ARTE/ Il simbolismo di Boccioni e la “solitudine” dell’amore

- Elena Pontiggia

C’è un ‘opera di Umberto Boccioni solitamente considerata prefuturista, “Beata solitudo sola beatitudo”. E se invece la si considerasse solo come opera d’arte? ELENA PONTIGGIA

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U. Boccioni, Beata solitudo sola beatitudo (1907-08, particolare) (Immagine d'archivio)

C’è un ‘opera di Umberto Boccioni solitamente considerata prefuturista, “Beata solitudo sola beatitudo”. E se invece la si considerasse solo come opera d’arte? ELENA PONTIGGIA

Scrivere un libro su un’opera d’arte (su una sola opera, vogliamo dire, non su un’epoca, una corrente, un artista) è un’impresa complicata e riesce solo agli studiosi più agguerriti. Perché di fronte a un quadro o a una scultura che il lettore ha davanti agli occhi, pubblicati con evidenza nel libro, non puoi cavartela con frasi come “L’arte è la concrezione della materia mentale” e simili, ma devi dire qualcosa di preciso, possibilmente di informato, tanto da ampliare e approfondire un argomento circoscritto.

La non facile impresa è riuscita a Federica Rovati, studiosa giovane di anni, ma matura di competenze. E l’opera, che dà il titolo al suo libro, uscito da Scalpendi Editore, è un disegno di Boccioni relativamente poco noto: Beata solitudo sola beatitudo, un inchiostro del 1907-8. È un’opera singolare, che non ci si aspetterebbe dal fondatore del futurismo. Si tratta infatti di un’espressione di quella pittura simbolista che è stata spesso sottovalutata perché sembrava una pittura letteraria, e invece è una parte così significativa del moderno.

Seguendo il diario dell’artista e le vicende del periodo, Federica Rovati ricostruisce le letture di Boccioni e le sue passioni artistiche negli anni che precedono la nascita del futurismo. Tralasceremo, qui, le varie considerazioni stilistiche, la scoperta di nuove fonti e le molte osservazioni – interessanti ma poco sintetizzabili – che compongono la trama del volume. Diciamo solo che il punto di forza del saggio è nella sua angolatura: nel valutare cioè il Boccioni del 1907 per quello che era, non per quello che sarebbe diventato; e nel considerare Beata solitudo sola beatitudo non come un’opera prefuturista, ma come un’opera d’arte.

Ma veniamo, appunto, all’opera. In primo piano Boccioni disegna vari esempi di amore, da quello mercenario a quello materno, dall’idillio degli innamorati alla furia della passione fino allo slancio mistico, in un mondo dominato dalla corsa apocalittica della morte. In alto, in una sorta di empireo, regna la solitudine, lontana dalle illusioni del mondo. 

Nella visione di Boccioni, insomma, l’amore, anche il più tenero o il più ascetico, è un elemento negativo, e la solitudine è una prova di forza, la condizione necessaria per creare l’arte. Già nel 1907 aveva scritto: “Avere la forza di vivere senza amici, soli col proprio ideale: ecco la libertà… a questo si oppongono le convenzioni umane, il rispetto ai parenti, la famiglia”. 

A ispirare la sua concezione era Ibsen, di cui nel 1907 aveva letto Casa di bambola, ma soprattutto Nietzsche, per cui la solitudine è la condizione del saggio, dell’artista, del superuomo. “Ripara, amico mio, nella tua solitudine… Troppo sei vissuto vicino ai piccoli e ai miserabili: sàlvati dalla loro invisibile vendetta”, si legge nello Zarathustra. La nietzscheana trasmutazione di tutti i valori sembrava insomma a Boccioni, e a tanta parte della cultura dell’epoca, una via per superare il sentimento borghese, in nome di un eroico solipsismo tardoromantico. A un tale clima culturale, poi, Boccioni univa la sua particolare psicologia, che lo portava a scrivere a Sibilla Aleramo nel 1913: “Io non posso amare nessuna donna… Non voglio saperne. Mi ripugna il pensare d’essere legato a qualcuno. Vivo bene solo!”

Per fortuna, però, la forma ha più contenuti del contenuto. E dunque possiamo apprezzare l’affascinante opera di Boccioni anche al di là delle sue idee sull’amore. L’artista stesso, del resto, scriverà qualche anno dopo: “Ho osservato che molte idee per le quali ho tanto combattuto in passato erano semplicemente delle idee acquisite che si erano sovrapposte a quello che in me era fondamentale. Queste idee mal digerite mi spingevano a generalizzare.[…] Non prendevo le idee come materiali alla mia costruzione ma mi mettevo al servizio di tutte le idee che nel mio cervello venivano a passeggiare”.


Federica Rovati, Boccioni. Beata solitudo sola beatitudo, Scalpendi editore, Miulano, 2013, pp. 96

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