LETTURE/ Tolkien, il male del mondo e il “potere” di Maria

- Roberto Graziotto

Quale forza può sovvenire al disastro recato dalla violenza? La saga conclusiva di J.R.R. Tolkien (Lo Hobbit, al suo termine sul grande schermo) è occasione per riflettere. ROBERTO GRAZIOTTO

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John R.R. Tolkien (189-1973) (Immagine dal web)

HEIDELBERG — L’opus magnum cinematografico, Lo Hobbit e Il Signore degli anelli, ispirato ai libri quasi omonimi di uno dei grandi della letteratura mondiale, John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973), è ora compiuto. Da qualche parte ho letto che il livello cinematografico raggiunto dal Signore degli anelli non è stato uguagliato dai tre film de Lo Hobbit, usciti nelle ultime tre feste natalizie. Non posso verificarlo visto che non sono un esperto cinematografico. Ma vedo una continuità di temi che credo debbano essere presi sul serio, se si vuole riflettere sul senso ultimo dell'”esistenza storica” (uso questa categoria di filosofia della storia nel senso usato da Ernst Nolte), anche se dal XX secolo al nostro, appena iniziato, sono accaduti (meglio: stanno accadendo) fatti che hanno forse spostato alcuni accenti con cui deve essere espressa un’ interpretazione del senso ultimo della esistenza storica stessa. 

1. È chiaro che J.R.R. Tolkien ha espresso con la sua saga sull’anello del potere, introdotta con il piccolo Hobbit ed approfondita con Il Signore degli anelli, anche se a livello cinematografico siamo confrontati con una cronologia di realizzazione inversa, un’interpretazione del disastro umano avvenuto nel secolo delle ideologie. L’anello del potere si impossessa di chi lo possiede: ha un innegabile potere, ma non può essere usato per migliorare la situazione dell’uomo. Nessuna ideologia, anche se contiene elementi di verità, nazionali o internazionali, può migliorare il destino dell’uomo. Solo un avvenimento può farlo e questo avvenimento non può che avere un carattere “negativo” (nel senso della “negazione della negazione” di Hegel): l’anello del potere deve essere distrutto. 

Hans Urs von Balthasar ricorda — in una sua predica radiofonica sull’immacolata concezione — che per il grande storico svizzero Jacob Christoph Burkhardt, il potere è il male. Forse, spiega il teologo della Teodrammatica, esso non lo è a livello “teorico”; ma a livello pratico, nell’esistenza storica, assume, se assolutizzato, come lo è stato per le ideologie, una dimensione di brutalità inaudita, quella che Tolkien cerca di “riflettere” nella sua grande saga dell’anello del potere. Hannah Arendt riflette sulla dimensione banale del male stesso, ma ciò non toglie nulla alla sua virulenza. A livello “positivo” (propositivo) solamente un uomo (nel senso di interamente appartenente al genere umano), Maria, la ragazza di Nazareth, sconosciuta anche agli angeli, ha esercitato il potere più grande, quello di “far nascere Dio nel mondo” (Balthasar). 

Maria, con la sua fecondità indifesa, con il suo potere impotente, è espressione ultima non della “banalità del bene” (Martin Walser), ma della sua presenza “quotidiana” nelle periferie dell’esistenza storica. Tutte le altre forme del potere, asservite ad un’anello del potere, non potranno che servire il maestro della menzogna. 

2. Tolkien sceglie per questo compito di distruzione dell’anello del potere la più semplice delle sue figure fantastiche: non il mago Gandalf, non gli elfi immortali, quindi neppure Legolas, dal grande udito e dalla vista profonda, neppure i re — sebbene la figura del re giochi un ruolo molto importante nella saga, infatti Aragorn viene già annunciato alla fine del terzo film dedicato allo Hobbit; è la figura di un hobbit che ha il compito di distruggere l’anello del potere. Dovrà rinunciare, per la realizzazione del compito, ad una sua quotidianità piena di letture e scritture di libri, del fumare la pipa, di un ripetuto rituale del mangiare… ma come leggere libri se tutto intorno scoppia la brutalità del potere? Queste semplici creature non sono ovviamente semplici e pure come la giovane di Nazareth, ma sono, a livello di una “favola”, figura di ciò che nella storia ha espresso il potere umano più grande, quello che nasce da una “fecondità che non difende se stessa” (Balthasar) ma il compito ricevuto: fiat voluntas tua. Il compito nella saga di Tolkien è quello di distruggere l’anello, che dapprima viene usato da Bilbo, nell’Hobbit, ma che poi, ne Il signore degli anelli, dovrà essere finalmente distrutto da Frodo, il nipote di Bilbo. 

3. La terza parte de Lo Hobbit è quasi esclusivamente una continua battaglia, ma il grande tema dell’amicizia è presente e forse è anche l'”ultima” parola di senso nell’esistenza storica del grande narratore inglese. Ciò che lega Bilbo con Thorin, che alla fine della terza parte dell’Hobbit viene ucciso, è amicizia. Frodo poi ne Il Signore degli anelli non potrà distruggere l’anello senza l’amicizia con Sam, che accompagna il suo amico e padrone, ma sempre più amico e sempre meno  padrone, fino al fuoco divorante di Mordor. Questo tema mi sembra più attuale che mai. Solo l’amicizia gratuita è figura di quella fecondità del potere indifeso, che porta il nome dell’Agnello immolato che non immola nessuno e che poi è la figura escatologica di ciò che festeggiamo a Natale: il bimbo, vero Dio e vero uomo, nato in una stalla.

4. Forse però Tolkien si muove ancora in un’epoca di santità che chiamerei quella di san Giovanna d’Arco (1412-1431), il grande soldato di Dio, che la Chiesa ha ucciso — come fa dire nel Diario di un curato di campagna Georges Bernanos ad un soldato amico del curato — e che poi la Chiesa ha santificato (come fa rispondere nuovamente a quest’ultimo con le lacrime agli occhi; lacrime dovute alle falsità e agli errori compiuti dalla Chiesa). 

Ancora oggi alcuni avvenimenti storici appartengono a quest’epoca di santità, come per esempio la lotta coraggiosa del popolo curdo, anche in difesa di noi cristiani, contro i terroristi dell’Is, ma ormai il potenziale di guerra è diventato così allarmante e pericoloso che forse siamo all’inizio di una nuova epoca di santità, che chiamerei quella di Charles de Foucauld, un’altro grande soldato, che ha voluto finalmente testimoniare con l’ospitalità e l’amicizia che nascono dalla presenza dell’amore eucaristico, nell’eremo di Beni-Abbes e poi di Tamanrasset, cosa sia realmente efficace dal punto di vista del Dio trinitario dell’amore indifeso e in quanto indifeso, potente. In questa nuova santità solo l’amore, nella dimensione particolare del nascondimento di Nazareth vissuto in un territorio di missione, ha la credibilità e l’efficacia della presenza dell’amore gratuito nel mondo. 

Ma forse con la scelta di Cristo di nascere a Betlemme e vivere trent’anni nel silenzio di Nazareth, sembra che da sempre la santità ultima non sia quella dei grandi combattimenti esteriori. Nel n. 287 della Evangelii Gaudium così dice papa Francesco della “nuova stella dell’evangelizzazione”, Maria: “Non è difficile, però, notare in questo inizio una particolare fatica del cuore, unita a una sorta di «notte della fede» — per usare le parole di san Giovanni della Croce —, quasi un «velo» attraverso il quale bisogna accostarsi all’Invisibile e vivere nell’intimità col mistero. È infatti in questo modo che Maria, per molti anni, rimase nell’intimità col mistero del suo Figlio, e avanzava nel suo itinerario di fede». 

A partire da Giovanni XXIII (ma se ne trova traccia già in tutti i pontefici del XX secolo), il papa della Pacem in terris, passando per i grandi appelli alla pace di Giovanni Paolo II durante le guerre del Golfo, fino a Francesco, non è cambiato nulla del desiderio della Chiesa di “fermare” il nemico arbitrario ed ingiusto, ma con chiarezza si è visto che forse solo nel metodo di lotta della “non violenza” si troverà in un futuro vicino (o già oggi?) la via che può essere percorsa nell’esistenza storica dai cristiani e da tutti gli uomini di buona volontà. Guardando la terza parte de Lo Hobbit, nel sopraggiungere di sempre nuovi nemici, mi chiedevo: quale forza può sovvenire ancora al disastro provocato dalla violenza? In fondo anche Tolkien stesso ha visto che essa può essere solo l’amicizia gratuita, cosa che Giovanna d’Arco stessa sapeva; d’altra parte non è morta in un combattimento militare, ma per la mano di chi poi la santificherà. 

Alla fine lo sguardo non può che elevarsi a chi, immolato, ha già vinto il mondo. A quel nostro grande amico nato in una stalla, nella periferia dell’esistenza storica.

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