LETTURE/ Admeto e Alcesti, l’amore degli uomini fa invidia agli dei

C’è nel mondo grecoromano, pur all’interno di un panorama variegato, una decisa insistenza sull’importanza del matrimonio quasi anticipatrice della Genesi. GIULIA REGOLIOSI

07.04.2014 - Giulia Regoliosi
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Immagine d'archivio

C’è nel mondo grecoromano, pur all’interno di un panorama variegato, una decisa insistenza sull’importanza del matrimonio. La concezione biblica presente fin dall’inizio del Genesi (2, 24) con le parole “perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e saranno una sola carne” trova una corrispondenza in diversi testi pagani sia poetici sia filosofico/politici che valorizzano l’unione coniugale come il primo nucleo della società, per la possibilità di sostituire un libero impegno ai legami di sangue e far crescere la realtà di popolo.

In particolare questo tema è caro al poeta tragico Eschilo, che vi ritorna in diverse tragedie. Le figlie di Danao fuggono insieme al padre per evitare le nozze coi loro pretendenti; ma in questa loro fuga c’è già in germe la colpa di un assoluto dispregio del matrimonio, in nome di una sorta di femminismo ante litteram, che le ancelle devote agli dèi timidamente rinfacciano loro. Raggiunte e costrette alle nozze si accordano col padre per uccidere gli sposi durante la prima notte: un patto che le lega definitivamente al ghenos, il clan di appartenenza per nascita. Tuttavia una di loro ha accettato liberamente le nozze perché ama il marito; accusata di rottura del patto quando si scopre che il suo sposo è vivo nell’alba di sangue, è assolta per la volontà degli dèi, che proteggono il rapporto nuziale. E dalla loro unione avrà origine una grande stirpe.

In un altro mito, messo in scena dal tragico Euripide, il legame sponsale porta invece alla drammatica decisione di dare vita per vita. Apollo ha un debito di riconoscenza verso il giovane re di Fere, Admeto, che l’ha accolto con benevolenza quando per punizione  di Zeus si trovava in una condizione degradata e indegna di un dio; perciò gli ha fatto dono di non morire se qualcun altro morirà al suo posto. La decisione è liberamente assunta dalla moglie Alcesti, che pure soffre nel dare addio alla casa, ai piccoli figli e al marito amato; per entrambi in realtà il dramma è la morte di uno di loro, chiunque sia dei due, perché è nella separazione il dolore. “Io e te saremmo vissuti per tutto il resto del tempo insieme – dice Alcesti – ma qualcuno degli dèi ha fatto in modo che andasse così”. E Admeto: “La solitudine di dentro mi caccerà fuori, quando vedrò il letto di mia moglie vuoto, e le sedie su cui sedeva, e il pavimento polveroso per la casa”; e così saluta la sposa morente: “Attendimi là, finché io muoia, e tienimi pronta la casa, per abitarvi con me”

Gli dèi, sembra dire il poeta, sono generosi nei loro doni, ma non capiscono il cuore umano. L’immortalità, o il rinvio della morte, non può che essere pensato da loro come il regalo maggiore per un mortale, tanto che il dio della morte all’inizio della tragedia rimprovera Apollo di aver sperperato la fondamentale prerogativa divina. 

Ma un dio che non conosca la realtà umana non può capire che, se il dare la vita è il dono più grande, per chi resta c’è desolazione e solitudine. Ci vuole un uomo, Eracle: presentato qui nella sua umanità più rozza, un ubriacone chiassoso. Riconoscente verso Admeto che è stato ancora capace di ospitalità discreta, insegue il dio della morte e riporta indietro Alcesti: l’impossibile resurrezione è avvenuta e rimette insieme i due sposi. Non a caso il mito di Alcesti è diventato un tema ricorrente nella pittura paleocristiana. 

Un altro personaggio mitico aveva avuto la promessa dell’immortalità in cambio della rinuncia al suo passato di sposo e l’aveva rifiutata. La ninfa Calipso, anch’essa lontana dalla comprensione dell’amore umano, si stupisce della strana scelta di Odisseo: “Così ora vuoi andare subito a casa nella tua patria? Addio dunque. Ma se tu sapessi nell’animo quanti dolori ti è destino subire, prima di giungere in patria, resteresti qui con me, abiteresti la mia casa e saresti immortale, benché desideroso di vedere tua moglie a cui sempre aneli ogni giorno. Eppure io mi vanto di essere migliore di lei nel fisico e nell’aspetto, perché non è possibile che donne mortali gareggino con le immortali nel fisico e nella bellezza”. Odisseo ne è consapevole ma non gli importa: “So anch’io benissimo che la saggia Penelope è inferiore a te per bellezza e grandezza: è mortale, e tu immortale e senza vecchiaia. Ma anche così voglio e desidero tutti i giorni andare a casa e vedere il giorno del ritorno”.

Ricordiamo infine un mito quasi fiabesco, raccontato dal poeta latino Ovidio. Giove e Mercurio scendono in terra in vesti umane, per mettere alla prova gli uomini. Tutti cacciano i presunti viandanti, tranne due vecchi sposi: “La pia Bauci e Filemone, vecchio come lei, in quella capanna si erano uniti negli anni giovanili e vecchi lì erano divenuti; riconoscendo la loro povertà, tranquillamente sopportandola, l’avevano resa leggera”. Gli dèi accolti dall’anziana coppia si rivelano a loro, li fanno assistere alla rovina degli abitanti inospitali e alla miracolosa trasformazione della loro casa: “Quella vecchia casupola si muta in un tempio: colonne sostituiscono i pali, le stoppie del tetto rilucono, si vedono tegole di bronzo dorate, le porte son cesellate, il pavimento si copre di marmo”. Giove chiede ai due sposi che dono desiderano, e saranno loro a scegliere: “Chiediamo di essere sacerdoti e di custodire il vostro tempio; e siccome abbiamo anni uguali, che una stessa ora ci porti via entrambi”. Così sarà: insieme saranno trasformati in due alberi, oggetto di onore e di doni votivi negli anni che verranno.

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