LETTURE/ La ricerca dei pagani e la “nostalgia” della creazione

L’esperienza del bello porta il greco Esiodo a credere in un esito positivo perfino del disordine violento. Ma qual è il limite delle spiegazioni pagane del “principio”? GIULIA REGOLIOSI

24.01.2014 - Giulia Regoliosi
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Un giorno, racconta Esiodo, mentre faceva il pastorello sulla montagna ebbe all’improvviso l’apparizione delle Muse, che gli assegnarono un compito: “mi diedero come scettro un ramo di alloro fiorito, appena staccato, bellissimo; e mi ispirarono un canto profetico“. L’antico poeta ha dalla teofania delle Muse l’incarico di raccontare il principio, l’arché, non solo degli dèi ma di tutta la realtà. 

È, questo dell’arché, il problema che nei secoli successivi impegnerà i primi sapienti, gli scienziati-filosofi della Ionia: l’acqua di Talete, e poi l’aria, il fuoco… Il principio sarà individuato in un elemento, qualcosa che c’era già inspiegabilmente e da cui tutto è derivato in un modo che rimane comunque oscuro. Secondo Esiodo, che per ordine divino raccoglie e sistematizza miti e credenze dagli echi remoti, per primo ebbe origine Caos, etimologicamente il vuoto, l’abisso; poi gli esseri primordiali, alcuni nati da sé, altri per partenogenesi, altri uniti da Eros, poi le generazioni divine in lotta violenta fra loro, figlio contro padre, dèi celesti contro dèi sotterranei. 

Nella memoria divenuta mito trova spazio lo scontro fra le tribù elleniche, indeuropee, e le popolazioni già stanziate in Grecia, quei popoli mediterranei che onoravano divinità della terra: la sovrapposizione degli dèi vincitori sui vinti richiederà secoli perché si arrivi ad un sincretismo o ad identificazioni: e sarà Eschilo a trasfigurare questo difficile passaggio nelle tragedie in cui gli uomini avranno bisogno di divinità concordi per sapere dove stanno la giustizia e il bene. 

In Esiodo la pacificazione non è ancora avvenuta, sui nemici ha trionfato stabilmente l’ultimo vincitore, Zeus. Eppure è caratteristica della singolare religiosità greca l’idea che dalla lotta, dalla sopraffazione violenta, abbia origine non il disordine della tirannia, ma il kosmos: una straordinaria parola che significa universo, ordine e bellezza, in cui ogni essere e ogni popolo ha il suo posto, tanto che perdere il senso del proprio limite non è solo una colpa personale, ma rovina la bellezza dell’insieme.  

Religiosità singolare, si diceva. Il fatto è che l’uomo antico percepisce la bellezza del mondo in cui vive: e anche quando non giunge a concepire un disegno originario di bellezza, l’esperienza del bello lo porta a credere in un esito positivo perfino del disordine violento.

Sarà compito di Platone fare un passo più oltre, ricercare una volontà di bellezza nella vicenda delle origini. Dialogando con Socrate su questo tema nell’opera che porta il suo nome, Timeo propone di  “accettare un mito verosimile, senza cercare più in là”. E poiché Socrate si dichiara d’accordo, inizia  a esporlo. 

Quando tutta la realtà era disordinata, agitata in modo sregolato, il dio artefice la ridusse dal disordine all’ordine: “egli era buono, e in uno buono non nasce mai nessuna malevolenza per nessuna cosa; dunque, priva di questa, volle che tutte le cose divenissero simili a lui quanto potevano…Unendo l’intelligenza nell’anima e l’anima nel corpo fabbricò l’universo, affinché l’opera da lui compiuta fosse la più bella secondo natura e la più buona possibile. Dunque per Platone il kosmos, l’universo fabbricato dal dio, è bello e buono per volontà dell’artefice, che l’ha voluto simile a lui. Ma l’artefice non è creatore: agisce per benevolenza verso una realtà caotica, adattando un universo preesistente, che ancora non è kosmos, ad un modello di universo ideale. 

Nuovamente il passaggio dal disordine all’ordine è l’essenza del lungo racconto delle origini che apre il poema di Ovidio, il poeta latino nato prima di Cristo e morto già nell’era cristiana. Così descrive la realtà primordiale: “una rozza massa disordinata, e nulla all’infuori di un peso inerte ed elementi discordi ammucchiati insieme di cose malamente unite. Un dio o una natura migliore sanò questa discordia“. La narrazione sviluppa tutti i passaggi, la divisione del cielo dalla terra, della terra dal mare, la formazione della sfera terrestre, il brillare delle stelle, il popolarsi di ogni luogo con i vari esseri viventi.  L’ultima realtà a nascere è l’uomo: “mancava ancora un vivente più sacro di questi e più capace di profondi pensieri e in grado di dominare su tutti gli altri: nacque l’uomo, sia che l’abbia fatto con seme divino quell’artefice, perché fosse l’inizio di un mondo migliore, sia che la nuova terra, da poco separata dal profondo etere, conservasse elementi della parentela celeste: il figlio di Giapeto (il titano del mito greco) mescolandola con acque pluviali, la foggiò a somiglianza degli dèi ordinatori, e mentre tutti gli altri esseri abbassano il capo a terra, diede all’uomo un viso rivolto in alto e ordinò che guardasse il cielo e levasse gli occhi alle stelle. Il fascinoso racconto mette in primo piano il mondo descritto e in secondo piano la questione dell’artefice: il poeta sembra mescolare, senza troppo esporsi, miti e teorie, forse anche reminiscenze di testi biblici diffusi in ambito pagano nella versione greca di Alessandria. Tuttavia l’immagine dello sviluppo armonico dell’universo e l’esaltante primato dell’uomo hanno per il lettore una profonda suggestione.

Chi appartiene al rito cattolico ambrosiano ha avuto il dono di una liturgia domenicale (nell’Ottava del Natale del Signore) interamente dedicata all’arché, con la costante affermazione che il Figlio, la Sapienza di Dio, il Verbo di Dio, era al principio ed è il principio: “Il Signore mi ha posto come principio delle sue vie, al principio delle sue opere… Egli è il principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia Lui ad avere il primato su tutte le cose… In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste“. 

La ricerca a tentoni pagana, se riesce a cogliere, pur nelle contraddizioni e nelle oscurità della vita, la bellezza della realtà, per spiegarsela deve accettare un mito verosimile, senza cercare più in là: non riesce a concepire un’arché in cui c’è soltanto Dio, un Dio Creatore con la Sapienza da Lui generata, che forma dal nulla una creazione fin dall’inizio buona.  

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