LETTURE/ Vergine, “madre di tuo Padre”: dalle Ebridi a Eliot (passando per Dante)

- Silvia Ballabio

Quattro luoghi, quattro tempi, tre lingue, quattro uomini; li unisce qualcosa di più della devozione a Maria come colei che ha portato/generato Dio. Il commento di SILVIA BALLABIO

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Immagine di archivio

Maria mater Miranda Patrem suum edidit“, VIII secolo d.C., isola delle Ebridi, non più di tre chilometri quadrati; “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio“, inizio XIV secolo, a cavallo fra Toscana e Liguria, “Thy maker’s maker, and thy Father’s mother“, inizio XVII secolo, Inghilterra e poi di nuovo Figlia del Tuo Figlio, XX secolo, Inghilterra. 

Quattro luoghi, quattro tempi, tre lingue, quattro uomini; il primo è un monaco sconosciuto, tal Cu Chuimne, il secondo è il poeta massimo della cattolicità, Dante Alighieri, e con lui San Bernardo da Chiaravalle, il terzo un chierico della Chiesa anglicana ed anche poeta, John Donne, il quarto il poeta della modernità, Thomas S. Eliot, il cui verso dai Four Quartets è in italiano nel testo perché volutamente e coscientemente rubato a Dante.

Li unisce tutti e quattro qualcosa di più della devozione mariana, che trovò la sua codifica nel concilio di Efeso del 431 nella formulazione di Maria come Theotokos, the God-bearer, colei che ha portato/generato Dio. Tutti i versi citati provengono da orizons, quelle che Amleto chiede ad Ofelia per se stesso, “orazioni”, ovvero speech (discorso) e prayer (preghiera), un dialogo gerarchicamente strutturato fra due entità sommamente complesse, Dio ed uomo.

Così scrive John Donne nell’ottava finale del sonetto The Annunciation, il secondo componimento de La Corona, collezione di sette sonetti dedicati alla vita di Gesù, dall’Annunciazione all’Ascensione:

Ere by the spheres time was created, thou
Wast in his mind, who is thy Son, and Brother,
Whom thou conceiv’st, conceiv’d; yea thou art now
Thy maker’s maker, and thy Father’s mother,
Thou hast light in dark; and shutst in little room,
Immensity cloistered in thy dear womb

Prima che il tempo con le sfere fosse creato, tu
Fosti nella sua mente, che è tuo Figlio, e Fratello,
che tu concepisti, concepita; sì, tu sei ora
fattrice del tuo fattore, e madre di tuo Padre,
tu hai luce nell’oscurità, e chiusa in poco spazio hai
l’immensità racchiusa nel tuo caro ventre

Nella collezione l’ultimo verso di ogni sonetto, presentato in corsivo, diventa il primo del successivo, e così via fino al settimo, in cui il verso finale è anche il primo verso del primo sonetto, nella ideale ricongiungimento della “corona” di questo rosario sui generis. Donne sviluppa pienamente la formulazione paradossale della natura di Maria come “fattrice del tuo fattore”, e “madre di tuo Padre”; l’affermazione centrale “thou/wast in his mind (vv.1.2) conceived ” (v.3) “tu/Fosti …. nella sua mente concepita” riflette pienamente la concezione mariana di Sant’Agostino, ma contiene sintatticamente al suo interno, ad  inglobare in un unico senso ciò che è contraddittorio, la natura di Maria come colei che “concepisce”.

Nella stessa frase, rivoltata sintatticamente per gettare basi ferme alla nostra comprensione e poi sprofondarci nell’abisso del paradosso sommo, l’atto del concepire nella mente di Dio si rivela identico all’atto del generare un Son, Figlio che è anche Brother, Fratello, perché è tanto pienamente uomo quanto Maria è pienamente donna, cioè madre.

Il paradosso continua, con la luce nel buio e il vertice finale del poema, dove “shutst in little room” (“chiusa in poco spazio”) rima con “dear womb” (“caro ventre”) per accogliere l’immensità, “immensity“, un quadrisillabico nome astratto che prende casa nel monosillabico concreto “womb“. La casa che si sceglie, Maria, diventa un cloister, un convento, e l’immensità stessa si va a chiudere in un “little room“. 

Un poemetto pienamente mariano, ma con quel rivolgersi al suo interlocutore che è uno dei tratti distintivi della poesia di John Donne, e con quel gusto del paradosso che gli è anch’esso tipico, e in cui l’accento affettivo si concentra nel dear womb, magistralmente posto a chiudere questo  sonetto, ma destinato a riecheggiare nel successivo.

Thomas S. Eliot, che si dilettava anche di critica letteraria, disse, nel suo saggio The Metaphysical Poets,  del poeta inglese suo predecessore che “(a) thought to Donne was an experience; it modified his sensibility“. Dopo i Poeti metafisici, dall’inizio del XVI secolo, secondo T.S. Eliot, si è verificata una “dissociazione della sensibilità”; non si è più avuto quell’amalgama delle esperienze in una unità di sentire che era unità di pensiero. In un saggio dedicato a Donne, Eliot dice, a proposito della modernità:

Ethics having been eclipsed by psychology, we accept the belief that any state of mind is extremely complex, and chiefly composed of odds and ends in constant flux manipulated by desire and fear. When, therefore, we find a poet who neither suppresses nor falsifies, and who expresses complicated states of mind, we give him welcome. 

“Essendo che l’etica è stata soppiantata dalla psicologia, accettiamo come vera la credenza che qualsiasi stato d’animo sia estremamente complesso, e principalmente composto di cianfrusaglie varie in costante fluttuazione manipolate da desiderio e paura. Quando, pertanto, troviamo un poeta che né sopprime né falsifica, e che esprime complicati stati d’animo, lo salutiamo con gioia”.

Eliot trovò conforto al dominio di certa psicologia che, di fronte alla complessità di un sentimento, rinuncia al governo dello stesso, sia in Donne che in Dante, perché entrambi non censurano e non falsificano quanto vi è di complesso nell’umano sentire, soprattutto se devono dire in paradossi di quanto “sentono”, nel perduto significato del termine, esser vero. 

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