ISLAM/ Card. Béchara Raï: noi cristiani in Libano con i musulmani da 1400 anni

La Santa Sede e la Chiesa in Europa devono rivolgere più attenzione ai cristiani del Medio Oriente. Lo afferma il Patriarca di Antiochia dei Maroniti, il cardinale BÉCHARA BOUTROS RAÏ

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Immagine di archivio

I cristiani mediorientali pagano il prezzo del conflitto confessionale tra sunniti e sciiti. In Libano non si è ancora alla guerra aperta, ma i politici cristiani si sono lasciati trascinare nella rivalità confessionale che mette a rischio l’esistenza stessa del Paese e la sua formula. Pesano anche gli effetti devastanti della guerra in Siria e dell’afflusso ingovernabile di profughi. Occorre salvare il Libano perché possa adempiere la sua missione storica. La richiesta di aiuti che giunge dai cristiani del Medio Oriente all’Occidente diventa sempre più impellente e drammatica, ma “grazie alla solidarietà generale che si è attivata nel mondo a tanti livelli la situazione è molto migliorata”. Lo afferma il patriarca di Antiochia dei Maroniti, cardinale Béchara Boutros Raï, intervistato da Maria Laura Conte e Martino Diez per la rivista Oasis, di cui diamo qui un’anticipazione del nuovo numero, disponibile da oggi. “Ma ancora non ci possiamo fermare – ha aggiunto –. La Santa Sede e la Chiesa in Europa devono tenere in maggiore considerazione i cristiani del Medio Oriente”.

Si parla di loro come di una minoranza in via di estinzione, quasi ormai ci si dovesse arrendere…

Non accettiamo di essere chiamati “minoranza cristiana”. Non siamo una minoranza: siamo originari di queste terre, siamo qui da duemila anni, ben prima che arrivasse l’islam, e abbiamo vissuto con i musulmani per 1400 anni. Fin dall’inizio abbiamo contribuito a creare una cultura che è oggi alla base del mondo arabo; la nostra presenza ha generato una civiltà. Perciò non siamo riducibili a una minoranza, né storicamente né teologicamente. Questo lo deve capire l’episcopato europeo e occidentale in generale: noi siamo la Chiesa di Cristo, presente qui come è presente a Milano, a Hong Kong o in America. Siamo una parte del corpo mistico di Cristo, quindi la Chiesa intera è implicata con noi. Non è questione dei “poveri cristiani del Medio Oriente”. No! È questione della Chiesa di Cristo che è presente qui. Poi certamente noi lottiamo per chiedere alla comunità internazionale di mettere fine alla guerra, di favorire il ritorno dei profughi alle loro terre. Ma sia chiaro che non cerchiamo una protezione, vogliamo solo che venga riconosciuto il nostro diritto alla cittadinanza.

Nei suoi interventi pubblici richiama spesso il bisogno di una politica alta per il Libano, in contrasto con il “piccolo commercio” che caratterizza invece l’azione di troppi politici. Quale la via di uscita?

Il Libano è paralizzato da mesi e non riesce a eleggere un presidente. E questa paralisi è legata al conflitto in corso tra sunniti e sciiti, tra Arabia Saudita e Iran, che si sta giocando in Siria, in Iraq e nello Yemen. I maroniti si lasciano usare come alleati dell’uno e dell’altro blocco politico per gli interessi sunniti e sciiti. […] Noi come Chiesa parliamo con tutti, ma intanto il Libano senza presidente si dissolve, il Parlamento è paralizzato, non può legiferare, il governo non riesce più a esercitare il suo potere esecutivo. […] Gli interessi di una parte alla fine prevalgono su quelli nazionali.

Qual è allora il rapporto tra cristiani in politica e cristiani nella vita ordinaria?

Esistono in Libano due società opposte: una società civile cordiale, generosa, accogliente a prescindere dall’appartenenza religiosa. E una società politica formata da ministri e parlamentari, totalmente differente, in perenne lotta. La divisione è dovuta al conflitto tra Arabia Saudita e Iran, cioè tra sunniti e sciiti, con le sue ripercussioni in Iraq, Siria e Yemen. […] Di fronte ai conflitti tra musulmani, i cristiani invece di scegliere il ruolo di conciliatori hanno agito in qualche modo come fomentatori, schierandosi con l’una o l’altra parte. […]

 

Vi sono ancora segni visibili della guerra civile che ha spaccato il suo Paese?

Nel ’75-’76 la guerra è iniziata tra palestinesi ed esercito libanese. […] Il piano politico era di dividere il Libano in due Stati, uno cristiano e uno musulmano, ma non è riuscito. Il Paese si è ricomposto e i libanesi, pur sapendo chi ha ucciso chi, sono tornati a vivere insieme. Così la cultura libanese di convivialità tra cristiani e musulmani ha prevalso sulla contrapposizione, come disse allora San Giovanni Paolo II.

 

Il dibattito sui cristiani in Medio Oriente vede contrapposte spesso due categorie: quella della cittadinanza piena e quella dell’appartenenza confessionale che andrebbe “tutelata” e garantita. A che punto siamo oggi?

A parole si sostiene sempre che l’unità del Paese si basa sul diritto di cittadinanza dei singoli e non sulla loro appartenenza confessionale. Ma a causa del conflitto sunniti-sciiti prevale ancora tra noi l’appartenenza confessionale. È una realtà che si è acutizzata ultimamente.[…]

 

La sofferenza dei profughi, in particolare siriani, che impatto ha sulla vita delle vostre comunità?

In Libano ci sono un milione e mezzo di profughi siriani e cinquecentomila palestinesi, la metà della popolazione libanese. La povertà cresce. Purtroppo accade che il bisogno dei profughi di mangiare e lavorare vada a discapito dei libanesi. […] La classe media, che prima della guerra comprendeva l’85% della popolazione, è emigrata, sparita, non esiste più. Un milione e mezzo di profughi diventeranno due milioni l’anno prossimo a causa della forte natalità delle famiglie musulmane. La maggioranza dei profughi è sunnita, quindi saranno strumentalizzati dai sunniti nella loro battaglia contro gli sciiti. Questi profughi in Libano sono una bomba a orologeria.

 

È un destino ineluttabile o vede vie di soluzione praticabili?

L’unica soluzione è che la guerra in Siria, Iraq, Yemen e Palestina finisca e che i profughi rientrino e ricostruiscano il loro Paese. La comunità internazionale non può rimanere indifferente. Bisogna salvare il Libano perché possa adempiere il suo ruolo di convivialità cristiano-musulmana e di pluralismo nella regione mediorientale.

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