LETTURE/ Rosario Livatino, quando l’ideale di giustizia porta a Dio

- Giuseppe Di Fazio

Quella di Rosario Livatino (1952-1990), di cui si è conclusa la fase diocesana del processo di canonizzazione, non è solo la testimonianza di un uomo dedito al suo dovere. GIUSEPPE DI FAZIO

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Il 21 settembre 1990 gli inquirenti che per primi accorsero sul viadotto Gasena lungo la statale che da Caltanissetta porta ad Agrigento trovarono nel vallone sottostante il corpo privo di vita di un giovane magistrato.

Il 21 settembre 1990 gli inquirenti che per primi accorsero sul viadotto Gasena lungo la statale che da Caltanissetta porta ad Agrigento trovarono nel vallone sottostante il corpo privo di vita di un giovane magistrato. Quel giorno, come al solito, Rosario Livatino (1952), all’epoca giudice a latere nel Tribunale di Agrigento, e nel decennio precedente sostituto procuratore della Repubblica nella città dei Templi, viaggiava senza scorta con la sua Ford Fiesta amaranto da Canicattì verso il luogo di lavoro. Lungo il tragitto quattro killer, due in auto e due in moto, prima spararono sull’auto del magistrato e poi lo inseguirono a piedi lungo il vallone e lo colpirono a morte. Gli investigatori trovarono addosso al giudice assassinato un’agenda, che nella prima pagina conteneva una sigla con tre lettere maiuscole e puntate: S. T. D. Sembrava una pista per cominciare le indagini e svelare il mistero dell’assassinio, che seguiva di due anni un altro delitto eccellente compiuto nella zona, quello del giudice Antonino Saetta.

In effetti in quella sigla c’era il segreto della vita del giudice ragazzino. S. T. D. non erano le iniziali di potenziali nemici mafiosi, quelle lettere dell’alfabeto indicavano piuttosto un atto di affidamento a Dio, stavano per “Sub Tutela Dei” (“Sotto la tutela di Dio”). In tutte le agende del magistrato, dal 1978 al 1990 troviamo questa sigla, che suona come un programma. Livatino si mette sotto lo sguardo di Dio perché sa che per applicare la giustizia occorre una luce che illumini tutti gli aspetti della realtà e non faccia dimenticare mai che gli indagati, anche se colpevoli di gravi reati, sono sempre persone.

Roberto Mistretta, nel volume fresco di stampa Rosario Livatino. L’uomo, il giudice, il credente (Paoline, Milano 2015), ha analizzato le agende del magistrato ricavandone un profilo inedito. Sulla scorta di questa nuova documentazione proviamo a rispondere ad alcune domande che, da quel 21 settembre 1990, sono rimaste presenti nell’opinione pubblica. Perché Rosario Livatino è entrato nell’immaginario collettivo? Cosa ne fa un martire di giustizia, in questo come altri autorevoli magistrati caduti per mano della mafia, ma in nome della fede? E perché la Chiesa ha addirittura avviato il processo canonico per dichiararlo santo?

Già nel 2005, la Cei — su suggerimento dell’allora arcivescovo di Monreale, monsignor Cataldo Naro — aveva fatto una scelta coraggiosa indicando Rosario Livatino tra i sedici laici “testimoni di speranza” da proporre a tutti i cattolici italiani in occasione del convegno nazionale di Verona. Naro giustificava quella scelta sostenendo che parte integrante dell’evangelizzazione in Sicilia era «il riferimento a concreti modelli di santità, cioè di esistenze cristianamente “riuscite”, quali indubbiamente sono state le esistenze di quanti hanno affrontato la morte [resistendo alla mafia] sulla base di un esplicito progetto di sequela di Cristo». 

Certamente, nella valutazione della vita del giudice ragazzino aveva giocato un ruolo non indifferente la linea indicata da Papa Giovanni Paolo II durante la sua visita ad Agrigento. Wojtyla in quel maggio del 1993 fu scosso dall’incontro con gli anziani genitori di Livatino. E si dice che dopo quel drammatico colloquio fatto più di sguardi che di parole, Giovanni Paolo II abbia mormorato ai più stretti collaboratori: «Ecco cos’è la mafia. Un conto è studiarla, un conto è vedere cosa ha provocato». Fu così che alla Valle dei Templi, dopo la liturgia e i discorsi ufficiali, il Papa polacco lanciò il suo monito: «Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Lo dico ai responsabili: Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!»

In quella stessa occasione Wojtyla definì Livatino un “martire della giustizia e indirettamente della fede”.

Cosa aveva visto nel giudice ragazzino Giovanni Paolo II? Le agende di Livatino e i suoi due discorsi pubblici di cui è rimasta traccia ci aiutano un po’ meglio a capirlo.

