BEPPE GRILLO/ Alessandro Dal Lago: attenti alla nuova religione dei “puri”

Anche dopo la sconfitta l’interogativo rimane: che cosa pensano e che cosa vogliono “davvero”, i grillini? Chi sono? Non lascia equivoci la risposta di ALESSANDRO DAL LAGO

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Beppe Grillo (LaPresse)

Il Pd targato Matteo Renzi lo ha doppiato con 20 punti di margine, determinando la sua prima, sonora sconfitta. Doveva stravincere, è rimasto al palo. Pur avendo perso tre milioni di voti, il Movimento 5 Stelle è ancora la più importante “anomalia” della politica italiana. Grillo ha inghiottito il Maalox, lo stesso (forse) ha fatto Casaleggio. Ora il movimento guarda avanti. Verso l’Europa, e verso l’alleanza con Nigel Farage, l’euroscettico che in Gran Bretagna ha preso il 31% e si è già visto con Beppe Grillo per mettere a punto nuove strategie continentali. Eppure, l’interrogativo rimane: che cosa pensano e che cosa vogliono davvero, i grillini? Non lascia equivoci la risposta del sociologo Alessandro Dal Lago.

Professore, M5s è ormai proiettato oltre la sconfitta. Nel movimento se n’è fatta una questione di “cambiamento dei toni”. È solo questo? 
In M5s c’è un limite strutturale che sta, secondo me, nel carattere autoreferenziale del movimento e della sua leadership. Il problema viene dal fatto che nessuno mette realmente in discussione la leadership, col risultato di sentire diagnosi del tipo “abbiamo sbagliato comunicazione” e via dicendo. Ma il problema è molto più profondo. Siamo di fronte ad un movimento carismatico guidato in modo autoritario, dove i rappresentanti eletti non hanno alcuna voce.

Ma si può guidare in modo autoritario un movimento che ha fatto della perfetta uguaglianza dei partecipanti, garantita dalla rete, il suo punto di forza?
Secondo la logica, ovviamente no. M5s è un caso evidente di quello che in psicologia sociale si chiama riduzione delle dissonanze: di fronte a una contraddizione clamorosa, insolubile, si salta oltre sperando in tal modo di rimuoverla. È evidente la contraddizione tra il ruolo di Grillo e Casaleggio da un lato, e la pretesa, dall’altro, che tutti siano uguali in rete. L’uguaglianza e la libertà possono esser tali perché somministrate dai leader?

Questa contraddizione si può evolvere in qualche modo?
Secondo me no. Una contraddizione si risolve come tale solo se uno dei due lati prende il sopravvento. Grillo e Casaleggio costruiscono ogni momento una retorica che smentiscono subito dopo. Prenda l’accordo con Nigel Farage (leader dell’Ukip britannico, ndr): l’accordo sarà preso, poi sottoposto alla rete, ma alla fine Grillo e Casaleggio prenderanno la decisione definitiva, qualunque cosa dirà la rete. Ma non ci saranno dubbi sul responso, visto che l’operazione è opera di Grillo e Casaleggio. No, secondo me non cambierà molto.

Si può fare politica senza partiti?
Apparentemente sì, in realtà no. Grillo e Casaleggio dicono che si può farne a meno, ma il loro rimane sempre un partito: il M5s infatti è un’associazione di diritto privato che fa politica. La novità è che non ha sedi o personale e funziona attraverso nuovi sistemi di comunicazione. 

I grillini però non si definiscono un partito.

Non importa. La questione è più semplice: a livello linguistico politico, partito, party, Partei, indicano semplicemente una “parte” organizzata. Che poi loro scelgano forme organizzative innovative è un altro discorso, ed è il lato caratteristico di questo nuovo partito che però si confronta, in un modo o nell’altro, nelle sedi rappresentative con altri partiti. 

Dove andrà il Movimento 5 stelle?
Non potrà governare, perché volendo star da solo il 100 per cento dei voti è un’utopia irrealizzabile, d’altra parte se facesse alleanze negherebbe la sua ragione sociale. Potrà fare piccoli accordi transitori, come è stato per la condanna di Berlusconi (che sarebbe stato ugualmente condannato). L’unica possibilità che ha di salvarsi è quella di alzare continuamente l’asticella. Non è un caso che la prima cosa che ha fatto Grillo dopo la sconfitta sia stata quella di andare in Europa a muovere un po’ le acque.

