LETTURE/ Lo stupore del Natale da Lorenzo Lotto a Thomas Mann

“Lo stupore del Natale” è in ogni pagina dell’ultimo libro di GIOVANNI SANTAMBROGIO, che offre la possibilità di addentrarsi nel mistero artistico della Nascita. ANTONIO QUAGLIO

14.12.2014 - Antonio Quaglio, Giovanni Santambrogio
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Lorenzo Lotto, Adorazione dei pastori (1534) (Immagine dal web)

“Lo stupore del Natale” è in ogni pagina dell’ultimo libro di Giovanni Santambrogio (di cui pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione). Lo è nelle tavole (da Lotto a Tintoretto, da Beato Angelico a Caravaggio a Durer) in cui il genio pittorico nasce e rinasce — sorprendentemente ma immancabilmente — di fronte all’Annunciazione, al Presepio, all’Epifania: da un secolo all’altro, da un luogo all’altro, da uno stile all’altro. Ma non è meno stupefacente — per il lettore — addentrarsi pagina dopo pagina nel mistero artistico del Natale seguendo un amante esperto di dipinti sacri, uno sperimentato giornalista culturale, un uomo di fede.

Lo stesso libro è letteralmente rinato dopo una prima edizione di alcuni anni fa e l’esito è l’esatto contrario di una semplice “ristampa accresciuta”: e non soltanto per la prefazione — a suo modo sorprendente — del filosofo Umberto Galimberti. Il quale cita Pablo Neruda (“E’ per rinascere che siamo nati”) e Thomas Mann (“La bellezza — a differenza della teoria — trafigge”) per affermare il Natale come “sorgente di senso” profonda e costante di ogni esistenza, dell’Esistente.

Il punto di fuga dell’intera storia cristiana non è mai scontato, mai scolastico. Nessuno rinuncia a raccontare, a rivivere “il suo Natale”. Lotto — ci segnala Santambrogio — dipinge con assoluta naturalezza un vero “letto sponsale” nella sua Annunciazione: il cui centro simbolico è un gatto di casa, scosso anche lui dalla sua smaliziata pigrizia. Von Balthasar scrive che il Natale è una “festa del futuro, una scena che non ha bisogno di commenti”: difficile che non conoscesse l’Adorazione dei pastori di Gherardo delle Notti, fiammingo trapiantato a Roma. Tutti sorridono al volto illuminato dal Bambin Gesù, “quasi un fuoco acceso sulla nuda terra o un sole che sorge”: eppure —  annota Santambrogio — il quadro è controcorrente rispetto a una pittura del tempo che imponeva la corrispondenza dell’arte con il vero della natura. “La scena potrà sembrare ingenua e irrealistica. ma il significato non dà luogo a equivoci: Cristo è la luce del mondo”. 

Il presepe di Caravaggio è invece apparentemente assorto, ma intenso in tutti i silenzi: quello tenero della Vergine, quello pensoso di Giuseppe, quasi “bronzeo” quello dei pastori. Questi sono perfetti interpreti di una tensione esistenziale che il dipinto folgora come condizione umana assoluta: chi vive il ritmo della Storia arriva a distinguere i segni di novità. L’esistenza rivendica un significato pieno, ma spesso “il Fatto sta davanti a noi e non lo vediamo”. Chi resta fermo rischia di perdere l’unica cosa di cui c’è bisogno: e certamente ne ha consapevolezza la folla che si agita nella gigantesca Natività veneziana dipinta da Tintoretto alla Scuola Grande di San Rocco. Una scena in cui tutto è in movimento, tutto è vivo e proteso “come se il Natale stesse già preparando la Pasqua”.


Giovanni Santambrogio, “Lo stupore del Natale”, Ancora, 2014; pp. 168.

Dall’Introduzione di Giovanni Santambrogio

E’ il Natale con la sua forza evocativa a spezzare la distrazione. Davanti agli occhi prendono forma un bambino, una madre un padre che riflettono tutta l’umanità. In quel quadro si delinea un archetipo. Proviamo a sederci accanto al presepe. Il silenzio farà salire un pensiero dietro l’altro fino a farci trovare immersi in una folla di voci, di volti, di immagini.

