PAOLO VI/ Da san Tommaso alle Br, le sfide di un grande riformatore

- Piero Viotto

Domani sarà canonizzato Giovanni Battista Montini (1897-1978), papa Paolo VI. Il papa dell’Enciclica “Ecclesiam Suam” e “Humanae Vitae” ricordato dal filosofo PIERO VIOTTO

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Paolo VI (Foto dal web)

Se Dio è la Verità allora bisogna cercarLo anche con l’intelligenza e non solo con il cuore, è questa la lezione che ho appreso da Montini-Paolo VI fin da quando, giovane studente, ho letto e meditato La vita intellettuale del padre Sertillanges che proprio Montini aveva fatto tradurre dalla Studium e che è diventato quasi un manuale per i giovani universitari della Fuci e per i Laureati cattolici. 

Una sera, qualche mese prima di morire, mons. Pasquale Macchi, che è stato segretario di Montini, a Milano e a Roma, mi chiamò a casa sua e mi consegnò una cartella con le fotocopie di oltre 200 fogli manoscritti, di appunti personali di Paolo VI con riferimenti agli scritti di san Tommaso, che il Pontefice annotava per preparare le sue omelie e i suoi discorsi. Poi mi confidò che Paolo VI, durante tutto il Concilio, tenne sul tavolo dello studio il trattato La Chiesa del Verbo Incarnato del teologo svizzero Charles Journet.

Ma c’è un altro dato importante da considerare. Il giovane Montini nel 1928 traduce per la Morcelliana un’opera chiave del filosofo francese Jacques Maritain, I tre riformatori. Lutero Cartesio Rousseau. Montini è consapevole che il soggettivismo in religione, in filosofia, in politica sia l’errore della modernità contrapposto all’oggettivismo del pensiero medioevale, ma è altrettanto convinto che bisogna conciliare la soggettività della coscienza con l’oggettività della verità. Tutta la sua pastorale da sacerdote, da arcivescovo, da pontefice è impostata su questa relazione fondamentale, che lo porta a raccordare ragione e fede, libertà e grazia, società civile e società ecclesiale, evitando da una parte il relativismo e dall’altra il fondamentalismo. Qualcuno ha pensato che quest’atteggiamento potesse indebolire la testimonianza cristiana e durante il concilio si sono create frizioni che hanno portato con Marcel Lefebvre al costituirsi di gruppi integralisti, ma la dichiarazione conciliare Dignatius Humanae l’ha codificato. 

La questione riguarda anche la politica ed è interessante rilevare come Montini, nei suoi scritti e nel suo insegnamento, abbia sempre affermato la necessità di un impegno politico dei laici nella società civile — durante il regime fascista De Gasperi era ospite a casa sua in Vaticano — ed insieme la laicità dello Stato. Si tratta di distinguere tra la Chiesa e le cristianità che si succedono nella storia e di promuovere insieme cristianesimo e democrazia, uscendo dalla ambiguità di uno Stato confessionale.

Alla base di queste distinzioni c’è sempre la filosofia di san Tommaso che Montini considera, come afferma al congresso di Cagliari nel 1932, la filosofia della Fuci, contrapponendo questa filosofia realistica alla filosofia idealistica di Giovanni Gentile che il fascismo promuoveva nelle scuole. Queste sue convinzioni intellettuali si rafforzano con l’amicizia con Maritain quando, diventato Sostituto alla Segreteria di Stato, ha molte occasioni per incontrare il filosofo allora ambasciatore della Repubblica francese presso la Santa Sede.

Tra loro discutono di come sostenere la pace in un mondo diviso in blocchi ideologicamente contrapposti, del problema dei preti operai, della necessità di eliminare dalla liturgia cattolica del venerdì santo l’espressione, inopportuna e inesatta, “perfidi giudei”. 

Durante il periodo milanese, come arcivescovo, scrive una serie di Lettere pastorali — ne segnalo alcune: Sul senso religioso (1957), Sul senso morale (1961) — nelle quali analizza il percorso del formarsi della coscienza sociale, morale, religiosa, che prima riferisce la legge alla società (“l’ha detto la mamma”), poi a se stessa (“io lo devo”) fino a riconoscere che la legge trascende la coscienza e rimanda ad un Legislatore, per cui si comprende che il male non è solo un’offesa alla legge ma al Legislatore, non solo una colpa, ma un peccato. Convinto europeista, consapevole della necessità di non separare  ma di unire i popoli, Montini nel 1958 sale all’Alpe Motta di Campodolcino (Sondrio) a 2000 metri di quota, al centro idrografico del continente, per inaugurare e benedire una grande statua di Maria, dedicata a Nostra Signora d’Europa, coinvolgendo in questa iniziativa anche Robert Schuman e Konrad Adenauer, che, con Alcide De Gasperi, sono i fondatori dell’unità del continente.

Come pontefice scrive diverse Lettere encicliche, ricordo le più discusse: la Populorum progressio (1967) e la Humanae vitae (1968). Nella prima, superando ogni prospettiva liberistica o socialista, mette al centro delle relazioni sociali non l’individuo o lo Stato ma la persona, e delinea quella “civiltà dell’amore” che va oltre la giustizia, e non usa nemmeno l’espressione cristianità, per comprendere tutti gli uomini di buona volontà a qualunque cultura appartengano. Durante il Concilio Vaticano II ci furono diverse pressioni perché si intervenisse anche sui problemi della vita matrimoniale. Paolo VI, che aveva ben chiara la nozione teologica fondamentale, secondo cui il Papa non è il “Vicario della Chiesa”, ma il “Vicario di Cristo”, si riserva quella delicata questione, che risolve con la Humanae vitae riaffermando la santità del vincolo coniugale.

La vita del pontefice si conclude il 6 agosto 1978, poco dopo l’assassinio di Aldo Moro, il 9 maggio 1978, da parte delle Brigate rosse, a seguito di un sequestro di 55 giorni, durante il quale il pontefice era intervenuto più volte ed anche con una lettera indirizzata “Agli uomini delle Brigate Rosse”. Proprio Aldo Moro era stato la testimonianza vivente della vocazione temporale del cristiano e dell’autonomia del laicato cattolico, che Montini aveva sempre sostenuto, distinguendo e correlando democrazia e cristianesimo, ragione e fede.

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