Come si spiega secondo lei questo esclusivismo radicale?
Se guardiamo all’insieme degli atteggiamenti che compongono lo stile particolare dei grillini, si può constatare come esso sia rigorosamente moralistico e separatista. Si considerano buoni, saggi, incorrotti. Per questo allearsi con chiunque significherebbe negare la propria identità. Si tratta di una sorta di religiosità laica che non a caso si esprime in concetti di tipo giustizialista: i riferimenti alle manette, “tutti in galera”, i deputati “sconosciuti alle procure” e via dicendo. È un’ossessione per la purezza che in certi momenti sconfina nel ridicolo. 

Questo concepirsi come avanguardia morale ha più a che fare con un sentimento giustizialista o con l’idea di una web-democrazia perfettamente trasparente?
Le due cose non sono in contraddizione. M5s incarna una pretesa di purezza morale che non può mediare se non al prezzo di svilirsi: basti pensare ai politici subordinati alla rete o alle tante espulsioni che ci sono state. Ma perché la rete, dal loro punto di vista, funziona? Perché la vivono non come uno strumento di mediazione ma di espressione diretta, neutra; neutra, si badi, non nel senso di “neutrale” tra le parti, ma nel senso di non compromissoria. E lo dico sulla base di centinaia di interventi sul blog di Beppe Grillo che ho esaminato nel tempo per motivi di studio. 

E che cosa ha visto?
I grillini sono essenzialmente fanatici, ma la cosa curiosa è che si tratta di un fanatismo nuovo, legato, come dicevo, non all’ossequio alla legge per la legge, ma alla purezza morale. Da cui una idea di politica come “neutrità”. Il puro rifiuta il compromesso, gli restano le mediazioni tecniche. L’accordo con Farage è un opportunismo che non li compromette, perché se a Strasburgo saranno uniti, nessuno metterà il naso a casa dell’altro, e dunque è un accordo giustificato. In Italia invece, dove sono gomito a gomito con gli altri partiti, qualsiasi contatto li contamina.

È una visione che attrae, non c’è dubbio.

Sì: attrae soprattutto i giovani e le persone inesperte, che non sanno che qualunque tipo di politica è mediazione, compromesso, scontro. D’altro canto però è una visione che elude, e dunque non porta a sviluppi. 

Si può dire che l’utopia prevalga nettamente sul realismo?
Attenzione, l’utopia è un’altra cosa. L’utopista ha sempre in mente un progetto, nel nostro caso una società; questi invece non hanno in mente nulla, se non una forma di illusione morale. Pensano che una volta ribadita la purezza, essa costituisca in sé un risultato, infatti non hanno programmi, se non un coacervo di propositi destinati ad alimentare l’illusione della loro differenza. Ma è una purezza teorica, perché quando mediano − vedasi il caso dell’amministrazione Pizzarotti − mediano esattamente come tutti gli altri.

Beppe Grillo riempie le piazze. Che cos’è, spettacolo o illusione di democrazia diretta?
È una questione complicata. Facciamo un paragone: Berlusconi appartiene a una generazione precedente, quella della televisione. Anche Berlusconi, pur esprimendosi in un contesto mediale, faceva i comizi, ed è perfino stato ferito in piazza, però non si è mai illuso che la piazza rappresentasse i voti: infatti, quando i sindacati portarono in piazza un milione di persone contro le sue riforme, disse che non se ne preoccupava, perché nel paese di voti ne aveva 10 milioni… Sapeva bene che non conta chi va in piazza, ma quello che si fa in cabina.

E Grillo?
Grillo è un po’ diverso, perché da un lato alimenta la retorica della rete, e dunque della democrazia diretta, mentre dall’altro è un monologante che mette alla berlina i politici col suo spettacolo pensando che questo coincida con la democrazia diretta, ma è una illusione che ha pagato cara: forse ripetuti comizi da 100mila persone hanno portato voti, alla fine del tour però ne ha persi 3 milioni.

Un’ultima domanda. C’è una qualche affinità politica tra Berlusconi, Grillo e Renzi?
Non sono assimilabili, ma confrontabili sì. Innanzitutto compongono una scala: Berlusconi ha fatto irruzione sulla scena politica 20 anni fa e l’ha scompaginata, attraverso un uso spregiudicato della televisione, imponendo un modello culturale. È un uomo che ha innovato, per me più nel male che nel bene, ha innovato ma ora è tramontato. Grillo rappresenta l’interfaccia tra spettacolo e rete; Renzi unifica tutti questi aspetti. La mia impressione è che Renzi durerà: forse non vent’anni come Berlusconi, ma qualche anno certamente, perché è un po’ tutto questo messo insieme: ha fatto politica della mediazione, ma usa i social; è un frontman ma è anche uomo d’apparato. È la sintesi.

(Federico Ferraù)

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