MARIO LUZI/ La poesia può tornare a “conoscere per ardore”?

- Massimo Morasso

Un convegno a Genova con studiosi e poeti di tutta Italia per ripensare (e rifondare) la poesia sulla portata spirituale della parola. A dieci anni dalla morte di Mario Luzi. MASSIMO MORASSO

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Mario Luzi (Immagine dal web)

Con buona pace dei suoi epigoni, il Novecento è finalmente morto, e occorre incominciare a rileggerlo in prospettiva storica. 

Anche in poesia, la benjaminiana “scena di sfondamenti in cui qualcosa al di là del poeta irrompe”, si avverte come un segno dei tempi l’interruzione di una riflessione sulla portata spirituale della parola.

Lungo le varie stazioni del suo “viaggio terrestre e celeste”, Mario Luzi (1914-2005) si è mosso sempre, e sempre con maggior vigore con l’andare degli anni, in consapevole antagonismo contro ogni visione a basso coefficiente energetico del mandato poetico. Il suo vasto e articolato percorso creativo si è snodato per un intero settantennio, dai primi anni Trenta del XX secolo ai primi anni del nostro, e nel suo insieme ha dato corpo a un’opera che per qualità stilistica e forza di visione intellettuale ha pochissimi pari nell’intero alveo della poesia europea. Fra le altre cose, il suo viaggio nelle dimensioni profonde di una realtà “superinseguita” tramite le “vicissitudini” di una coscienza interrogante votata alla “conoscenza per ardore”, ci racconta di una mite ma inflessibile resistenza contro le sirene del disincanto. 

Riconoscersi nella pratica di questa resistenza è il cuore della nostra intenzione. “Per il dopo, per il principio” è un incontro in due giornate che prendendo spunto dalla figura e dall’opera tarda di Luzi (quella che dal Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, del 1994, porta alle Poesie ultime e ritrovate del 2014) ha l’ambizione di offrire l’occasione per un ripensamento condiviso, a più voci, dell’idea del fare-poesia, oggi, oltre il disorientamento e le derive nichilistiche che segnano tanta parte del nostro paesaggio letterario e culturale. 

Se è vero, come ha scritto Kafka, che più terribile del canto delle sirene è il loro silenzio, è pur vero che alcune sirene sarebbe bello potessero tacere… quando la battaglia in corso, non nuova, se letta in termini essenziali, è sempre quella, inossidabile per saecula saeculorum, che oppone civiltà e barbarie. Anche nella prospettiva, in apparenza sempre più marginale, del microcosmo della società dei poeti. Quando lo scontro non è mai di una civiltà contro un’altra civiltà. Ma di ciò che è civile contro ciò che è barbaro. E questo, beninteso, a ogni livello: intrapsichico, sociale, politico, religioso, e anche poetico, appunto… 

In quest’epoca dell’inconsistenza e delle passioni tristi, la perdita di una funzione forte della poesia e della letteratura corrisponde al depotenziamento di quella tensione morale che fa (che ha sempre fatto) del gesto poetico un veicolo di umanizzazione, oltre che di piacere estetico. 

Il “motore” del meeting di Genova sta soprattutto nel pensiero — e nell’urgenza di un fare che sia sperabilmente alla sua altezza, poiché la poesia (e l’arte in generale) è un linguaggio che non può essere espresso con altri termini — che la poesia (italiana) abbia bisogno di un rinnovamento nella sua sostanza, e non soltanto nel giro modaiolo delle poetiche. 

Come ha scritto bene, di recente, Marco Marangoni, che è uno dei venti convegnisti, “il problema di una letteratura mordente la realtà non passa attraverso la vexata quaestio novecentesca (almeno da Anceschi a Galaverni) per cui si dovrebbe forse abbandonare la poesia anacoretica per una poesia più estroversa, che guarda la realtà, le cose, gli oggetti ecc.”. Il problema, a ben vedere, è che occorre “volare più alto” (da qui anche il riferimento al verso di Luzi “Vola alta, parola” che dà il titolo della seconda giornata dei lavori, quella dove a parlare in prima persona del loro singolare rapporto con l’idea e la responsabilità della parola saranno soltanto i poeti) “essendo la problematica della salute della poesia unita a quella antropologica e storico-ontologica”. La questione è profonda, e va affrontata con coraggio. Poiché il discorso non è più da confondersi con quello del solo impegno ideologico (o peggio antilaicistico): è spirituale ed implica il Creator (“Veni Creator Spiritus”, Dio ‘crea’ e fonda ogni modo dell’essere ‘creatori’, artisti). 

Come nel Luzi tardo e postremo, io che ho ideato il convegno e i tanti colleghi che hanno aderito alla mia iniziativa crediamo tutti, ciascuno a suo modo, naturalmente, che oltre la svolta del secolo occorra riaprire il discorso — e non in chiave riduttivamente letteraria — dell’ispirazione forte, alta (altus, profondo, è lo Spirito). Questo, forse, porterà la poesia a essere di nuovo se stessa e non solo contemporanea. In gioco, c’è una questione importante, di ordine metafisico. Al ripensamento della quale affidare la speranza che la poesia possa continuare a dare profitto, nei termini in cui riuscirà a essere utile all’anima, e a servire al bene.


Per il dopo, per il principio“. Convegno in due giornate con studiosi e poeti di tutta Italia. Genova, venerdì 17 marzo: Museo Diocesano di via Tommaso Reggio, 20, ore 16-19; sabato 18: Oratorio di San Filippo, via Lomellini 12, ore 10-13 e 15-18.

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