LETTURE/ La crisi del Padre e la “profezia” di Pirandello

- Giuseppe Botturi

In tempo di crisi del Padre, si rivelano di grande attualità i “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello. Perché quest’oepra non smette di insegnarci qualcosa? GIUSEPPE BOTTURI

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Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca (1917) (Immagine dal web)

Se è vero che un testo letterario è tale in quanto può comunicare qualcosa di nuovo a ogni sua rilettura, e che esso possiede un valore profetico, poiché sa illuminare anche situazioni diverse da quelle nelle quali ha visto la luce, tali sono i Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello. 

All’interno del macrotema, che riguarda l’identità umana, lo specifico della finzione teatrale è costituito da un dramma familiare, ed è proprio questo che vorrei proporre come filo rosso per una comprensione del testo. Pirandello non conduce infatti un’indagine su un singolo protagonista, ma svolge piuttosto una riflessione sull’uomo incarnata nella sofferta storia di un nucleo familiare. I personaggi sono i membri di una tradizionale famiglia borghese, andata in frantumi: il Padre ha avuto un Figlio dalla Madre; poi, a causa della sua intesa con un segretario, il Padre ha scacciato quest’ultimo di casa e dato a balia il figlioletto, allontanando infine anche la Madre. Costei ha poi avuto dal nuovo compagno la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. La vicenda si fa scabrosa quando il Padre si reca in una casa di piacere e si trova davanti la Figliastra. Quando i personaggi fanno la loro comparsa sul palco, cercano di spiegare la loro storia all’incredulo Capocomico, per poterla rivivere, facendola riaccadere.

Non può sfuggire un primo dato essenziale, e cioè che i personaggi non possiedono nomi propri, bensì gli appellativi che li identificano in base alle loro relazioni reciproche. Verso l’inizio il Padre afferma a proposito della moglie: “Non è una donna; è una madre! – E il suo dramma – (potente, signore, potente!) – consiste tutto, difatti, in questi quattro figli dei due uomini ch’ella ebbe” (la Madre è, a onor del vero, l’unica di cui verrà rivelato il nome proprio, Amalia, ma la cosa rimane senza alcuna importanza). 

La lunga indicazione di scena che precede l’ingresso dei personaggi ne conferma il valore tipologico, associando ciascuno dei quattro protagonisti a un sentimento travagliato (il Giovinetto e la Bambina non parlano mai e agiscono, in maniera determinante, solo alla fine): “Le maschere aiuteranno a dare l’impressione della figura costruita per arte e fissata ciascuna immutabilmente nell’espressione del proprio sentimento fondamentale, che è il rimorso per il Padre, la vendetta per la Figliastra, lo sdegno per il Figlio, il dolore per la Madre (…)”. La famiglia è così lacerata da sentimenti rivolti al passato (rimorso), al presente (sdegno, dolore) e al futuro (vendetta): è l’intero arco dell’esistenza a essere stato sconvolto.

Leggendo l’opera si comprende che la crisi familiare ha origine nella crisi personale del caposaldo dell’istituzione, il Padre. La sua inconciliabilità con se stesso è la causa del progressivo disgregarsi della sua relazione con gli altri membri: è lui che ripudia la Madre, fa allevare altrove il Figlio, va a spiare la Figliastra piccolina all’uscita da scuola, e – anni dopo – la rincontra dove non avrebbe voluto. 

D’altro lato, i sentimenti dei familiari sussistono solo in relazione a lui: il dolore della Madre scaturisce dalle sue decisioni, la vendetta della Figliastra contro di lui è rivolta, e lo sdegno del Figlio è tutto per lui. 

La relazione tra Padre e Figlio è quella che esprime con maggiore asprezza il conflitto in atto, poiché si carica anche del significato dello scontro tra le generazioni e, più profondamente, del ripudio della propria origine. Il Padre è ben consapevole del motivo dell’impassibilità che il Figlio mantiene nei suoi confronti per quasi tutta l’opera: “Mancata tra me e lui la madre, è cresciuto per sé, a parte, senza nessuna relazione né affettiva né intellettuale con me”. Poco dopo il Figlio rievoca il suo trauma, consistito nell’essersi visto un giorno la Madre tornare a casa con i tre nuovi nati; solo allora prorompe in un’accusa disperata contro il genitore: “(con esasperazione violenta) − e che ne sai tu, come sono? Quando mai ti sei curato di me?”. In seguito i due verranno alle mani, confermando con questo gesto esteriore il loro intimo conflitto.

Benché tutto testimoni dello sfaldamento dei legami familiari, resta un paradosso: il Figlio, intenzionato ad abbandonare il teatro in cui si trova e la famiglia, non è in grado di andarsene; si avvicina alle due scalette laterali del palcoscenico, ma non riesce a scenderne gli scalini “come legato da un potere occulto”. Si vede allora che i legami familiari, per quanto odiati e rinnegati, restano fondamentali nella definizione dei personaggi: essi devono rimanere insieme per essere se stessi, così come insieme concluderanno il dramma. Si legge in loro l’alternativa tra la concezione dell’uomo come individuo e come persona: tra un’entità autosufficiente – che nel testo pirandelliano, di fatto, non si dà – e un essere che vive oggettivamente di relazione con l’altro da sé, segnatamente innanzitutto della relazione con chi lo ha generato.

Dramma intenso, questo di Pirandello, che, sicuramente, non ha smesso di interrogarci e di insegnarci qualcosa.

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