LETTURE/ Faust, Dio e il desiderare invano

- Gianfranco Mattera, int. Francesco Roat

Faust è al centro dell’ultimo saggio di FRANCESCO ROAT, “Desiderare invano. Il mito di Faust in Goethe e altrove”. Il sogno e lo scacco di una egemonia completa dell’uomo. Gianfranco Mattera

michelangelo_sistina_dioR439
Michelangelo, Giudizio Universale, Cappella Sistina (Particolare) (Immagine dal web)

Francesco Roat è senza dubbio un autore poliedrico: pubblicista, narratore e saggista, che oggi si ripresenta al pubblico in quest’ultima veste con il volume Desiderare invano. Il mito di Faust in Goethe e altrove, edito da Moretti & Vitali.

Come nasce l’idea di un saggio sul mito di Faust?
Il mito di Faust, che potremmo anche chiamare — come suggerisce André Neher — il mito dell’uomo moderno, è narrazione di grande attualità in quanto il suo protagonista non solo incarna il desiderio spregiudicato ed egocentrico di affrancarsi da ogni vincolo/autorità, ma pure l’urgenza di abitare il mondo senza fare riferimento a valori religiosi o etici d’alcun genere. Inoltre aggiungo che Faust, l’insoddisfatto per eccellenza della realtà, cerca in maniera ossessiva di superare ogni limite dell’umano in quello che finirà per configurarsi come un vero e proprio delirio d’onnipotenza. Il personaggio, in altri termini, esprime l’atteggiamento arrogante che gli antichi greci chiamavano hybris (tracotanza): quello che poi nella tradizione giudaico-cristiana verrà chiamato il peccato originale commesso dalla prima coppia umana, ovvero illudersi di poter superare il limite della finitudine creaturale nella speranza di divenire pari a Dio. 

Quali sono nella storia le figure che incarnano il mito di Faust?
Bisogna partire appunto dai personaggi mitologici. Il primo Faust a mio avviso è l’angelo Lucifero che fa guerra a Yhwh, il suo creatore, per detronizzarlo. Il secondo, come accennavo, è il nostro progenitore Adamo che, tentato dal serpente, vuole divenire come Dio e finisce nel modo che tutti sappiamo. Altro personaggio mitologico è Prometeo, che ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini. Il fuoco rappresenta la techne (la tecnica): potente e utile arma nelle nostre mani, ma al contempo strumento pericoloso e per nulla in grado di salvare gli umani dal loro destino di mortali. Bisogna pur dire che storicamente è esistito davvero un certo astrologo e mago tedesco, di nome Georg Faust (1480-1540), su cui quando era ancora in vita iniziò a circolare la leggenda del patto che egli avrebbe concluso col diavolo per ottener poteri sovrannaturali. Ma il mito di Faust conosce celebrità universale solo grazie a Goethe e al suo capolavoro omonimo, che il mio saggio prende in particolare considerazione.

Al di là del passato remoto, ci può indicare una figura in epoca moderna che, a suo parere, racchiude in sé il mito di Faust?
Forse il personaggio faustiano più emblematico è Adolf Hitler — il quale riprende e porta avanti il sogno del superuomo ipotizzato da Nietzsche — che incarnando la volontà di potenza porta la guerra a livello planetario e vorrebbe annientare un popolo intero atteggiandosi a signore a padrone del mondo, che tutto può in nome della supremazia della mitica razza ariana.

Il suo saggio fa dunque riferimento costante all’opera della maturità di Goethe. Quali i motivi ispiratori di una tale scelta? 

Innanzitutto per la somma poeticità/metaforicità dell’opera e per le inquietanti tematiche affrontate. Qui credo basti soffermarci appena sulla trama del Faust goethiano. Siamo a cavallo tra medioevo ed età moderna. Faust è un anziano professore, ma insieme un giurista, un teologo e anche un medico. Incarna il massimo della cultura del tempo. Nonostante questo egli è profondamente scontento di sé e della propria scienza, tanto da pensare al suicidio. Interverrà il diavolo (Mefistofele) a proporgli un patto: ti verrà esaudito ogni desiderio in cambio dell’anima. Bella tentazione, no?

Tentato da Mefistofele, cosa deciderà di fare Faust?
Faust, come molti sapranno, accetta senz’altro. Riottiene la giovinezza perduta, diventa ricco, potente, si unisce alla donna più bella del mondo (Elena di Troia rediviva) ma nonostante tutto questo rimane sempre inquieto e alla ricerca di altre nuove voglie o ambizioni velleitarie. Tale perenne frenesia di tutto conseguire/gustare, tale smania tesa al superamento di ogni limite umano è destinata tuttavia a non saziare mai la sete d’infinito che alberga nell’animo di Faust (e degli uomini). Comunque il buon Dio non lo lascerà andare all’inferno, perché — come dicono gli angeli a Mefistofele —: “Chi sempre a tender oltre s’affaticò,/ noi possiamo salvarlo”.

Professor Roat, in concreto che insegnamento possiamo oggi trarre dal mito di Faust?
Non si tratta solo di comprendere che ogni desiderio dell’uomo, una volta appagato, produce solo nuovi desideri e aspirazioni in una catena ininterrotta di bramosie da rincorrere all’infinito. C’è qualcosa di più sottile da cogliere. Chi è come Faust vorrebbe raggiungere una completezza e un sapere totale e definitivo impossibili da conseguire. Egli sogna una conoscenza/padronanza tale da consentirgli un’egemonia assoluta sulla natura e anche sugli uomini. Vorrebbe insomma dominare/controllare la sua e l’altrui esistenza, ma al contempo le svaluta profondamente; finisce perciò col deprimersi e cade preda dell’angoscia più nera. Solo quando smette di pensare al proprio egoistico soddisfacimento è libero da essa e si rende conto che, realizzando il benessere altrui, potrebbe finalmente dire all’attimo fuggente: “Resta, sei così bello!”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori