a diverse narrazioni di mitografi, che sembrano sforzarsi di trovare dei perché. In comune fra di esse c’è l’idea della sfida verso gli dèi o verso la morte, spesso con un uso dell’astuzia impudente: di nuovo quindi, come nel caso di Tantalo o del proprio nipote Bellerofonte, anche Sisifo vuole superare la condizione umana, e l’inferiorità rispetto agli dèi. E come Bellerofonte verrà respinto dal cielo, così simbolicamente la pietra di Sisifo non raggiungerà mai la cima.

Ho già avuto occasione di dire, in un precedente intervento, come a partire dal secolo V a.C. si insinua nel mondo greco una diffidenza verso un uso scorretto della ragione. Ne risulta non solo una modificazione in negativo del personaggio di Odisseo, ma anche un’associazione fra Odisseo e Sisifo, che addirittura viene considerato il vero padre di Odisseo in seguito alla violazione della madre. Anche senza giungere a questa variante, è interessante notare come nell’Apologia platonica Socrate accomuni i due personaggi nella pretesa di essere sapienti. Dice infatti, elencando i vantaggi della migrazione nell’al di là che la condanna a morte gli apre: “e, cosa più grande, interrogare e indagare su quelli di là come su quelli di qua, per sapere chi è sapiente e chi crede di esserlo e non lo è: che prezzo, o giudici, si accetterebbe di dare per poter interrogare…Odisseo o Sisifo…?” È evidente, da tutto il contesto socratico, che tale indagine porterebbe a riconoscere anche nei personaggi del mito la stessa presunzione degli ateniesi del tempo, poiché per il dio di Delfi solo Socrate è sapiente in quanto non ha la presunzione di sapere.

Vale la pena di chiedersi a questo punto quale sia, nell’immaginario attuale, l’idea di Sisifo: proprio perché così poche sono le fonti utilizzabili, sembra più facile una manipolazione del mito e del personaggio. Ci soffermiamo soltanto sul testo più famoso, il brevissimo saggio del premio Nobel francese A. Camus che dà il titolo a tutta la raccolta di saggi sul tema dell’assurdo: Le mythe de Sisyphe (1942). Gli dèi, dice l’autore, “avevano pensato con qualche ragione che non c’è punizione più terribile di un lavoro inutile e senza speranza. 

Ma Camus contempla il suo personaggio non nella salita, ma nella discesa, prima che ricominci la fatica: ciò che lo rende vincitore è la consapevolezza della sua condizione, perché “non c’è destino che non si superi col disprezzo”. Sisifo si rende così padrone del proprio destino: “insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i massi…la lotta stessa verso le cime basta a riempire un cuore d’uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.

Non è certo mia intenzione giudicare l’interpretazione di Camus: ma la punizione che diviene felicità attraverso la negazione degli dèi e quindi della colpa stessa, sarebbe impensabile per l’uomo antico, che dà voce, attraverso questo o miti simili, alla vertiginosa possibilità per l’uomo di avere l’amicizia degli dèi se accetta il proprio limite.

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