HEIDEGGER/ I Quaderni neri? Appunti di un piccolo borghese assillato dal “destino”

- Eugenio Mazzarella

Un anno fa l’uscita dei primi “Quaderni neri” di Heidegger; oggi l’annuncio di altri quaderni, dove il filosofo dà prova del peggiore antisemitismo. Il commento di EUGENIO MAZZARELLA

auschwitz_lager_nazismoR400
Immagine di archivio

Un anno fa cadeva l’annuncio che erano in uscita i Quaderni neri, le note filosofiche e storico-metafisiche di Heidegger stese a latere dei suoi corsi e del suo lavoro filosofico tra il 1931 e il 1941. Oggi un nuovo annuncio. Sono in arrivo quelli dei cruciali anni tra il ’42 e il ’48, e soprattutto un fatidico quaderno “ritrovato” del ’45/46. Quello “decisivo”. Sono gli anni della sconfitta del Reich millenario e dell’impossibilità, anche per Heidegger, di “non sapere” dell’abominio dei campi di sterminio degli Ebrei con la loro “industrializzazione” della morte. “Finalmente” un testo, dopo gli accenni agli Ebrei dei quaderni precedenti, in cui Heidegger prende esplicitamente posizione sulla Shoah, dove abbiamo la prova provata del suo antisemitismo non solo concettuale, ma politico. 

Di giudizio politico, beninteso. Non certo d’incidenza politica sugli eventi. Credo che nessun interprete dotato di senno possa ritenere che su questo terreno — il nazismo e la sua politica, anche nei riguardi degli Ebrei — Heidegger abbia avuto un qualche ruolo. Politicamente, e ideologicamente (ritenendo egli il biologismo razziale e antisemitico una volgarità filosofica), Heidegger per il regime nazista non contava niente già dal ’33. I suoi giudizi, pertanto, tanto più allo stato di commento “privato”, sugli eventi cui partecipava osservando, andrebbero in generale presi per i contorcimenti di un piccolo borghese tedesco nazionalista frustato nel suo nazionalismo dagli esiti di due guerre mondiali disastrosamente perse. Trattandosi di un filosofo i contorcimenti sono speculativi. Essendo un grande filosofo, da cui ci si sarebbe potuto aspettare (ma invero solo da chi non conosca il carattere “destinale” del suo pensiero da cui è possibile dedurgli, iuxta sua propria principia, il destino “privato” della moglie Elfride e quello “pubblico” di tedesco sconfitto: e il nostro ha sufficiente coerenza da trarre entrambe le deduzioni) prese di posizioni nette, questi contorcimenti fanno scandalo. 

Filosoficamente, niente di rilevante. Tanto è bastato, però, a far titolare, con qualche esplicito riferimento alla Shoah venuto alla luce in questi ultimi testi, il 2014 come l’anno zero per Heidegger. La fine di una reputazione filosofica. Per questo coup de theatre ( che affinerà il rilancio editoriale dei Quaderni neri, cui era già servita l’equazione cromatica con il colore delle camicie brune) c’è finalmente la pistola fumante: la tesi che nella Shoah ci sarebbe «l’autoannientamento degli Ebrei». Per cui dei campi alla fine i colpevoli sarebbero loro. 

Ma prima di valutare la demenzialità di questa pallottola e del suo fumo, conviene richiamare la già battuta grancassa sui Quaderni dal ’31 al ’41 dello scorso anno. Che già niente dicevano di nuovo sul rapporto con il nazismo di Heidegger, ampiamente sviscerato da decenni in letteratura sotto tutti i punti di vista. Dai detrattori “politici” che si spingono all’amenità di negare rango filosofico a Heidegger, facendone un mero ideologo della destra peggiore che ha visto il 900, a difensori “politici” a priori, che in nome della grande sua filosofia negano l’evidenza dei fatti. Cioè il legame non episodico, ma strutturale e motivato tra l’impianto della storia dell’essere heideggeriana impregnata di “destino”, che chiama a “decidere” tra le “potenze della storia” (nel caso di Heidegger, decidendo male, malissimo, che è la tesi più sobria e a cui ho dato un contributo negli anni 80), e il nazismo. 

Sobrietà che più di recente ha portato Alain Badiou a chiudere, a mio avviso, con buon senso filosofico e storico la questione: «Heidegger è certamente un grande filosofo che è stato anche, al contempo, un nazista tra i tanti. Questo è quanto. Che la filosofia si arrangi!». 

Ma vediamo un po’ più da vicino questi Quaderni, sperando che finiscano presto: pare che arrivino al ’69 o al ’75. Dunque, nel caso mediatico che si è imbastito l’anno scorso, tutto si è concentrato, in un testo di 1300 pagine, su una quindicina di passi in cui Heidegger si riferirebbe apertamente al giudaismo, criticando degli ebrei la «facoltà di calcolo», il loro «dono accentuato per la contabilità», la loro «tenace abilità a calcolare», lo «sradicamento fuori dall’Essere» che viene dal «giudaismo mondiale», la «assenza di terra» degli ebrei eccetera. Ci sarebbe non di meno una «precisazione destinata agli asini: queste note non hanno nulla a che vedere con “l’antisemitismo”. Il quale è così insensato e così abietto…». 

