STORIA/ Quando i centurioni romani annunciavano il vangelo

- Alfredo Valvo

Chi poteva immaginare che la prima diffusione evangelica vedesse come protagonisti soldati romani? Invece è stato proprio così. Ne parlano i Vangeli. ALFREDO VALVO

veronese_cristo_centurioneR439
Paolo "Veronese" (1528-1588), Cristo e il centurione (Immagine dal web)

Nei Vangeli sinottici e negli Atti degli Apostoli è narrata, in diverse circostanze e con modalità diverse, la conversione di tre centurioni. 

Il primo episodio (Mt 8, 5-13; Lc 7, 1-10) si svolge a Cafarnao, sul lago di Tiberiade. Un militare di rango elevato (i centurioni erano il nerbo degli eserciti romani, provenivano dalle legioni ed erano pagati fino a cinque volte un legionario semplice), abituato, come egli stesso dice, a comandare e ad essere obbedito, si rivolge a Gesù con l’umiltà del bisognoso e lo implora che guarisca il suo servo morente, al quale era affezionato. Nel secondo episodio evangelico (Mt 27, 54; Mc 15, 39; Lc 23, 47) il centurione che stava ai piedi della croce (chiamato Gaio Cassio Longino secondo fonti apocrife; sarebbe stato lui ad aprire il costato di Gesù con un colpo di lancia: Gv 19, 33 sg.), veduto il terremoto e le cose che accadevano, confessa la sua fede: «Costui era davvero Figlio di Dio». Il terzo episodio narrato negli Atti in maniera dettagliata e puntuale (10, 1 sgg.) si svolge a Cesarea di Palestina e ricorda un altro centurione del quale conosciamo anche il nome, Cornelio, e l’unità militare di appartenenza, la coorte Italica. 

Nel primo episodio il centurione ricorre a Gesù con la certezza di aver trovato in Lui chi soltanto potrà guarire il suo servo; la sua fiducia in Gesù non ha fondamenti profetici né la conoscenza delle Sacre Scritture ma una certezza generata dal bisogno. E’ Gesù che riconosce in questo l’umiltà della fede. La conversione avviene di fronte al miracolo della guarigione mentre la testimonianza di Luca (7, 3: il centurione aveva sentito solo parlare di Gesù) esclude che il centurione fosse già convertito. 

Ciò che colpisce è la libertà del centurione di riconoscere ciò che era avvenuto, senza la quale non c’è fede; la sua umiltà di fronte a Cristo non contrasta con la sua dipendenza dall’autorità militare, riconoscendo, come farà Cristo stesso, che altro è l’obbedienza a Cesare altro l’obbedienza a Dio. L’abisso che separa il centurione — il peccatore — da Cristo è diventato un atto di contrizione universale nella liturgia: «Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito». Né Cesare né altro possono togliere all’uomo la coscienza della propria debolezza e al contempo la certezza della redenzione. L’antica superstizione scompare dinanzi alla presenza di Cristo, dovunque nel tempo.

Ma il centurione, che doveva averne viste di tutti i colori — nella provincia della Siria Palestina stazionarono nel corso del I secolo d.C. fino a quattro legioni, comandate da un proconsole, a riprova della pericolosità di quella parte dell’impero, conquistata da Pompeo nel 63 a.C. e successivamente sottoposta ad un lungo riordino militare e amministrativo — si sente inadeguato all’incontro e nel Vangelo di Luca si fa precedere da autorevoli anziani dei Giudei per spianargli la strada.  

Non si tratta qui di scribi e farisei ma degli anziani, che si fanno subito interpreti della richiesta del centurione e per di più lo sostengono nella sua richiesta, affermando che era un uomo giusto. Egli infatti era degno di ricevere la grazia richiesta, aggiunge Luca, per l’amicizia dimostrata verso la popolazione («Perché ama il nostro popolo») e per aver fatto costruire la sinagoga («Egli ciha fatto costruire la sinagoga»). 

Ci troviamo di fronte ad un comportamento imprevisto. L’autorità militare rappresentata in loco dal centurione (sottoposto all’autorità superiore ma anche libero di prendere iniziative, per giunta di carattere religioso e non temporaneo) non ostacola il culto giudaico ma anzi lo rispetta e lo incoraggia. Ne discendono alcune considerazioni. La prima è la benevolenza, forse non del tutto disinteressata, verso la popolazione; ma certamente aver edificato una sinagoga non è un dono da poco; forse si tratta, addirittura, di un gesto evergetico, cioè un atto di beneficenza, non sappiamo se del centurione in prima persona o dell’amministrazione provinciale per disposizione dell’imperatore. Un gesto evergetico si deve solitamente a qualche illustre e ricco cittadino che vuole lasciare ricordo di sé. Dobbiamo anche presumere che la scelta del centurione per rappresentare l’autorità imperiale sia stata condivisa da chi ne aveva avuto il potere. 

L’episodio si svolge al tempo dell’imperatore Tiberio, successore di Augusto (14-37),  probabilmente intorno al 30-31. Diversamente dall’opinione spesso corrente non tutti i Romani erano cinici e non tutti i soldati erano soldataglia. L’atteggiamento del centurione può far presumere che egli stesso fosse favorevole al Giudaismo e vi avesse trovato un’alternativa agli dei di Roma, un pantheon che ormai non  convinceva più nessuno ma che era servito a tenere unito per molti secoli il dominio romano. Dall’Oriente provenivano nuovi culti, spesso banali e cruenti, che venivano “importati” a Roma da soldati, commercianti e altri viaggiatori. Le truppe ausiliarie, che costituivano una parte assai consistente delle forze armate romane, provenivano dalle provincie: Gallia, Britannia, Spagna per citare le più romanizzate, e tutte portavano con sé tradizioni e forme di culto diverse fra loro. Naturalmente la più seria, dispensatrice di speranza soprattutto per chi rischiava la vita sotto le armi, era quella giudaica, della quale la religione cristiana era considerata, inizialmente, una “costola”, una setta.

C’è inoltre da considerare che sia dal comportamento del centurione sia da quello della popolazione dove egli svolgeva il servizio militare, l’adesione alla fede cristiana non doveva incontrare ostilità. Questo conferma quanto conosciamo dalle fonti: Tertulliano (Apologetico V 1) menziona il contenuto di un senatoconsulto (provvedimento emesso dal Senato), risalente all’anno 35, necessario per autorizzare l’ingresso di nuove divinità nel culto ufficiale: «presso di voi [Romani e pagani] se un dio non sarà gradito all’uomo, non sarà dio; è l’uomo, dunque, che dovrà essere propizio verso dio» e aggiunge (V 2): «Perciò Tiberio, al tempo del quale il nome cristiano apparve nel mondo, ricevute informazioni dalla Siria Palestina che rivelavano colà l’esistenza di questa divinità, portò la cosa al senato dando per primo il suo voto favorevole. Il senato… respinse la richiesta imperiale. Cesare restò del suo parere, minacciando di pena quanti avessero accusato i cristiani». 

Possiamo dedurre che fino alla morte di Tiberio (nell’anno 37) e grazie a lui il Cristianesimo poté svilupparsi liberamente, come altre religioni riconosciute dallo Stato romano, finché non venne imposto l’obbligo di prestare culto all’imperatore.

La notizia di Tertulliano sulla disposizione favorevole di Tiberio verso il Cristianesimo (ormai distinto dal Giudaismo) trova una conferma nel rispetto e nella libertà del culto testimoniata dall’episodio del centurione. E’ probabile che l’approvazione del senatoconsulto del 35 avrebbe risparmiato le persecuzioni dei cristiani, che si conclusero definitivamente nel 313 con l’editto di Milano. 

Un altro centurione, di nome Cornelio, è un nuovo esempio di pietas. Luca (At 10, 1 sgg.) ricorda che il suo nome era Cornelio e militava nella coorte italica. Il nome Cornelio si diffuse al tempo di Silla. Nell’82 a.C., dopo aver eliminato i suoi avversari, Silla ne liberò i servi; questi, divenuti liberti, assunsero, come avveniva in casi del genere, il gentilizio di chi li aveva liberati: Cornelio Silla, appunto. Si calcola che i nuovi liberti non fossero meno di diecimila. Con tutta probabilità il centurione Cornelio discendeva da uno di questi liberti, affrancati quattro o cinque generazioni prima. 

Il reparto di appartenenza — la coorte Italica — era costituita probabilmente da cittadini romani; i centurioni che ne avevano il comando erano sicuramente di provenienza italica. Si ha notizia della presenza di una cohors II Italica civium Romanorum che potrebbe essere stata distaccata, nel decennio seguente alla morte di Gesù, nel territorio di Cesarea di Palestina dove dimorava il centurione Cornelio. 

Dagli Atti emergono altre circostanze interessanti

Cornelio con le sue preghiere e le sue elemosine, da uomo giusto e timorato di Dio, anch’egli «stimato presso tutto il popolo dei Giudei», riceve mandato di chiamare Pietro da Ioppe (Haifa) per «sapere da lui delle cose». Per l’occasione Cornelio convoca nella sua casa i parenti più stretti e gli amici intimi. Ancora una volta è un ufficiale romano il prescelto da Dio per svolgere una catechesi dei cui contenuti Pietro è stato testimone diretto. E’ l’inizio della storia del Cristianesimo, divulgato oralmente dagli Apostoli per essere diffuso prima di essere finalmente messo per iscritto. Ed è verosimile che la casa del centurione, italico e forse addirittura romano, scelto tramite di Dio per annunziare la buona novella, sia una delle prime domus ecclesiae. Sono questi infatti gli anni in cui i credenti si raccolgono in dimore private per celebrare l’Eucarestia e pregare comunitariamente. Esempi non mancano anche nelle Lettere paoline: la domus di Aquila e Priscilla (Rm 16, 5; I Cor 16, 19), la domus di Narcisso (Rm 16, 11) ed altre (I Cor 16, 15). Nel caso nostro ci troviamo in uno di questi luoghi, che appartiene ad un centurione. Questa circostanza è significativa sotto diversi punti di vista: non ci saremmo aspettati che la prima diffusione evangelica vedesse come protagonisti soldati romani. Altrettanto significativo è il richiamo a Cornelio perché solleciti Pietro a recarsi presso di lui, rispondendo così alla sua preghiera affinché sia illuminato dalla parola di Dio. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori