DIECI COMANDAMENTI/ Se Benigni si dimentica lo zolfo e la Croce

- Paolo Valesio

Il colpo di genio di Benigni è consistito da un lato nel “laicizzare” l’omelia televisiva, e dall’altro nel sacralizzare il monologo comico. Ma qualcosa è rimasto fuori. PAOLO VALESIO

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Roberto Benigni durante il suo spettacolo su "I Dieci Comandamenti" (Infophoto)

D’accordo dunque con chi (e sembra sia la maggioranza) considera la doppia performance televisiva di Roberto Benigni su “I Dieci Comandamenti” come un evento di grande originalità e importanza nel genere “comico” in Italia. Ma allora, per valutarlo bene, servirà un minimo di comparazione, e un ragionamento che vada al di là dei confini tecnici (peraltro rispettabilissimi) della critica televisiva e giornalistica. Questo paragone non può che aver luogo rispetto ai media che dominano imperialmente il mondo, nel genere comico così come in ogni altro; cioè, i media statunitensi.

I comici italiani contemporanei (Crozza, eccetera) sono fondamentalmente omogenei al sistema internazionale di quelli che in inglese si chiamano “stand-up comedians” — insomma i comici che lavorano in solitaria, o comunque li si voglia descrivere: senza rete, in “volo di notte”, ritti su una gamba sola… Il  che non significa affatto negare l’originalità e “italianità” dei nostri comici; l’omogeneità di cui parlo è quella dello stile “basso” — e anche qui non c’è nessuna intenzione negativa. Si tratta di quello che sembra intrinseco al monologo comico: uno stile radicalmente mondano, terrestre — che si potrebbe  addirittura definire ìnfero o infernale; non nel senso teologico (su quello si dovrà tornare fra un istante), ma in quello appunto dei generi estetici. Il senso insomma per  cui ognuno di questi monologanti respira e ci fa respirare un’aria lievemente sulfurea. La loro genealogia è quella delle Malebolge dantesche; i comici che più affascinano sono tutti, chi più chi meno, un po’ diabolici perché i loro antenati sono i diavoletti e diavoloni descritti in quel famoso cerchio: dai diavoli parzialmente comici, dunque, si arriva ai comici alquanto diabolici.

Il cielo sotto il quale questi commedianti si agitano, possiamo dire che sia molto basso — così basso da schiacciarsi completamente sulla terra — o, alternativamente, molto alto: così alto da poter essere tranquillamente ignorato. E va benissimo così: è la normale regola del gioco, quella che incontra il sovrano favore del pubblico. In questo mondo del comico non c’è posto per il trascendente. I comici parlano della lieve follia dei “normali” rapporti  quotidiani, parlano di sesso, politica, denaro — mentre il cielo resta, appunto, o spiaccicato o invisibile; al massimo, si lancia qualche frecciata mangiapretistica (il cui bersaglio è l’unica forma di religione su cui valga licenza di sbeffeggio: il cristianesimo cattolico). Sono frecciate, comunque, innocue e rassicuranti per tutti: i non-credenti si sentono convalidati, e i credenti si rilassano un poco.

Ma una cultura mediatica così articolata e raffinata come quella statunitense non poteva non porsi il problema di creare uno spazio di intrattenimento (nel senso forte del termine) in cui il cielo facesse in qualche modo la sua comparsa. 

Ed ecco svilupparsi il fenomeno dei predicatori televisivi: che non sono dei comici, certo (la loro fede è sincera), e che pronunziano omelie; ma, come gli “stand-up comedians”, le rendono divertenti e irriverenti quel tanto che basta e con una buona dose di demagogia che, come appunto i comici insegnano, non guasta mai (comprese le occasionali allusioni anti-cattoliche, che non dispiacciono al loro pubblico, appartenente all’una o all’altra corrente protestante). Insomma, l’omelia come forma di intrattenimento. Questa peculiarità non dovrebbe stupire noi italiani, che veniamo continuamente esortati alla storia: dopotutto il sermone più o meno istrionico è noto sin dal medioevo; solo nei due ultimi secoli esso si è ordinato (e, diciamolo pure, un po’ ingessato) in forme puntigliosamente edificanti e buonistiche.

Ora, il colpo di genio di Benigni (o dei suoi sceneggiatori) è consistito nello scavalcare questi confini, da un lato “laicizzando” l’omelia televisiva, e dall’altro lato “sacralizzando” il monologo comico. Con, in più, un elemento di particolare impegno intellettuale e spirituale, e cioè una tensione propriamente teologica (e lasciamo  ai noiosi la cura di spulciare quei brillanti monologhi, alla ricerca di “errori di teologia”).

Resta almeno un punto su cui forse non sarebbe inutile riflettere per un momento (ma che va riservato a occasioni future): il mondo dei predicatori televisivi è sempre focalizzato, qualunque sia il punto di partenza, sul Nuovo Testamento; mentre il brillante discorso ibrido di Benigni è stato quasi puntigliosamente veterotestamentario. E non vale glissare sulla differenza notando che dopotutto i Dieci Comandamenti appartengono all’Antico Testamento — non vale, come ha dimostrato lo stesso Benigni, poiché egli non ha mai perso l’occasione di connettere (di solito, in modo critico) quei comandamenti alla loro tradizione ed esegesi cattoliche.

Punto di domanda: forse lo “scandalo” della Croce è, appunto, così irrimediabilmente scandaloso da rendere impossibile un suo trattamento all’interno di un genere di comicità mass-mediatica? Ma questa è un’altra storia.

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