Ora, anche ammesso che la precisazione per gli asini sia una clausola di salvaguardia a futura memoria, mi sembra un po’ poco per la pomposità del saggio che ne ha tratto Peter Trawny, professore a Wüppertal: Heidegger. I Quaderni neri e l’antisemitismo istoriale. Anche perché sarebbe un antisemitismo le cui basi argomentative sono, in tutta evidenza, luoghi comuni socialmente e politicamente pericolosi, come si è sempre dimostrato e continua a essere dimostrato, ma speculativamente risibili. Luoghi comuni, a cui Heidegger deve la figura del piccolo borghese tedesco intruppato nella propaganda di massa del regime. Philosopisch poco più di un cretino. 

Altra questione, in questi testi, è la critica al messianismo — di cui l’ebraismo sarebbe l’emblema, ma non solo: qui in Heidegger entra in gioco l’ambiguo rapporto con il cristianesimo e il cattolicesimo in particolare — come sradicamento che mette in crisi il radicamento del “popolo” nel suo “suolo”; dei popoli nella loro terra, di cui i Tedeschi sarebbero chiamati a essere i custodi. 

Donatella De Cesare (sul Corriere) lo ha letto come un aver annusato le dinamiche della globalizzazione, schierandosi dalla parte sbagliata. E può ben essere vero. Ora questo è un tema che c’è, ed è ancora davanti a noi. Ma non può essere liquidato con un anatema. E sia chiaro che se messianismo significa un’ecumene dello spirito che sa accogliere sulla propria terra chiunque a prescindere da radicamenti etnocentrici, “sangue e suolo”, personalmente sono per il messianismo che ci annuncia che “beati sono i pacifici perché erediteranno la terra”. Proprio ciò che Heidegger aveva abiurato, cominciando ad “errare” sui “sentieri dell’essere” facendosene “pastore filosofico”. 

Fin qui fondamentalmente ciò che si può ricavare dai Quaderni del ’31-’41. Oggi, nei nuovi Quaderniannunciati, vi si aggiunge lo svolgimento del tema dell’autoannientamento degli Ebrei sul piano storico-metafisico dell’autoannientamento dell’Occidente nella ragione strumentale della tecnica moderna, di cui gli Ebrei, con la loro propensione al calcolo, sarebbero gli agenti “destinali”. E quindi nell’industrializzazione della morte nei campi di sterminio pagano il fio del destino che in posizione eminente hanno scatenato. E questo “contro” il popolo tedesco, che alla modernità (e agli Ebrei) — come popolo posto “al centro dell’Essere”, ovviamente nell’Europa centrale — avrebbe potuto opporsi, facendo fronte a “americanismo” e “Russia” a Est e a Ovest; se non fosse stato tradito dallo connivenza dello stesso nazismo, che non aveva dato retta a Heidegger, con la tecnica. 

Una connivenza però un po’ necessaria (cosa che Heidegger non coglie), per chi voleva affrontare, dopo la prima, una seconda guerra mondiale come guerra di materiali, anche umani. Popolo tedesco, che nella sua essenza compatta, compattata al suo sangue e alla sua terra, avrebbe potuto opporsi all’astrazione ebraica del Libro diventata i libri di calcolo della finanza mondiale. Astrazione in cui sarebbe leggibile la stessa propensione al calcolo della fisica alla base della tecnica moderna, quella di Einstein. 

L’analogia in questi termini espliciti nei Quaderni non c’è; la faccio io per sottolineare la demenzialità analogica cui può portare l’equazione Ebrei-finanza-calcolo-fisica-tecnica-destino, in cui, in mano a un filosofo, possono finire in vacca “numeri” e “idee” del lessico speculativo platonico. Avrebbe potuto farcela, il “Popolo tedesco”, se la Guida nazionale (il Fürher) avesse dato ascolto al suo profeta lasciato invece a profetizzare per iscritto, e in privato, in una baita della Foresta, sempre nera. E tuttavia bisogna anche dire — e qui Heidegger tocca il fondo in ogni senso della frustrazione del piccolo borghese nazionalista, frustrato dalla storia ma che spera di rivalersi sul piano del destino — che colpa ben più grave della Shoah sarebbe quella delle potenze vincitrici, che non hanno capito che con il popolo tedesco hanno annientato la loro stessa possibilità di salvezza, anche se ora ci penserà il destino perché così si è toccato il fonda apocalittico e può finalmente cominciare la “purificazione dell’essere”.

Ecco, questo sarebbe il senso pericolosamente speculativo dell’antisemitismo ontologico-destinale di Heidegger degli ultimi Quaderni. Non aggiunge niente alla comprensione che potevamo avere del suo pensiero, e del corto circuito con la comprensione del suo tempo che ne è venuto. Dà il tocco finale alla pochezza dell’uomo comune, del piccolo borghese nazionalista, frustrato anche dal nazismo, che era; e che resta anche nei panni, in questi quaderni, del commentatore storico-destinale del suo tempo. 

Inutile perderci tempo, per poter studiare quel che di lui conta sul piano della storia del pensiero, e che resta tanto. Aiutarlo a diventare, più di quanto si sia aiutato da solo, lo zimbello di se stesso, non serve a nessuno, né alla filosofia, né alla memoria della Shoah, che è argomento troppo serio per tornare a confrontarsi, ogni dieci anni, con lo Heidegger che non serve a nessuno, neanche a se stesso.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori