PIETRO BARCELLONA/ Il cuore cristiano di un vecchio comunista

In che cosa il comunismo di Pietro Barcellona ha rappresentato la tappa di un’adesione nuova in lui, originale e personale, alla fede nella Resurrezione? MASSIMO BORGHESI

13.09.2013 - Massimo Borghesi
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Pietro Barcellona (1936-2013) (Immagine d'archivio)

Ho conosciuto Pietro Barcellona in un’unica occasione, troppo breve. Per il resto ho potuto apprezzarlo per i suoi libri ed i suoi articoli, sempre lucidi, nonché per i giudizi affettuosi e carichi di stima su di lui ad opera di un amico comune, don Francesco Ventorino, che lo ha seguito da vicino nel suo percorso umano e spirituale. 

Barcellona è stato, in Italia, uno degli ultimi intellettuali liberi, fuori dai salotti e dall’accademia, capaci di intervenire criticamente sulle ideologie e le dinamiche di potere, senza soggezione. Era il retaggio felice della scuola marxista che non aveva rinnegato. Barcellona era approdato al comunismo, da giovane, attraverso un percorso etico sui generis, dettato dalla condivisione degli umiliati ed offesi, degli esclusi dalla società. Un approccio etico che spiega il suo rifiuto del comunismo economicista, basato sul primato della sfera economica su quella morale, della impostazione materialistica della storia. Da qui le molte consonanze con la posizione di Pietro Ingrao, la sua critica all’alienazione capitalistica che riduce l’umano a merce di scambio, all’individualismo, all’emarginazione dei poveri. 

Del comunismo lo avvinceva, anzitutto, la dimensione popolare del partito, la comunione di vita e di ideali tra strati diversi della popolazione. Una comunione che non troverà nella contestazione del ’68, promossa dai figli benestanti della borghesia, individualista e libertaria. Un moto negativo che presentava molte più analogie col fascismo degli inizi che con la sinistra storica. In ciò Barcellona si trovava in perfetta consonanza con le valutazioni di Pier Paolo Pasolini. Il punto di crisi nel suo itinerario politico-intellettuale sarà il 1989, la caduta del Muro di Berlino e, di lì a poco, dell’Unione Sovietica comunista. Il crollo del Muro rappresenta la fine di un mito, una vera e propria crisi esistenziale. 

Come scriverà in un articolo pubblicato su L’Unità, “Come sono diventato cristiano”, “l’impatto traumatico con la crisi dell’89 ha sconvolto la mia esistenza fino a provocarmi una depressione grave che ho affrontato con una lunga psicoanalisi. Mi sono convinto attraverso questa dolorosa esperienza che nell’idea di comunismo che avevo perseguito si manifestava un delirio di onnipotenza (…) in cui una sorta di esplosione megalomanica tendeva ad impedire l’emersione di ogni punto di vista diverso. Era il tema dell’ortodossia assoluta che cominciavo a vedere come il vero nemico del pensiero. Ciò che mi appariva chiaro era che finché l’uomo pretende di spiegare con i propri saperi tutto ciò che riguarda le condotte umane finisce col negare ciò che di specificatamente umano la nostra condizione mortale esprime: il bisogno di trascendere l’orizzonte dentro al quale ci troviamo ad agire per riscoprire una presenza ulteriore rispetto all’azione degli uomini”. 

È qui che l’originario comunismo etico di Barcellona assume una direzione teologica. “Approfondendo questo tema sono stato costretto a chiarire i rapporti fra teologia e politica, e tra il messianesimo e la speranza di una società di uomini liberi. Condivido la riflessione di Massimo Cacciari e quella di Mario Tronti dove si afferma con chiarezza che non può esserci spazio ulteriore per un pensiero teologico-politico senza affrontare il tema della trascendenza. Dopo il crollo del Muro di Berlino mi sono sentito fisicamente assediato dal non senso dell’esistenza. Perché non uccidere, non sfruttare, non seviziare, non torturare un altro uomo che ostacola comunque i tuoi desideri di godimento se non c’è una ragione ulteriore che istituisce il criterio per distinguere in qualche modo ciò che si può fare da ciò che non si può fare?”. 

