DIARIO GERMANIA/ Il “caso serio” dei migranti e la lezione di Francesco

- Roberto Graziotto

Anche in Germania l’immigrazione sta facendo discutere. Sia la “Evangelii gaudium” che la “Laudato si'” di papa Francesco offrono decisivi punti per riflettere. ROBERTO GRAZIOTTO

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LIPSIA — Telegiornali e approfondimenti serali del primo programma della televisione tedesca (ARD) si stanno occupando molto intensamente del tema dell’immigrazione, che in questi giorni viene percepito in modo molto acuto in piccole isole greche del mare Egeo, che si trovano a vivere un conflitto tra il loro bisogno di turisti e l’arrivo dei profughi, di cui riconoscono a loro volta il bisogno, ma che spesso le trova incapaci a risolverlo, a parte dall’offrire da bere a chi arriva. Anche il sito del Tagesschau (telegiornale, ndr) offre diversi articoli e servizi sul tema, che anche  in Italia viene dibattuto in modo molto sentito.

Alcuni dati. In primo luogo il più importante. Nel prossimo anno arriveranno in Germania più profughi di quanto si pensasse in una statistica precedente. Saranno 750mila, 300mila di più del previsto. I dati del ministero per l’Immigrazione e per i profughi parlano di una somma attuale, a partire dal 1953 fino al 2014, di 4,1 milioni ( per uno studio preciso delle tabelle rimando al sito del ministero). 

Un recente commento di una giornalista della ARD, Anna Kyrieleis, ha riassunto i temi che vengono oggi dibattuti. In primo luogo il dato, non semplice da spiegare, che nell’est della Repubblica Federale Tedesca, in cui vengono accolti meno profughi (l’80% viene accolto nell’ovest della repubblica) gli episodi di violenza razzista sono maggiori. 

Infatti il 53% dei delitti con motivazione razzista vengono compiuti nell’ovest e il 47% nell’est, inclusa Berlino, bisogna però tener conto che nell’est vivono meno persone che nell’ovest e così si arriva a questa percentuale: 0,11% di delitti compiuti nell’ovest e 0,38% nell’est. Si tratta quindi di una percentuale tre volte maggiore di crimini commessi nei Länder che si sono aggiunti con la riunificazione. Uno su tutti, il delitto diventato negli ultimi mesi simbolo del razzismo, all’inizio dell’aprile di quest’anno, in un piccolo paese vicino a Lipsia, nella Sassonia-Anhalt, Tröglitz, in cui è stato bruciato il tetto di un edificio che era stato preparato per l’accoglienza di profughi.

La commentatrice della ARD, chiedendosi i motivi di questa situazione, ha accennato ad una debolezza della società civile nell’est della repubblica, in cui chiese ed associazioni hanno una presenza minore che nell’ovest. Ciò non toglie che anche nell’est vi siano persone e comunità ecclesiali molto impegnate nell’accoglienza dei profughi, ma ovviamente la giornalista ha ragione a menzionare questa debolezza della “società civile”. 40 anni di Ddr non passano senza lasciare tracce. La commentatrice stessa ha aggiunto però che sarebbe un errore vedere in questa presenza razzistica solo un problema dell’est, cosa che i dati sopra citati confermano. Con sincerità ha espresso infine un pensiero che viene spontaneo a tutti: chi se non la Germania, uno dei paesi più ricchi del mondo, dovrebbe essere disponibile ad accogliere più profughi possibili e non desidera che questo diventi il tema principale della cancelliera Angela Merkel? 

Il sito del Tagesschau offre anche un’interessante differenziazione linguistica per esprimere quello che in generale si può chiamare il problema dell’immigrazione. Distingue tra Asylbewerber (persone che chiedono l’asilo politico) — gli stranieri che sono ancora in uno stato di passaggio e di cui non si è ancora decisa la permanenza in Germania; e Migranten (immigrati) — quelli che per propria volontà vanno in un altro paese. Forse sarebbe necessario aggiungere anche la categoria dei “migranti clandestini”, che forse è però più un problema italiano che tedesco. Flüchtlinge (profughi) sono quelli che hanno lasciato il paese di origine perché perseguitati politici e sono stati accolti legalmente nel paese di arrivo dopo un percorso spesso doloroso. Per quanto riguarda le persone che chiedono asilo, al momento la Germania dà priorità alle persone che vengono dalla Siria (il loro permesso di soggiorno viene elaborato in circa quattro mesi, mentre per l’Afghanistan dura al momento più di un anno). La quota di assenso al permesso di soggiorno è alta, ma ovviamene questo stato di “oscillazione” pone problemi non piccoli di carattere umano.

Riflettendo sull’accoglienza di questa massa sempre più grande di profughi ci troviamo di fronte ad un problema molto complesso che nel Catechismo della Chiesa cattolica viene trattato con molto buon senso e differenziazioni necessarie al punto 2241: “Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri”.

Questo testo offre criteri politici di azione che dovrebbero essere meditati molto attentamente, mentre i toni populistici non aiutano a comprendere il da farsi. Il criterio ultimo del nostro agire è e rimane l’amore gratuito che Cristo ci ha rivelato come la proprietà prima ed ultima del Padre, e in forza del quale saremo giudicati (cfr. Mt 25); a sua volta lo specifico cristiano, come dice il testo del Catechismo, deve tenere conto del “diritto naturale” e delle sue implicazione ed anche di quella che Robert Spaemann chiama la dialettica di “vicino” e “lontano”. Responsabilità è sempre responsabilità che tiene conto di essa. Ciò non toglie il fatto che nel “caso serio”, dove ci è chiesto una testimonianza più radicale di quella del buon senso, vale, come criterio di azione, il criterio dello specifico cristiano, che è disponibile a morire per l’altro, con l’aiuto di Cristo, perché Egli ci ha fatto vedere che solo la Croce accettata feconda la Risurrezione. 

Comunque non è solo questione di teologia. Se guardiamo ad un paese come gli Stati Uniti, pur in tutte le contraddizioni, si vede che una società globale non può che essere una società che integra le differenze. A Los Angeles si parla non meno spagnolo che inglese.

Un ultima parola la lascerei al Santo Padre, con un motto che cita sia nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium sia nella nuova enciclica Laudato si’: la realtà viene prima dell’idea. “Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza” (EG, 231). 

Prendere sul serio questo passaggio dell’esortazione apostolica potrebbe aprire un percorso che, al di là di ogni purismo angelico il quale pensa per esempio che sia violenza rimandare indietro uno straniero che non ha un permesso di soggiorno e che compie violenza, mentre è semplicemente giustizia, ci porta ad una soluzione non populista della domanda che il grande afflusso di stranieri in Europa ci pone e che dobbiamo e possiamo vedere come una chance e non solo come un problema, perché l’amore gratis di Cristo non è un pensiero, ma un opera. Ed è, perché opera (Luigi Giussani), anche in questa domanda cruciale del nostro tempo.



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