E’ l’archetipo che si ridesta e quando tutti i lacci saranno stati sciolti entrerà in scena la meraviglia di quello stato di grazia e di tenerezza che regala la comunione materna. L’eco dell’origine riparla del grembo materno, il luogo della calda indescrivibile accoglienza. Il presepe, mentre restituisce un’esperienza umana remota e intensissima che altrimenti cadrebbe nell’oblio, spalanca alle profondità dell’amore di Dio. Il ricordo della nostra nascita si salda con l’imperscrutabile libertà di Dio. 

Conviene ascoltare l’eco della chiamata sulla strada delle prime orme. Chi lo fa avvia un lavoro di scavo che con delicatezza, come in una missione archeologica, rimuove la terra depositatasi in noi strato dopo strato, giorno dopo giorno. L’origine diventa la città sepolta da restituire allo splendore della luce, un tesoro e una civiltà di cui tornare in possesso perché gli edifici racchiudono la memoria, le strade i percorsi dell’esperienza. La riconciliazione con la parte più lontana, e forse sconosciuta di sé, stabilisce un dialogo nell’intimità.

Un bambino, una madre e un padre. Una famiglia ci è stata affidata come guida nella risalita alla nostra singolare origine. Una volta giunti scopriamo di non essere soli: troviamo un uomo e una donna colti insieme. Esprimono un’affettività. Un “momento di sperdutezza”, dice Giovanni Testori ne Il senso della nascita, conversazione con don Luigi Giussani. “Se vai indietro nel dolore della nascita incontri un atto d’amore: perché mio padre e mia madre si sono amati in Dio; in Cristo si sono amati. Bisogna dirlo. Credo che non bisogna aver paura di dirlo: perché sono cose che se si pronunciano nella speranza diventano di per sé sacre. Ecco: c’è un momento di sperdutezza in un uomo e in una donna che si amano; di sperdutezza e di liberazione. Chissà quanto dolore e fatica c’erano dietro e dentro di loro prima di quel momento. Non so se è giusto; io provo a dirlo. Una giornata di lavoro. Mio padre lavorava; mia madre aveva già altri figli; e poi là, nel letto, dove sono nato che è lo stesso letto dove sono morti loro, dove si sono amati, dove hanno unito questa loro fatica e questo loro affetto, questo loro amore, e sono diventati secondo quel che è detto anche nei libri santi “un corpo solo e un’anima sola” ed hanno probabilmente liberato la loro fatica nel loro amore, il loro dolore nella loro gioia, perché gioia è, si può dire, anzi credo che si debba dire, che questa è gioia; grande gioia e sperdutezza; cioè gioia che va oltre quella che si sa, quella che si comprende, quella che si conosce”.

La risalita si allarga e disegna l’albero della genealogia. Quanto è ricca la pagina di Matteo che parte con un profondo respiro: “Abramo generò Isacco; Isacco generò Giacobbe; Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli; Giuda generò Fares e Zara, da Tamar; Fares generò Esrom… Eleàzar generò Mattàn; Mattàn generò Giacobbe; Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo”. E a sottolineare le radici che affondano nei secoli Matteo aggiunge: “Il numero complessivo delle generazioni da Abramo a Davide è di quattordici; da Davide alla deportazione in Babilonia di quattordici generazioni; dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo ancora di quattordici”.

Eccoci all’evento. Nascere è essere chiamati. Qualcuno ci cerca e ci vuole con sé. Un io incontra un tu. Il bambino trova un padre e una madre. E la famiglia diventa luogo di un’esistenza che si apre alla comunità, con essa cammina nella storia e la costruisce. Chi vede la luce ne viene attratto, chi viene alla luce scopre una meta da raggiungere: i giorni si colorano quando sono percorsi dalla chiara coscienza di esprimere un compito.

Testori ricorda: “Così sono nato; così sono stato fatto figlio… Ecco la speranza: verso l’eterno noi andiamo di padre in figlio, di madre in figlio; questa è la strada che il Signore ha scelto; non ve n’è altre. Ora io sento che questa coscienza di essere figlio di Dio, voluto dallo Spirito, redento da Cristo e d’essere contemporaneamente, e in un momento che non è separabile, figlio di mio padre e di mia madre, fratello dei miei fratelli che avevo già e che avrei avuto dopo, è l’inizio e la prova di tutto. Questo senso d’essere figlio, questo senso del dono d’essere figlio diventa come un inno, una gloria; e questo redime il dolore”.

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