Il magistrato di Canicattì era un personaggio ben voluto nell’ambiente agrigentino per i suoi modi garbati e la sua vita riservata. Nella Chiesa locale non aveva avuto incarichi di responsabilità. Anzi, aveva compiuto un lungo cammino prima di abbracciare pienamente la fede dei genitori. All’età di 36 anni, nell’ottobre del 1988 dopo l’uccisione del giudice Saetta, e dopo un lungo periodo di lotta interiore, decide di rompere gli indugi e affidarsi con la ragione e col cuore a Dio. E lo fa chiedendo la cresima, che è proprio il sacramento della confermazione della fede.

Ma veniamo alle agende che ci restituiscono un’immagine a tutto tondo dell’uomo Livatino. Il 6 luglio del 1978 riceve il fonogramma che gli annuncia l’avvio della carriera di magistrato. Nell’agenda annota: «Poteva essere la notizia più bella della mia vita ed è la più triste. Sono caduto in uno stato di scoramento profondo (…). Mi duole lasciare l’Ufficio [lavorava allora all’Ufficio del Registro di Agrigento come vicedirettore] e il suo ambiente umano». Livatino aveva conosciuto una collega di lavoro che gli aveva acceso il cuore. «Avevo solo questa consolazione: ho potuto avere la sua compagnia ogni mattina. E invece nulla. Ciò che mi macera maggiormente è che non so come accomiatarmi».

Il 21 dicembre dello stesso anno il pensiero del giudice è ancora agli affetti lasciati ad Agrigento: «è praticamente impossibile — scrive — che io possa conoscere una fanciulla più bella, più delicata, più pura di questa. Come diavolo farò ad accontentarmi?».

Nel 1984, dopo 6 anni di duro lavoro in Procura, Livatino entra in una crisi profonda che è, al tempo stesso, esistenziale e professionale. Il giudice prova una profonda delusione per l’ambiente giudiziario in cui si trova ad operare, avverte la slealtà di qualche collega e prende consapevolezza della inutilità della propria totale dedizione allo Stato. 

Il suo desiderio infinito di bene, di giustizia e di felicità non può trovare nello Stato la risposta adeguata. Comincia, anzi, ad avvertire in quell’anno che l’incorruttibilità lo sovraespone e lo rende bersaglio per la mafia. Il 17 gennaio 1984 annota nell’agenda: «Udienza straordinaria. Processo Alabiso. Terribile e demoralizzante. Ho rinunziato a una cena».

Il 18 marzo altra annotazione: «Indagini (…) per i ’15’. E’ pericoloso». In Procura si stava indagando sui rapporti fra mafia e politica e sugli intrecci mafia-appalti. Livatino passa al setaccio i beni dei clan, facendone controllare provenienza e gestione. Il processo riguardava molti capimafia della zona, a partire dal boss di Canicattì Antonio Ferro. Ma l’attivismo di Livatino anche in Procura comincia a essere guardato con fastidio. A ottobre la svolta. Alla data del 19, Livatino annota: «un boccone amaro: vogliono togliermi il processo dei ’15’».

Il giudice integerrimo e incorruttibile è però anche un uomo che sbaglia e che sa ammettere e correggere i propri errori. Sempre nell’autunno dell’84 egli annota: «Sono incappato nell’errore giudiziario Sardone». L’amministratore di una ditta di Agrigento, Aldo Sardone, era rimasto in carcere per 21 giorni a causa di un banale errore: una telefonata ricattatoria da lui ricevuta e non trascritta dagli inquirenti.

L’errore giudiziario e, ancor più, l’attività di indagine sugli intrecci mafiosi con la politica e gli appalti ripropongono la questione della possibilità di esercitare realmente e compiutamente la giustizia. Su questo punto Livatino mostra tutta la sua profondità nel coniugare una visione della vita con l’esercizio del proprio lavoro. Il magistrato, infatti, non è un astratto e neutro applicatore delle norme giuridiche. Egli è chiamato a decidere, cioè a scegliere, a volte fra diverse opzioni. «Scegliere — dice Livatino nella conferenza su “Fede e diritto” tenuta a Canicattì il 30 aprile 1986 — è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare». «Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare — sostiene Livatino — che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata».

Attraverso le parole del giudice ragazzino possiamo comprendere meglio il suo “segreto”: la fede, per lui, non era un fatto estrinseco alla vita, ma proprio come lasciava intendere la sigla S. T. D. essa è una luce che illumina le scelte quotidiane, che fa vedere negli altri, anche nei più incalliti delinquenti, un seme di umanità, che offre prospettiva al cammino dell’esistenza.

Livatino è stato un testimone della fede in terra di mafia per essersi impegnato nel suo lavoro di magistrato “non solo a rendere concreto nei casi di specie il comando astratto della legge” ma anche a “dare alla legge un’anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo e non un fine”. 

Il fatto che il processo canonico per la sua beatificazione, apertosi il 21 settembre 2011, sia arrivato speditamente verso la conclusione nella sua fase diocesana è il segno che la testimonianza offerta dal giudice ragazzino è quanto mai attuale per la presenza della Chiesa nell’Isola. Ma, al di là di questo, il nuovo materiale offertoci dalle agende di Livatino ci fa capire perché effettivamente egli sia divenuto un “modello”: egli è stato un laico credente a cui tutti possono guardare con speranza.





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