LETTURE/ Scola-Severino, la morte non è un optional

- Ilaria Vigorelli

Uno stimolante dialogo tra il filosofo Emanuele Severino e il cardinale Angelo Scola sul senso della morte: “Il morire tra ragione e fede” (Venezia 2014). Ne parla ILARIA VIGORELLI

scola_sfondogialloR439
Il cardinale Angelo Scola (Infophoto)

Potremmo chiederci se il logos che guida lo scambio intellettuale sul morire, tra il filosofo Emanuele Severino e il Cardinale Angelo Scola (Il morire tra ragione e fede, Marcianum Press, Venezia 2014), possa essere davvero dia-logos. 

Forse la questione pare eccessivamente lontana da noi viventi, che all’andare curiosi per le strade delle nostre città nella festa di Ognissanti — e della prossima ricorrenza che propone di rammentare i morti —, solo se siamo sufficientemente colti da ricostruire le connessioni tra le zucche di Halloween e i cari estinti, possiamo ritrovarci redarguiti. 

Eppure, lasciando ad altri il bel compito di riallacciare la memoria del rapporto che lega le teste gialle illuminate coi defunti, pensiamo che sia assai proficuo andare a questo dialogo sul morire, perché, per come è stato svolto, gode di un’attualità pressante ad ogni giorno dell’anno che viviamo.

Torniamo dunque alla domanda inaugurale: se accadesse vero dia-logo tra le posizioni dei due discussant, non sarebbe sospesa «l’unità di esperienza parmenidea» che soggiace all’argomentare di Severino? 

Chi frequenta le sue scritture conosce cosa si intende. Eppure, la trama del dialogo è qui la relazione che distingue e muove i dialoganti e, sebbene sia impossibile metterla a tema, essa tiene ammirevolmente l’ordito della tessitura del pastore e attraversa gli inarrestabili s-nodi del professore.

Severino addensa il suo pensiero del morire — che chiama «un agire declinante, ma pur sempre un agire» — sulla negazione del distinguere, del prima e del poi, dell’io e del tu, del mio e del prossimo, della credenza (della fede) e della ragione. I bordi delle differenze tra le cose non sussistono se l’unità del divenire erode ogni distanza, eppure, poiché «noi agiamo in rapporto al significato del mondo che intendiamo trasformare», lo scorrere abissale della realtà forgiata da un pensiero che tutto colleziona, secondo un prima e un poi che si ripetono sempre identici ed eternamente, si arresta, sul piano extrateoretico, quando il lettore pensa all’esperienza di quella singola morte che lo ha portato a piangere un amore che non ha più, o — più banalmente — quando si consola grazie a un piatto di buon riso condito con la zucca di cui sopra.

Severino espone un abisso alla voce calda del pastore d’anime, il quale invece di calarsi nell’antro di un pensiero offerto come assenza di realtà che faccia resistenza, circoscrive le parole ai fatti e richiama il pensiero dall’abisso, come un morto da risuscitare. 

Scola a Severino risponde con l’annuncio del Cristo vivo, che come Dio e creatore ha potuto davvero agire il suo morire. Non predica all’interlocutore dall’ambone di una cattedrale, ma richiama il suo logos alla propria storia.

Eccoci al punto. Scola e Severino dialogano sì, perché il pastore prende sul serio la definizione del filosofo: il morire è pur sempre un agire. Tale affermazione, gli domanda, riflette la realtà dell’umano? Scegliere di darsi morte è davvero agire il proprio morire?

Su questo dilemma si snoda un corso di pensiero tecnocratico e religioso che sfida di continuo Costituzioni e legislature in Europa e altrove (non dappertutto, non ancora). Ma se siamo seri quanto il Cardinale, dovremmo riconoscere che forse ancor prima, e più profondamente, un’affermazione tale racchiude ciò che molti vorrebbero saper dominare, nell’ineludibile consapevolezza del limite che fa della passività al morire quella propria. 

Il vivere come il morire, quali luoghi della trasparenza ottimizzata e del “tutto sottocontrollo” autarchico, sono più archetipi di un mondo immaginato da Philip Dick che la realtà ordinaria di chi gode del riso con la zucca e piange chi gli è morto. Scola prende sul serio il punto della questione tecnocratica, che è anche il punto della questione neo-parmenidea, e ne risponde. Lo fa con il garbo di uno che ha ricevuto un dato, attestato eppur donato, soggetto quindi ad un possibile rifiuto. È il fatto dell’uomo che unico ha detto di poter scegliere il morire perché era Signore della vita; di essere Colui che aveva il potere di darla, la propria vita, e il potere di riprenderla di nuovo. 

Poter dare la vita cambia completamente l’ermeneutica del morire, perché lo intende come agire libero in cui la libertà è di eccedenza verso l’altro, è offerta, e non soltanto arbitrio o autarchia. Gesù di Nazareth non interpretò la propria morte come agire il morire, ma morendo agì l’amore che aveva dichiarato ai suoi la sera prima, dando loro il potere di continuare a dare. La verità di quanto sosteneva il Cristo non è un contenuto eidetico espresso da una frase, ma ancora un fatto: quello di aver lasciato da sé solo al terzo giorno il suo sepolcro vuoto. E i suoi, che hanno marcato il segno ripetendo l’offerta nella storia. 

Quanto di fede e quanto di ragione in tale argomento che differisce il riso e il pianto? La stessa fede e la stessa ragione che aprono la differenza tra dare la vita e togliersi la vita. Tra la capacità di generare e quella di uccidere. Tra l’io, il tu e il noi. La relazione. Per l’uomo questa differenza è tutto. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori