ELEZIONI/ Gemellaggio Usa-Italia sull’astensionismo?

- Paolo Valesio

Uno spettro si aggira per l’Italia: lo spettro dell’astensionismo. Ma gli italani hanno un parente stretto al di là dell’oceano: la comunità “gemella” degli Usa. PAOLO VALESIO (Columbia)

NEW YORK – Uno spettro si aggira per l’Italia: lo spettro dell’astensionismo. Tutti i poteri italiani sembrano essersi schierati contro di esso: le massime cariche dello Stato, i politici e intellettuali e politologi dei più diversi colori; per esempio, l’astensionismo è stato descritto come fenomeno essenzialmente limitato agli anziani confinati in casa, agli studenti in giro per il mondo, e agli imprenditori in viaggio d’affari. Ma sarà poi vero? È possibile ridurre l’astensionismo a un fenomeno essenzialmente negativo (anti-politica, disaffezione, indifferenza alla vita pubblica)?

In un momento in cui lo scollamento della politica professionistica dall’esistenza dei cittadini sta incoraggiando la tentazione dei semi-colpettini di Stato, molti cittadini continuano a lavorare a testa bassa, contribuendo in modo costruttivo alla vita della polis; semplicemente, scelgono di non votare. C’è chi non si reca nemmeno al seggio elettorale (ma così rischia di essere categorizzato come un malato o un distratto o un pigro), chi si reca a votare ma depone una scheda bianca (la quale peraltro può essere troppo facilmente manipolata), e chi infine va a votare e annulla la scheda, in modo che non sussistano equivoci.

Uno degli spettacoli più affascinanti della vita politica in epoca elettorale è il succedersi della rumorosità e del silenzio. Prima: i proclami, i dibattiti, i manifesti, i discorsi; poi: un giorno di silenzio – il silenzio attivo (finalmente si agisce, votando) da cui usciranno settimane di rinnovato clamore. Ma chi non vota resta sempre in silenzio: prima, durante, e dopo. Almeno in Italia; perché in altri paesi – negli Stati Uniti, per esempio – c’è chi non prova imbarazzo a dire pubblicamente di non aver votato. Come l’autore, alcuni mesi or sono, di una lettera al direttore (ovviamente firmata) in uno dei più prestigiosi settimanali; il quale, parlando di una votazione a livello locale, scrive fra l’altro: “Ero così frastornato dalla mancanza di scelta nella scheda elettorale che sono andato al seggio, ho firmato il registro, ho ritirato la scheda, l’ho appallottolata, e sono uscito. Arrivato a casa, ho buttato via la scheda”. E l’estensore di quella lettera aggiunge: “Penso che il pubblico si renda conto che, al momento in cui si indice un’elezione, le scelte rimaste sono poche o nulle. E questa è una ragione per cui la maggioranza dei votanti non va a votare”.

Naturalmente ciò è vero negli Stati Uniti, ma non Italia, dove la maggioranza degli aventi diritto al voto effettivamente vota. E così i cittadini italiani hanno periodicamente l’occasione di sentirsi superiori ai cittadini americani: i quali votano in numero limitato (ma beneficiano di governi stabili, per cui sarebbe inaudito non arrivare alla fine della legislatura), mentre gli italiani continuano ad affluire alla sagra della democrazia per eleggere (quando è loro permesso) un governo che durerà lo spazio di un mattino.

Ora, è più che probabile che le due comunità civili − la statunitense e l’italiana − continueranno a comportarsi in modo diverso; e può darsi che questa sia, per ciascuna di esse, la soluzione migliore. Resta però un rimpianto, che si traduce in un auspicio: perché non incoraggiare gli astensionisti italiani a fare sentire la loro voce, farli uscire dall’oscurità? Che non significa creare un movimento o partito − idea che andrebbe contro la logica del non-voto (la breve vita, a suo tempo, del Fronte dell’Uomo Qualunque e l’attuale contradditorietà del Movimento 5 Stelle dovrebbero servire di ammonimento in tal senso). Il non-votante è un testimone individuale par excellence, non un partitante. È offrendo la sua testimonianza, che il non-votante può cessare di essere una presenza fantasmatica. Certo, le sue parole saranno differenti da quelle dei gerghi correnti: potranno anche, al limite, ridursi a una bolla di silenzio nel bel mezzo di una rissa televisiva.

Viene in mente il protagonista di uno dei racconti americani più famosi in assoluto: “Bartleby, lo scrivano” di Herman Melville. Bartleby, umile e laborioso copista in una ditta di Wall Street, a un certo punto si rifiuta di ricopiare i documenti che gli vengono assegnati, limitandosi a dire con calma: “Preferirei di no”. Su questa frase, importanti filosofi hanno scritto recentemente numerose pagine, e qui non si pretende di aggiungere un’interpretazione in più. Semplicemente, ci sono momenti nella storia di una comunità in cui può esser utile a tutti ritagliare uno spazio di  attenzione per chi dice: “Preferirei di no”.

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