Barcellona realizzava qui alla lettera, nel suo iter esistenziale, quanto Augusto Del Noce auspicava nel suo ultimo articolo, L’impero è sacro, pubblicato su “Il Sabato” nel dicembre 1989: “Davanti all’evidenza della sconfitta, può darsi che una parte autorevole del pensiero comunista sia portata ad una rifondazione della critica dello spirito neoborghese, nella sua evoluzione recente; e in ciò al riconoscimento che la sola forza esistente capace di opporvisi sia il pensiero cattolico; e che questo comporti un radicale mutamento di rapporti tra cattolicesimo e comunismo”. Conformemente a questa prospettiva Barcellona avvertiva l’urgenza di un’alleanza tra cattolici e sinistra storica di fronte alla “deriva antropologica” dell’Italia contemporanea, al dilagare della “cultura radicale”, al relativismo etico che rischiava di egemonizzare la stessa sinistra dissolvendo e disperdendo la sua tradizione popolare, solidale. Da questa istanza era nato il manifesto a quattro mani, Emergenza antropologica. Per una nuova alleanza tra credenti e non credenti, firmato da lui, Sorbi, Tronti, Vacca, pubblicato su Avvenire il 16 ottobre 2011. 

Sul piano personale non si accontentava, però, del “pensiero” cattolico. La sua era una vera e propria ricerca esistenziale, religiosa. Era rimasto affascinato dalla riflessione di Julia Kristeva sul Dio in croce. “Le pagine della Kristeva sul Cristo sofferente” – scriverà nell’articolo dell’Unità – “mi hanno coinvolto e commosso. La mia non è una conversione, quindi, ma un processo lungo, aperto e tormentato. In questo processo mi è apparsa la possibilità di sentire la presenza fuori di te di qualcosa che ti sollecita soltanto a seguire un esempio di amore, nel quale l’alterità non è lo specchio illuministico dell’Io ma la pura condivisione di un’esperienza che si realizza principalmente sul piano dell’esistenza concreta e non su quello intellettualistico della razionalità”. 

Era affascinato dal “Cristo pasoliniano”, dal testimone sofferente dell’amore. A lui aveva dedicato il suo Incontro con Gesù (Marietti 2010). Non erano le “ragioni” della fede che lo colpivano ma la presenza del Cristo crocifisso, immolato per amore del mondo. Questa, come mostrava nella “Postfazione” al libro di Ventorino, Luigi Giussani. La virtù della fede (Marietti 2012), era l’unica “ragione” del credere. Le altre, tutti gli argomenti classici della teodicea, non reggevano di fronte all’assurdità del dolore e della morte. Come scriveva in un articolo per ilsussidiario.net: “Dobbiamo interrogare la Chiesa sul perché il Dio che essa professa resta così indifferente alle tragedie della vita umana. […] La voce più forte che ho ascoltato in questi ultimi anni, in cui anch’io ho sperimentato il dubbio e la disperazione, è quella che viene da alcune grandi testimonianze artistiche che mostrano assai più di tante altre espressioni il senso tragico di un rapporto con Dio che non può essere perduto nella chiacchiera politica. Penso allo straordinario film Gli uomini di Dio in cui un gruppo di monaci vive l’esperienza della condivisione del dolore del prossimo e testimonia sino alla morte la fedeltà al messaggio di Cristo dell’amore oltre ogni limite. La sobrietà della vita dei monaci, la semplicità del loro comunicare sulle questioni di fede, la loro preghiera semplice e austera, l’intensità dei loro rapporti affettivi, la sobria bellezza della loro comunione, sono più eloquenti di qualsiasi omelia o di qualsiasi comunicato della Conferenza episcopale. La straordinaria consapevolezza del voler fare della volontà del Padre la misura di ogni condotta rende quei monaci incarnazioni viventi del Verbo dell’amore, dell’amicizia, della fraternità con i diversi e gli stranieri. Come sempre, l’exemplum di un’esperienza è il paradigma di vita che non si può tradurre in concetti astratti o in teorie sul bene e sul male. A chi non si è commosso vedendo i monaci allontanarsi nella neve sotto la spinta del mitra del terrorista che li conduce a morte, a chi non si è commosso vedendo queste fragili figure umane, piene di paura e di speranza, scomparire nel turbinio della neve, io penso che non ci sia nulla da dire”. 

Per lui, che era diventato comunista per la commozione di fronte agli esclusi, questa era l’unica ragione della fede cristiana: la commozione di fronte ad una testimonianza umanamente irragionevole, gratuita, insondabile. Barcellona ha immaginato a lungo che il comunismo fosse lo strumento migliore per alleviare il dolore del mondo. 

Poi si è reso conto che esso, in realtà, era la fonte di una smisurata oppressione. Negli ultimi vent’anni, senza rinnegare nulla della sua istanza più autentica, si è inchinato di fronte ai testimoni della carità, a coloro che non spiegano il male ma permettono di sopportarlo nella consapevolezza del mistero. Come altri che provengono da una storia analoga – penso a Claudio Napoleoni − ha realizzato che solo il nesso tra il teologico e il politico, l’apertura della trascendenza “incarnata”, poteva permettere la resistenza al degrado e alla corruzione, civile-umana-politica, del mondo contemporaneo, alla dissoluzione di ogni legame che caratterizza il lungo “post-’89”.

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